Giuseppe De Virgilio
DOI:  10.17421/2498-9746-01-03
Abstract 

Sussiste una relazione profonda tra il processo educativo (paideia - paideuō) e il ruolo della sofferenza umana (pathēma - paschō). E’ noto come la letteratura greca e latina riconoscano un alto valore educativo alla sofferenza, con notevoli implicazioni filosofiche. Sotto il profilo letterario e stilistico il libro neotestamentario più vicino alla sensibilità del mondo giudaico-ellenistico è la lettera agli Ebrei, nella quale spicca questo tema in tutta la sua originalità. Il modello educativo e l’influsso della letteratura greca nel giudaismo ellenistico alessandrino e palestinese, unitamente alle tradizioni sapienziali anticotestamentarie non sono estranee all’autore di Ebrei, che rielabora il concetto di paideia e di «sofferenza educatrice» applicandolo a Cristo (Eb 2,5-18; 5,1-10) e ai credenti (Eb 12,4-11). Il contributo si propone di approfondire l’argomentazione della paideia in relazione al motivo della «sofferenza educatrice» in Ebrei, evidenziando una triplice prospettiva: a) cristologica (cfr. Eb 2,5-18; 4,15-16); b) soteriologica (cfr. Eb 5,1-10); c) antropologica (Eb 12,4-11).

Sussiste una relazione profonda tra il processo educativo (paideia - paideuō) e il ruolo della sofferenza umana (pathēma - paschō). E’ noto come nella tradizione greca si riconosca un alto valore educativo alla sofferenza, con notevoli implicazioni filosofiche[1]. Sotto il profilo letterario e teologico il libro neotestamentario più vicino alla sensibilità del mondo giudaico-ellenistico è la lettera agli Ebrei, nella quale spicca questo tema in tutta la sua originalità. Il modello educativo e l’influsso della letteratura greca nel giudaismo alessandrino, unitamente alle tradizioni sapienziali anticotestamentarie non sono estranee all’autore di Ebrei, che rielabora il concetto di paideia in relazione alla «sofferenza educatrice» applicandolo a Cristo (Eb 2,5-18; 5,1-10) e ai credenti (Eb 12,4-11)[2]. Ci proponiamo di approfondire l’argomentazione della paideia in relazione al motivo della sofferenza educatrice» in Ebrei, evidenziando una triplice prospettiva: a) cristologica (cfr. Eb 2,5-18; 4,15-16); b) soteriologica (cfr. Eb 5,1-10); c) antropologica (Eb 12,4-11)[3].

1. L’argomentazione cristologica in Eb 2,5-18; 4,15-16

In Eb 2,5-18 si delinea per la prima volta il motivo della sofferenza del Figlio in Eb 2,5-18. La pericope si articola in due parti seguite da una conclusione: vv. 5-9: la condizione di gloria del Figlio a cui Dio sottomette ogni cosa, dopo essere passato attraverso la morte che ha sofferto; vv. 10-16: il perfezionamento mediante la sofferenza e la piena solidarietà con gli uomini in vista della salvezza[4]. I vv. 17-18 rappresentano la conclusione della prima parte della lettera (cfr. 1,5-2,18) e forniscono l’annuncio tematico della sua seconda parte della lettera (cfr. 3,1-5,10). Il sacerdozio di Cristo è contrassegnato dalla sofferenza e dalla compassione di Dio per la condizione mortale dell’umanità. La condizione di abbassamento e di debolezza mortale rende Gesù simile ai fratelli (vv. 11.14.17) e gli permette di raggiungere la più profonda solidarietà con gli uomini. L’autore inquadra il mistero della salvezza nella passione di Cristo e lo collega alle sofferenze (dia pathēmatōn) che hanno portato a perfezione l’opera salvifica (v. 10)[5]. Tale opera di salvezza è «a vantaggio di ognuno» (hyper pantos)», nel senso che ciascun uomo è coinvolto nell’evento pasquale e nel sacrificio unico e irrepetibile del Figlio. In tal modo Egli apre la strada e la sua scelta è percorrere la via della sofferenza.

La sofferenza condivisa è specificata nella molteplice realtà fatta di abbassamento (v. 7), di patimenti (vv. 9.10.18), di prova (v. 18) e di morte (vv. 9.14) che hanno caratterizzato il Figlio di Dio. L’immagine del «pioniere» (v. 10: = colui che conduce) illumina il percorso di Gesù nella sua vicenda umana: egli si è abbassato per «soccorrere» (v. 18) e salvare gli uomini precipitati nel baratro della schiavitù del diavolo (v. 14-15), così da condurli verso la gloria di Dio (v. 2,10).

L’autore afferma che «conveniva» a Dio utilizzare la sofferenza «per rendere perfetto» il Figlio «pioniere», in modo che la sua condizione solidale portata alla gloria, coinvolgesse anche tutti gli uomini[6]. In definitiva la sofferenza di Cristo è strumento di educazione, di maturazione e di «perfezionamento», nel senso che porta a compimento la dinamica salvifica della trasformazione positiva dell’umanità.

Nei vv. 14-15 si specificano gli effetti positivi della sofferenza assunta da Cristo. Il breve tempo di umiliazione e di sofferenza, condiviso con l’umanità, ha prodotto quel processo di salvezza che ha annullato la potenza mortale del demonio: «paradossalmente la morte da esperienza di rottura e separazione è divenuta strumento di comunione e alleanza con Dio (9,15)». L’azione di Cristo «primo dei fratelli» è finalizzata al liberare gli uomini dalla paura della morte.

Per esercitare il sacerdozio non è sufficiente occupare una posizione privilegiata presso Dio Padre, ma occorre essere congiunti strettamente agli uomini. Invece di «separarsi» dagli uomini, come prevedevano le prescrizioni rituali nell’Antico Testamento[7] ed elevarsi al di sopra degli uomini per essere vicino a Dio (cfr. Sir 45,6), Gesù si è reso simile in tutto ai fratelli (v. 17: homoiōthēnai). La somiglianza con la condizione della natura umana implica l’esclusione dal peccato (cfr. 5,15; 7,26; 9,14). Nel suo ufficio di «sommo sacerdote», il Figlio di Dio può efficacemente venire in aiuto al popolo e liberarlo dai suoi peccati proprio perché egli ha sofferto (peponthen) ed è stato sottoposto alle prove (v. 18: peirastheis). Non era sufficiente la dimensione rituale e cultica del sacerdozio levitico, ma è stata necessaria la «mediazione» di Colui che si è fatto partecipe della condizione umana e ha affrontato le sofferenze, facendo della propria vita un'unica offerta al Padre, per la salvezza dell’umanità.

Un ulteriore sviluppo di questa rilettura teologica del mistero della passione è costituito dall’esortazione di Eb 4,15-16[8]. L’argomentazione cristologica di questa sezione della lettera conferma come il sacerdozio di Cristo è vincolo di solidarietà e fonte d misericordia e di grazia, a motivo della sua compartecipazione alle sofferenze umane. In virtù della sofferenza condivisa, Cristo esercita il «potere di compatire», condivide la condizione della debolezza umana e la assume su di sé in quanto sacerdote «misericordioso e degno di fede» (2,18).

2. L’argomentazione soteriologica in Eb 5,1-10

La pericope di Eb 5,1-10 può essere ritenuta il vertice della lettera circa la sofferenza di Cristo sommo sacerdote. Il testo segue un procedimento concentrico: A (v.1) / B (vv. 1b-3) / C (v. 4) / C’ (vv. 5-6) / B’ (vv. 7-8) / A’ (vv. 9-10).

A 1Ogni sommo sacerdote, infatti, è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio,

B per offrire doni e sacrifici per i peccati. 2Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. 3A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo.

C 4Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne.

C’ 5Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato, gliela conferì 6come è detto in un altro passo: Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchisedek.

B’ 7Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. 8Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza (emathen aph’ōn) da ciò che patì (epathen)

A’ 9e, reso perfetto (teleiōtheis egeneto), divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, 10essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek.

Tralasciando l’analisi dell’intera pericope, fermiamo l’attenzione al tema della «sofferenza educatrice» nei vv. 7-10, dove l’autore sottolinea la modalità della solidarietà di Cristo, che «ha imparato» (emathen) l’obbedienza dall’«aver sofferto» (epathen).

Nel v. 7 si rievoca l’esperienza della passione: «nei giorni della sua vita terrena, Gesù «offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime» (cfr. l’agonia di Gesù nel Getsemani in Mc 14,33-36; Lc 22,41-44)». L’autore pone in evidenza i tratti della preghiera di Gesù, immerso nel dolore dell’agonia. Egli ha condiviso la solidarietà nella debolezza (vv. 7-8), nelle prove (2,18; 4,15), senza però alcun contatto con il peccato (cfr. 4,15; 7,26; 9,14). Nel v. 8 si specifica l’argomento cristologico: la riverenza di Gesù nei confronti del Padre ha consentito al Figlio di trasformare la sua sofferenza in «apprendimento della virtù dell’obbedienza»[9]. Emerge una concezione «paradossale»: la perfezione del sacerdozio di Cristo si realizza mediante la sofferenza e la sua morte (cfr. 2,10.14). Cristo ha imparato a obbedire dalla sofferenza che ha vissuto. In tale dinamica si coglie il vertice della solidarietà tra Cristo e l’umanità[10]. La relazione tra imparare (emathen = imparò) e soffrire (epathen = patì) costituisce uno degli aspetti peculiari della cristologia di Ebrei. L’autore sottolinea come la sofferenza assume un «valore pedagogico» e allo stesso tempo rappresenta un tratto «peculiare ed esemplare» nella missione di Cristo[11]. La sofferenza non è una condizione subita ma liberamente scelta dal Figlio, in comunione con la volontà del Padre. Il Figlio ha accettato di diventare uomo e di imparare la sua obbedienza dalla pedagogia della sofferenza[12]. Nei vv. 9-10 si afferma che la sofferenza educatrice ha «reso perfetto» (teleiōtheis egeneto) il Figlio, che è divenuto «causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono». La sofferenza ha rappresentato per Cristo una «pedagogia», come lo sarà per i credenti (cf. Eb 12,5-8), in vista del «perfezionamento».

La sofferenza ha rappresentato per Cristo una «pedagogia», come lo sarà per i credenti (cfr. Eb 12,5-8), in vista del «perfezionamento». Si tratta di una formula che esprime la trasformazione positiva avvenuta in Gesù e che utilizza il vocabolario anticotestamentario riferito alla consacrazione dei sacerdoti (cfr. Eb 2,10). Dal punto di vista della concreta esperienza umana, Gesù progredisce e si perfeziona proprio attraverso la sua obbedienza. In tal modo l’obbedienza perfetta di Cristo è divenuta motivo di salvezza per tutti i credenti[13]. L’esercizio del sommo sacerdozio di Cristo, vissuto nella perfetta obbedienza al Padre e nella piena solidarietà con la condizione umana, definisce l’unicità del sacerdozio di Cristo[14]. Ciò che non era possibile al sacerdozio levitico, è reso possibile e pienamente compiuto nel sacerdozio di Cristo, crocefisso e risorto.

Le conseguenze teologiche derivanti dall’argomentazione di Eb 5,1.10 sono diverse. Ci limitiamo solo a sottolineare come il dolore di Gesù è un dolore vicario, cioè sofferto e accolto per gli altri e al posto loro («pro nobis)». Questo dolore Lo «rende perfetto» e introduce gli uomini nella gloria di Dio (2,17-18; 4,15; 5,2-3). «Infatti proprio per essere stato messo alla prova ed aver sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (2,18). Egli viene «per servire» (Mc 10,45), viene per noi a patire fuori dalla porta della città per santificare il popolo con il proprio sangue (cfr. Eb 13,12). Gesù entra nel luogo della nostra disubbidienza e si sottomette a Dio e, «pur essendo figlio di Dio imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì» (5,8). La sua incondizionata obbedienza nella sofferenza si conclude in una volta sola, attraverso un unico sacrificio che Cristo fa di se stesso (7,27ss), cancellando il peccato e purificando «la nostra coscienza dalle opere morte» (9,14b).

La sofferenza che Cristo sperimenta diventa dunque un atto redentivo «per tutti» (2,9), diventa la via della nostra salvezza (5,9b), il posto del sacrificio d’espiazione (9,14), la consacrazione sacerdotale (5,9a); attraverso questa sofferenza vicaria, noi «siamo stati santificati» (10,10.14). I credenti saranno invitati ad «uscire» verso di Lui, recando il segno della croce (il disonore) in vista della salvezza (13,12).

3. L’argomentazione antropologica: Eb 12,4-11

Dopo aver sottolineato la «sofferenza educatrice» in Cristo sommo sacerdote, l’autore della lettera applica la riflessione cristologica alla condizione della comunità ecclesiale che soffre la persecuzione. Dall’annuncio tematico di 10,36-39 si evidenzia due temi centrali della trattazione: la hypomonē («perseveranza- sopportazione) e la pistis (fede) . I due temi saranno svolti in ordine inverso. Prima si tratterà della fede attraverso l’ampia rassegna dei personaggi biblici (11,1-40) e in seguito, dell’invito alla perseveranza di fronte alle persecuzioni (12,1-13).

In Eb 12,4-11 le sofferenze da sopportare sono descritte come divina paideia mediante la quale Dio educa i credenti. Alla luce della tradizione anticotestamentaria e seguendo l’esempio di Cristo (la «pazienza di Cristo»: 12,3)[15], l’autore intende affermare che «le prove e le tribolazioni non devono essere motivo di scoraggiamento, ma al contrario stimolale la confidenza e la fierezza d’essere cristiani, dal momento che tendono a rafforzare ed attestano il legame di figliolanza con Dio»[16]. La pericope si apre con il v. 4 che serve da transizione rispetto a 12,1-3: si passa dalla pazienza di Cristo a quella dei credenti. Nei vv. 5-6 l’autore include la prova biblica tratta da Pr 3,11LXX per parlare del valore educativo della correzione (paideia) data dal Signore. Attraverso la ripresa del verbo hypomonein (v. 7), il tema della correzione è collegato con le prove dei credenti e interpretato nel senso della «paideia divina»[17].

Si tratta di un testo che evidenzia la massima concentrazione neotestamentaria del binomio paideia/paideuein, ricorrente nei vv. 5-11. L’immagine utilizzata dall’autore è la metafora agonistica (v. 11: lo sforzo fisico: gegymnasmenois), che evoca la fatica della sofferenza e l’accoglienza dolorosa delle prove. L’immagine si collega con 12,1. Nei vv. 12-13 si chiude l’unità con l’esortazione e l’incoraggiamento. Considerando lo sviluppo tematico della pericope, Eb 12,4-11 si articola in due unità: a). vv. 4-8: la paideia attesta che i cristiani sono figli (figliolanza di Dio); II. vv. 9-11: i vantaggi derivanti della sofferenza educatrice.

vv. 4-8: la paideia attesta che i cristiani sono figli (figliolanza di Dio)

Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato e avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore (paideias kyriou) e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge (paideuei) colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio. È per la vostra correzione (eis paideia hypomonete) che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Se invece non subite correzione (paideias), mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli!

L’esempio di Gesù «pioniere e perfezionatore della fede» (12,2) costituisce il fondamento dell’esortazione alla perseveranza dei credenti. Il motivo del conforto è ripreso dalla tradizione familiare che implica l’educazione-correzione del figlio da parte del padre. Tale processo non va considerato come punitivo, ma come cammino di maturazione e di perfezionamento. L’autore della lettera si collega alla tradizione sapienziale citando Pr 3,11-12, che assume nel contesto la funzione di prova argomentativo dell’agire divino verso i credenti[18]. In tal modo di vuole affermare che la correzione operata da Dio attraverso le prove vissute e le sofferenze patite attesta (cfr. Eb 11,6-8) e fa maturare (12,11) la relazione filiale di chi soffre con Dio stesso. Per tale ragione non va dimenticata l’esortazione (v. 5: paraklesis, nel senso più ampio di «educazione»)[19] che spinge ad accogliere le sofferenze derivanti dalla fede e a reagire con coraggio «fino al sangue» (v. 4). In definitiva la citazione scritturistica esprime la convinzione che la sofferenza possiede un’utilità pedagogica, in quanto costituisce una «lezione di vita» che corregge e orienta il credente nel cammino verso la sua maturazione e perfezione.

L’argomentazione si collega all’esempio di Cristo solidale, compassionevole e misericordioso, presentato in Eb 2; 4; 5 e ultimamente in 12,1-3. Tale argomentazione ora è applicata mediante un procedimento a fortiori ai credenti che stanno soffrendo. Tale sofferenza ha un senso non solo nell’ottica «educativa» ma «teologica»: Dio stesso interviene nei patimenti umani e attraverso la sofferenza dà all’uomo una lezione «paterna». Paradossalmente nella sofferenza si coniuga il motivo della paternità di Dio con la figliolanza dei credenti. La fermezza educativa del padre è garanzia di maturazione effettiva dei figli (cfr. Pr 13,24; Sir 30,1-13)[20]. E’ l’amore paterno che spinge il Signore a correggere i suo figli[21].

vv. 9-11: i vantaggi derivanti della sofferenza educatrice

Del resto noi abbiamo avuto come educatori (paideutas) i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita? Costoro infatti ci correggevano (epaideuon) per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità. Certo, sul momento, ogni correzione (pasa paideia) non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.

L’autore prosegue l’esortazione nella seconda unità (vv. 9-11) sottolineando la fecondità della prova affrontata dai credenti. Il v. 9 si apre con l’argomentazione a fortiori: se la sottomissione all’educazione paterna risulta conveniente per la maturazione della persona umana, a maggior ragione lo è la sottomissione alla paideia di Dio, «padre degli spiriti» (v. 9: hypotagēsometha tō patri tōn pneumatōn). La finalità pedagogica dell’azione di Dio è notevolmente più nobile della limitata educazione umana: Dio vuole far partecipi i credenti della «sua santità» (v. 10: eis to metalabein tēs agiotētos autou). Infatti i criteri di Dio volti all’effettiva utilità dei figli da Dio corretti, sono più eccellenti di quelli umani (v. 10). E’ interessante notare la gradualità dell’argomentazione proposta. In un primo momento ogni correzione (pasa paideia) risulta negativa perché non dona gioia (v. 11: ou dokei charas), ma una sensazione di «tristezza» (lypēs). Tuttavia quando si accetta la sofferenza nell’ottica della divina paideia, essa produce un «frutto pacifico» (karpon eirēnikon) in coloro che sono stati addestrati (gegymnasmenois apodidōsin) e di giustizia (dikaiosynēs). L’esito dell’accettazione della divina paideia è rappresentato dall’equilibrio umano e spirituale del credente, che accoglie il dono della «pace» e della «giustizia». Si tratta di due condizioni che contrassegnano l’ideale di vita della persona umana. «Pace e giustizia» non sono solo frutto del processo educativo derivato dalla sofferenza, ma nell’ottica biblica, sono doni messianici offerti da Dio attraverso Cristo crocefisso e risorto (cfr. Fil 1,1; Gc 3,18)[22].

4. Conclusione

Riassumendo l’esito del percorso proposto, è possibile costatare la peculiarità del tema della «sofferenza educatrice» nell’argomentazione di Ebrei. Pur avendo un sostrato culturale che affonda le sue radici nella tradizione filosofica ellenistica (gr.: paideia) e scritturistica (eb.: jāsar), l’autore di Ebrei rielabora la tradizione della paideia conferendo al tema della «sofferenza educatrice» una triplice prospettiva. In primo luogo la paideia kyriou si compie nell’esistenza di Gesù di Nazaret, Figlio di Dio che liberamente accetta di essere solidale in tutto tranne il peccato, con l’umanità. Nella linea cristologica la paideia si rivela come cammino educativo realizzato nella logica della condivisione delle gioia e dei dolori dell’uomo.

Una seconda prospettiva attiene al mistero pasquale del Figlio di Dio e segnalatamente alla finalità soteriologica della sua missione. Pienamente Dio e pienamente uomo, unico sommo sacerdote, Cristo sceglie di apprendere la sua umanità obbedendo pienamente alla volontà del Padre. Per tale ragione la missione salvifica di Cristo si realizza attraverso la «sofferenza educatrice» della passione e delle morte, culmine dell’amore solidale di Dio con l’umanità.

Un’ultima prospettiva è applicata all’esistenza dei credenti, sottoposti a prove e persecuzioni. L’argomentazione proposta dall’autore di Ebrei si fonda proprio sul valore della «sofferenza educatrice» assunta dal Figlio, la cui esemplarità schiude il senso dell’umano soffrire non solo in vista della maturazione della persona e della sua capacità relazionale ispirata dalla pace e alla giustizia, ma della prospettiva messianica implicata nella cammino dei credenti verso la meta dell’eternità. La sofferenza educatrice non va interpretata come una realtà fine a se stessa, né va proposta come una ricerca autoreferenziale (culto) del «soffrire umano» per se stesso, ma essa va accettata lottando, sperando, camminando in vista del frutto che Dio dona a coloro che si sottomettono a Lui. In questo senso la «sofferenza educatrice» rivela insieme la dignità della persona umana immagine di Dio e la «figliolanza» dei credenti in rapporto al Padre. Essi sono chiamati a fissare lo sguardo nel Figlio e a vivere la solidarietà dell’amore che è dono dello Spirito Santo. In definitiva la sofferenza educatrice sperimentata da Gesù nei giorni della sua vita terrena rappresenta la «chiave ermeneutica» per l’uomo di oggi, chiamato ad affrontare il suo quotidiano soffrire, con la forza della fede in Cristo[23].

Prof. Giuseppe De Virgilio
Dipartimento di Sacra Scrittura
Facoltà di Teologia
Pontificia Università della Santa Croce

Note

[1] - Cf. W. Jaeger, Cristianesimo primitivo e paideia greca, La nuova Italia, Firenze 1977, pp. 1-15, M. Hengel, L’ellenizzazione della Giudea nel I secolo d. C., SAB 104, Paideia, Brescia 1993; A. Valvo, «All’origine del cristianesimo primitivo e paideia greca. Cristianesimo ed ellenizzazione», in W. Jaeger, Cristianesimo primitivo e paideia greca con saggi integrativi di autori vari, pp. 237-247; L. Troiani, «Giudaismo, cristianesimo e grecità. “Ellenismo cristiano”», in W. Jaeger, Cristianesimo primitivo e paideia greca con saggi integrativi di autori vari, pp. 251-267.

[2] - Cfr. M. Saebø, jsr-punire, in E. Jenni – C. Westermann (a cura di), Dizionario Teologico dell’Antico Testamento, I, Marietti, Torino 1978, pp. 638-642; G. Schneider, Paideia - Paideuō, in H. Baltz – G. Schneider (a cura di), Dizionario esegetico del Nuovo Testamento, II, Paideia, Brescia 1997, pp. 714-717; C. H. Talbert, Learning through suffering: The educational value of suffering in the New Testament and in its milieu, Liturgical Press, Collegeville (MI) 1991, pp. 66-67; A. Vanhoye, La souffrance éducatrice, «Assemlee du Seigneur» 52 (1974), pp. 61-66; M. Ciccarelli, La sofferenza di Cristo nell’epistola agli Ebrei (SRB 49), Dehoniane, Bologna 2007.

[3] - L’impiego neotestamentario di paideia è attestato nella parenesi familiare di Ef 6,4, («E voi, padri, non irritate i vostri figli, ma allevateli nella disciplina e nell’istruzione del Signore») e nella descrizione dell’efficacia dell’apprendimento della «Scrittura ispirata da Dio» rivolta dall’Apostolo a Timoteo («Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia» (2Tm, 3,16). Le altre tre ricorrenze sono contenute in Eb 12,5-11, testo parenetico con cui l’autore intende fornire motivazioni spirituali e teologiche nella situazione di prova e di persecuzione della comunità destinataria dell’insegnamento epistolare.

[4] - Cfr. F. Urso, «Imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8). Il valore educativo della sofferenza in Gesù e nei cristiani nella lettera afli Ebrei, Pontificia Università Gregoriana, Roma 2005, pp. 335-408.

[5] - Annota Ciccarelli: «Nell’epistola non si parla mai esplicitamente di “passione di Cristo”, tuttavia, mentre in 2,9 il termine al singolare pathēma thanatou spinge a pensar ai patimenti di Cristo durante la morte, al v. 10, invece, il plurale pathēmatōn ha un senso più ampio, non ristretto al momento della morte, che si definisce in rapporto al verbo teleiōtai che segue subito dopo» (M. Ciccarelli, La sofferenza di Cristo nell’epistola agli Ebrei, cit., p. 31).

[6] - Cfr. F. Manzi, Lettera agli Ebrei, Città Nuova, Roma 2001, pp. 52-53.

[7] - Cfr. Nm 3,15; 18,3; 26,62.

[8] - Cf. F. Urso, E’ stato provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, eccetto il peccato, «Parola Spirito e Vita» 55/1 (2007), pp. 127-137.

[9] - Cfr. F. Manzi, Lettera agli Ebrei, pp. 83.

[10] - Cfr. F. Urso, «Imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8), pp. 294-305.

[11] - Cfr. Ibidem, pp. 306-322; cfr. A. Vanhoye, Sacerdoti antichi e Nuovo Sacerdote secondo il Nuovo Testamento, cit., pp. 101-106.

[12] - F. Urso ha mostrato come il tema della sofferenza educativa, che affonda le sue radici nella letteratura sapienziale dei maestri di Israele, rappresenta la novità della riflessione proposta dall’autore Cfr. F. Urso, «Imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8), pp. 322-325.

[13] - Cfr. Ibidem, 325-328. Annota Ciccarelli: «Possiamo collegare il concetto di obbedienza di Eb 5,8 con il passo di Fil 2,8, dove si dice che l’obbedienza conduce Cristo fino all’estremo: la morte di croce, Nella logica dell’abbassamento-gloria presente nell’inno di Fil 2,6-11, l’obbedienza di Cristo fino alla morte e alla morte di croce (2,8) viene preceduta dall’affermazione che egli assume la “forma” di servo, divenendo a somiglianza di uomini (2,7)» (M. Ciccarelli, La sofferenza di Cristo nell’epistola agli Ebrei, pp. 101).

[14] - Cfr. F. Urso, «Imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8), pp. 328-334.

[15] - Il testo di Eb 12,4-11 ha rapporto con il contesto cristologico precedente, cfr. F. Urso, «Imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8), pp. 341-345; pp. 403-406, N. C. Croy, Endurance in Suffering: Hebrews 12-13 in Its Rhetorical, Religious, and Philosophical Context, University Press, Cambridge 1998, pp. 195-199.

[16] - Ibidem, p. 337.

[17] - Cfr. C. Marcheselli Casale, Lettera agli Ebrei. Nuova versione, introduzione e commento, pp. 555-565; F. Manzi, Lettera agli Ebrei, pp. 180-188; C. Broccardo, Tre buoni motivi per non arrendersi (Eb 12,1-29), «Parole di Vita» 2 (2014), pp. 28-33.

[18] - Ritorna in Pr 3,11 la stessa perifrasi «paideias kyriou» (= correzione del Signore). Diverse sono le attestazioni anticotestamentarie della correzione (prova) divina come «processo di educazione» dei singoli e del popolo: cfr. Dt 8,5; Ger 2,30; 5,3; 31,18; Sal 118,18; Gb 5,17.18; Gdt 8,27; 2Mac 6,12-16; Sap 12,22.

[19] - C. Marcheselli Casale C., Lettera agli Ebrei. Nuova versione, introduzione e commento, p. 556, nota 385; F. Manzi, Lettera agli Ebrei, p. 185.

[20] - C. A. Vanhoye, La structure littéraire de l'épître aux Hébreux, Desclée, Paris 1963, pp. 196-203.

[21] - «Perciò nel momento in cui i cristiani si accorgessero dell’assenza di prove nella loro vita, dovrebbero verificare l’autenticità della loro relazione con Dio (cfr. Eb 12,8)» (F. Manzi, Lettera agli Ebrei, p. 185).

[22] - «Grazie a Cristo, “re di giustizia” e “re di pace” (7,2), gli uomini che o seguono nel suo itinerario di croce e di glorificazione (cfr. 12,2), hanno la certezza dell’esito positivo delle loro prove» (F. Manzi, Lettera agli Ebrei, p. 186).

[23] - Scrive San Giovanni Paolo II nella lettera Salvifici Doloris: «L'umana sofferenza ha raggiunto il suo culmine nella passione di Cristo. E contemporaneamente essa è entrata in una dimensione completamente nuova e in un nuovo ordine: è stata legata all'amore, a quell'amore del quale Cristo parlava a Nicodemo, a quell'amore che crea il bene ricavandolo anche dal male, ricavandolo per mezzo della sofferenza, così come il bene supremo della redenzione del mondo è stato tratto dalla Croce di Cristo, e costantemente prende da essa il suo avvio. La Croce di Cristo è diventata una sorgente, dalla quale sgorgano fiumi d'acqua viva. In essa dobbiamo anche riproporre l'interrogativo sul senso della sofferenza, e leggervi sino alla fine la risposta a questo interrogativo» (Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Salvifici doloris sul significato cristiano del dolore umano, 11.2.1984: AAS 76 (1984) p. 212.


© 2015 Giuseppe De Virgilio & Forum. Supplement to Acta Philosophica

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