Raffaella Esposito
DOI:  10.17421/2498-9746-01-13
Abstract 

La Philosophy for children (P4C) è un progetto educativo per bambini e ragazzi (dalla scuola dell’infanzia ai primi anni del liceo) ideato da M Lipman negli anni ’70 ed oggi largamente diffuso e sperimentato in diverse parti del mondo. Esso recupera il modo di fare filosofia proprio delle prime scuole greche e la metodologia di impronta socratica, ri-proponendo la frequentazione della filosofia nella sua dimensione di attività ed esercizio dialogico comunitario; in questa accezione la filosofia si traduce in pratica, precipuamente nel filoso-fare insieme in una classe. L’obiettivo principale è quello di insegnare ai ragazzi a pensare bene ed in modo autonomo, attraverso l’indagine conoscitiva ed autocorrettiva. Il programma della P4C si caratterizza pertanto per l’uso che fa della filosofia come strumento e metodo di educazione al pensiero complesso (critico, creativo e valoriale), e per il modo in cui attua il suo progetto (il filoso-fare) incentrandolo sull’idea della ricerca/conoscenza in comunità (CdR). Il pensiero complesso e il metodo critico (che evidenziano la processualità del pensiero) costituiscono il cuore del filosofare nella CdR, e l’apprendimento che grazie ad essi si realizza si muove nei tre ambiti della cognizione, metacognizione e motivazione. Ecco perché il filosofare nella CdR si presenta come un ottimo sistema formativo trasversale rispetto alle materie curricolari tradizionali: infatti esso offre ai ragazzi, da una parte, l’occasione per acquisire il metodo della filosofia che agisce sullo sviluppo di competenze cognitive e metacognitive di secondo livello; dall’altra, considerando l’aspetto contenutistico, il filosofare si situa su un livello “meta” rispetto alle altre discipline ed aiuta ad organizzarne i saperi. La specificità della P4C come pratica filosofica che mira all’attivazione del “pensare e comprendere insieme” si esplica a partire dal particolare setting in cui vengono svolte le sessioni filosofiche (incontri e non lezioni) di cui è responsabile il "facilitatore". L’attività filosofica è organizzata in sessioni filosofiche, strutturate in 4 fasi principali che prendono avvio da un c.d. testo stimolo che garantisce la funzione problematizzante propria della ricerca filosofica. La P4C realizza in questo modo quella particolare e feconda associazione tra filosofia ed infanzia che si fonda sull’assunto che la filosofia sola ha la capacità di agire sull’essere nel suo complesso, permettendogli di percorrere alcuni sentieri che “altri saperi da soli non possono percorrere”. É questa appunto la specificità della filosofia dell’infanzia: valorizzare e sistematizzare il “domandare” filosofico già presente nell’infanzia, accompagnando così il bambino nel suo cammino ermeneutico sui sentieri della vita, permettendogli di scoprire se stesso e il mondo come luoghi di rivelazione e di avvento della verità, con la sempre maggiore consapevolezza del valore che tale scoperta ha sul suo agire quotidiano e sulle sue scelte.

Lo studio della filosofia non è una strada sicura per diventare leader intellettuali, ma avvicina gli studenti alle forze che creano le idee e le rendono potenti, e dovrebbe aumentare in essi competenza esperta nell’uso degli strumenti attraverso cui le idee guida dell’umanità sono prodotte e validate [J. Dewey, The Study of Philosophy, MW vol.6, 1910-1911].

Il filosofare è un’attività che si sviluppa in un contesto di vita, come emergenza che affiora e prende forma di fronte alla problematicità dell’esperienza e, nello stesso tempo, in virtù dell’orizzonte sociale, linguistico e simbolico in cui il corso dell’esperienza si dipana [A. Cosentino, Filosofia come pratica sociale. Comunità di ricerca, formazione e cura di sé, Apogeo, Milano 2008, p. 4].

1. Che cos’è la Philosophy for Children

La Philosophy for children (P4C) rappresenta una delle più significative esperienze filosofico-pedagogiche contemporanee. Teorizzata da Matthew Lipman negli anni ‘70, ha avuto ampio seguito e diffusione dapprima negli Stati Uniti e successivamente in tutto il mondo con l'istituzione di numerosi centri e una consolidata sperimentazione del programma.[1] 

La P4C è un progetto educativo per bambini e ragazzi (dalla scuola dell’infanzia ai primi anni del liceo), realizzato in contesti scolastici e formativi, centrato sulla pratica del filosofare in una “Comunità di Ricerca” (CdR), cioè in una realtà dialogica che caratterizza la particolare indagine conoscitiva ed autocorrettiva, specificandola in una ricerca/indagine filosofica del senso della vita e delle cose fatta insieme, con, attraverso l’altro. Esso si iscrive nel solco delle pratiche filosofiche con delle sue particolari caratteristiche e proposte realizzative.[2] 

Il curricolo da una parte risente e recepisce le riflessioni e i nuovi approcci della filosofia contemporanea, in particolare della filosofia dell’educazione; dall’altra considera e propone (o ri-propone) accanto a quella tradizionale la frequentazione della filosofia nella sua dimensione di attività ed esercizio dialogico comunitario, sociale come già avveniva nell’Agorà delle antiche città-stato greche. In quest’ultima accezione la filosofia si traduce in una pratica, precipuamente nel filoso-fare insieme in uno spazio dove avviene l’incontro di idee, ragioni, valori, argomentazioni ed istanze personali ed universali e dove si agevola l’educazione al pensiero.

La P4C si caratterizza difatti per l’uso che fa della filosofia come strumento e metodo di educazione al pensiero complesso (critico, creativo e valoriale),[3]  e per il modo in cui attua il suo progetto (il filoso-fare) incentrandolo sull’idea della ricerca/conoscenza in comunità (CdR).[4] 

Relativamente alla prima questione non è un caso, infatti, che l’ideatore di questo curricolo (o programma educativo) fosse un docente di logica il quale proprio dalle difficoltà che i suoi studenti dimostravano nella pratica formale ed informale del ragionamento logico-argomentativo colse lo spunto per costruire una proposta di educazione precoce al pensiero, già dall’infanzia. È in quell’età che lo stupore davanti al mondo è più forte, spontaneo e genuino[5]  ed è in quell’età che si può abilitarsi ad un “modo” filosofico di interpretare e conoscere se stessi e il mondo.

Occorre specificare che “il pensare bene e il conoscere” non sono certo atteggiamenti esclusivi del filosofo; ciò che contraddistingue “il pensare filosoficamente” (cioè “con metodo filosofico”) è il fatto che il filosofo «pensa diversamente dagli altri sul pensiero. E lo fa non per spiegare il mondo una volta per tutte, ma per comprenderlo sempre nuovamente».[6]  La domanda e il domandare filosofico sul perché, che significa ricerca di senso e significato, specifica l’inquiry dell’attività conoscitiva, che il filosofo sottopone sempre al vaglio della ragione e della riflessione critica.

Il pensiero complesso e il metodo critico costituiscono appunto il cuore del filosofare e l’apprendimento che con esso si realizza si muove nei tre ambiti della cognizione, metacognizione e motivazione. Ecco perché il filosofare nella CdR si presenta come un ottimo sistema trasversale rispetto alle discipline curriculari tradizionali: infatti offre ai ragazzi, da una parte, l’occasione per acquisire il metodo della filosofia che, agendo sullo sviluppo di competenze cognitive e metacognitive di secondo livello, attraversa trasversalmente tutte le discipline curricolari, supportandone gli ambiti di conoscenza. Dall’altra, considerando l’aspetto contenutistico, il filosofare si situa su un livello “meta” rispetto alle altre discipline ed aiuta ad organizzarne i saperi:[7] 

«quando si passa consapevolmente e razionalmente alla ricerca del significato […] lì si apprende a filosofare; e ciò di cui ci si appropria è una metodologia di ricerca dialettica. […] Le procedure di indagine razionale, di natura dialogica e argomentativa, adottate dal filosofo, sono generate dal confronto tra punti di vista e generano l’elaborazione di ragioni a sostegno delle teorie sostenute. Un confronto che se avviene all’interno della Comunità di Ricerca può favorire la ristrutturazione consapevole delle idee, il cambiamento concettuale, la critica e la crescita della conoscenza attraverso l’ottimizzazione dello scambio intersoggettivo. […] La filosofia diventa dunque una possibilità intellettuale ‘per tutti’ e un’occasione di ricerca ‘per ciascuno’, che non può essere riservata a pochi eletti, ma estesa e promossa all’umanità che cerca l’uomo».[8] 

L’inquiry filosofica si concretizza così in un’avventura di ricerca che nella P4C diviene attività formativa fatta con gli altri e spesso grazie agli altri, proprio nello spazio di apprendimento della CdR: «la ‘comunità di ricerca’ è sempre dunque anche una ‘comunità di pratica’ in cui il pensare è azione condivisa entro un universo pragmatico storicamente e culturalmente determinato. ‘Imparare facendo’ non è dunque solo un principio attivistico caro a Lipman allievo di Dewey, ma il modo che l’essere umano utilizza per appropriarsi del mondo e degli strumenti culturali che gli consentono di trasformarlo responsabilmente».[9] 

Metodo filosofico e ambiente di co-ricerca sono dunque i pilastri su cui si sviluppa l’intera proposta lipmaniana e il suo fine principale è l’educazione al pensare ‘bene’: evidenti risultano le risonanze delle filosofie contemporanee che hanno fortemente rilanciato le prospettive dell’alterità e della socialità, cogliendo l’istanza originaria della filosofia, che voleva umanizzare l’uomo e la società, e il valore del filosofare, come esigenza etica e morale.

Infatti: «educare alla ragione è una scelta di senso globale che ogni generazione fa rispetto a se stessa ed al suo futuro, assumendosi il carico di pensare e far pensare gli individui entro un orizzonte di valori umani diversificati ma coerenti in se stessi. Si tratta, in ultima analisi, di un atto di profonda fiducia e di autentico rispetto per il valore e le potenzialità della vita umana».[10] 

2. Realizzazione delle sessioni di P4C

La specificità della P4C come pratica filosofica che mira all’attivazione del “pensare e comprendere insieme” si esplica a partire dal particolare setting in cui vengono svolte le sessioni filosofiche (incontri e non lezioni) di cui è responsabile il “facilitatore”. Il professore si trasforma nel facilitatore, la classe si tramuta in una comunità di ricerca (CdR[11] ) e le persone cominciano a dialogare in cerchio, partendo dal “domandare”. Il domandare filosofico caratterizza e lancia l’intera esperienza di ricerca nella CdR.

La Philosophy for Children raccoglie difatti la centralità dell’attività conoscitivo-interpretativa che parte dal “domandare corale” e la mette a sistema, attivando la ricerca attraverso l’utilizzo di testi che non servono solo per leggere, ascoltare, osservare, immaginare; essi, attingendo i loro contenuti da situazioni tipiche della vita concreta dei lettori, sono usati anche e soprattutto come strumenti per pensare, dialogando in una comunità di ricerca al fine di scoprire significati nelle cose che ci circondano e “ci abitano”; per sostenere quell’abitudine al pensare che possa indirizzare le scelte del saper fare quotidiano di ciascuna persona. Conoscenza, interpretazione, relazione, ricerca, verità, con-filosofare sono le parole-chiave che pongono le premesse per una filosofia pratica con i ragazzi.[12] 

Il curricolo infatti si prefigge l’obiettivo di insegnare a pensare e a pensare il pensiero in chiave esperienziale.[13]  Per fare questo esso è costruito in modo da agevolare l’ingresso dai bambini e dei ragazzi nell’esperienza della conversazione filosofica dell’umanità con il loro punto di vista in dialogo con quello degli altri, rendendoli più consapevoli dei pensieri e delle azioni, promuovendo il pensiero complesso e multidimensionale, aiutandoli a formulate giudizi migliori praticando la dimensione sociale del pensare.

L’attività filosofica è organizzata in sessioni filosofiche, strutturate in 4 fasi principali che prendono avvio da un c.d. testo stimolo. I testi utilizzati possono essere i racconti redatti precipuamente da Lipman per i diversi gradi scolastici (ognuno per ogni fascia di età)[14]  od anche altre rappresentazioni testuali (iconiche, gestuali, drammaturgiche…)[15]  che garantiscano la funzione problematizzante propria del testo-stimolo, in coerenza con le capacità e competenze specifiche di ogni età e grado scolastico.

In definitiva la P4C si propone innanzitutto l’attivazione di processi di pensiero (complesso) e di attività di apprendimento intenzionale in forma corale attraverso un’attività riflessiva che, come specifica la prof.ssa Santi, usa il linguaggio quotidiano e lo raffina per renderlo capace di dare senso profondo al mondo e all’uomo e allo stesso tempo produce un’azione intellettuale peculiare nel suo approccio razionale, critico, problematizzante e creativo della realtà. Il tutto con un continuo movimento dal piano intrapersonale a quello interpersonale che proprio la struttura della CdR favorisce.

Così dalla lettura del testo e grazie ad esso si passa alla problematizazzione (compilazione della c.d. agenda in cui vengono raccolte le domande, suscitate dai testi-stimolo, dei partecipanti anziché delle asserzioni che chiuderebbero la ricerca), per passare alla costruzione del piano di discussione (fase di confronto e di deliberazione) ed alla valutazione della sessione.

L’intero processo è affidato al facilitatore (formato ad hoc) che nella P4C svolgerà funzioni regolative ed epistemiche e nella gestione della sessione valuterà la direzionalità, fluidità, componibilità epistemica, l’autoregolazione, il controllo procedurale, la correttezza metodologica, assumendo a seconda delle necessità i ruoli di facilitatore, modulatore, scaffolding, liberatore, promotore, care-giving.

Ciò significa che questa proposta educativa ha dei riflessi anche nel modo di concepire la figura e il ruolo dell’insegnante il quale, tenendo conto dei fini specifici della pratica filosofica con i bambini, predispone l’ambiente di apprendimento idoneo, conosce e attua le particolari procedure cognitive e metacognitive che vengono attivate nella CdR, svolge la funzione di facilitatore, di iniziatore e di garante delle stesse, partecipando attivamente ai processi formativi che si originano in ogni comunità di ricerca filosofica: il percorso formativo è dunque comune per allievi e insegnati nell’ottica di una educazione continua, pur se su livelli diversi e con funzioni distinte.

3. Il “cerchio ermeneutico” e l’apprendimento condiviso

Il setting caratteristico di ogni CdR è la disposizione dei partecipanti in cerchio, attraverso cui si vuole realizzare concretamente e metaforicamente la circolarità di pensiero tipica della fase di confronto e dibattito e l’innalzamento e “fusione di orizzonti” caratteristica della fase deliberativa di ogni sessione di P4C: il prodotto è il pensiero co-costruito e condiviso. Ecco perché il motore proprio della pratica filosofica di comunità è lo sviluppo del pensiero complesso, che nell’esplicazione di pensiero critico, creativo e valoriale permette e agevola la ricerca con gli altri. Nella comunità filosofica, infatti, si attua un processo di costruzione di conoscenze condivise e partecipate, un modello di auto/mutuo apprendimento che rispetta e integra le competenze e i livelli di apprendimento di tutti, un’incessante ricerca di senso e di significato e di problematizzazione critica, una molteplicità e diversità di forme di conoscenza e di angolature interpretative.

In questi termini «uno stadio precomunicativo del linguaggio non è pensabile. L’uomo non è mai stato con il suo simile senza vivere in sua presenza, rivolto a lui, cioè senza avere rapporto con lui. Non c’è mai stato linguaggio senza interpellazione».[16] 

Per questo motivo il percorso educativo della Philosophy for children prevede, come detto, la trasformazione della classe in una “comunità di ricerca” all’interno della quale i bambini e i ragazzi ascoltano con rispetto gli altri, integrano le idee degli altri, chiedono agli altri di fornire ragioni a supporto delle loro opinioni, si aiutano a vicenda a trarre conclusioni da quanto si è detto.

Il progetto formativo permette di promuovere lo sviluppo critico e creativo del pensiero, nonché la dimensione “caring”, ovvero un atteggiamento consapevole, fondato sulla comunicazione e sull’empatia, nei confronti delle proprie emozioni e delle decisioni, valorizzando e sostenendo la multidimensionalità della persona.

«L’educazione è essenzialmente una questione di comunicazione con l’altro, un processo di interiorizzazione del sociale i cui effetti, psicologici ed esistenziali, si traducono in nuovi scambi e relazioni con il mondo. […] Allora la scuola diviene l’ambiente privilegiato dove condividere e distribuire il pensare, inteso come azione sociale mirata alla co-costruzione di conoscenza.[…] Pensare insieme favorisce sul piano individuale e collettivo l’apprendimento significativo e lo sviluppo di atteggiamenti critici e responsabili sia verso gli oggetti di conoscenza che verso se stessi come soggetti di conoscenza».[17] 

In questo senso anche Pareyson riconosceva grande valore alla socialità per la crescita della persona: «per quanto riguarda la società, il carattere evidentemente interpretativo della conoscenza interpersonale conferma che la personalizzazione è elemento essenziale e costitutivo della società: entrare in società significa entrare come persona in rapporto con persone, cioè non rinunciare a sé, ma sviluppare in sé quella congenialità che ci permette di comprendere gli altri e farci simili a loro, contribuendo così a istituire la società come colloquio e affinità».[18] 

Nella prospettiva descritta, allora, educazione e filosofia appaiono complementari: da un lato l’educazione che privilegia la categoria della relazione e della corresponsabilità al fine principale di promuovere lo sviluppo della persona nella sua complessità; d’altra parte la filosofia che intende la ricerca come esercizio di umanità e avventura formativa, in definitiva come attività e non come dottrina, come lavoro critico del pensiero su se stesso.

4. Conclusioni

Quello che la pratica filosofica di comunità realizza è una trasformazione della relazione con il sapere: una relazione che, come già messo in evidenza, è (per)formativa della persona in qualunque periodo della vita si trovi, nel senso di «prendere (sempre più) forma umanamente degna».[19] 

«In questo senso, possiamo definire la filosofia un'esperienza del pensiero, un movimento del pensare che attraversa la vita di chi la pratica. [...] La pratica della filosofia porta con sé dei rischi. Non promette tesori certi alla fine del percorso. È un modo di aprire il pensiero a se stesso e al nuovo, aprirlo a nuove forme di pensiero e a pensare nuovamente. Per questo, l'incidenza che ciò determinerà in ogni soggettività è imprevedibile. Non esistono due esperienze uguali di pensiero filosofico: due gruppi (o due persone), di fronte ad un medesimo avvenimento, vivono esperienze diverse e uno stesso gruppo non è in grado di ripetere una medesima esperienza di pensiero in due omenti diversi. L'esperienza costituisce qualcosa da cui si esce trasformati e il punto finale di una tale trasformazione non può essere anticipato».[20] 

Approcciare in questo modo la filosofia (e in particolare la filosofia dell’infanzia) significa, come già insegnava Socrate, pensare e fare in modo filosofico, in una maniera tanto pervasiva da divenire un modo di essere e di stare nel mondo. Un modo che crea fastidio, incertezza, curiosità, continua ricerca; un modo che non si acquieta mai e che dà ragione della radice inquieta del nostro cuore, non nel senso di irrequietezza ma di fecondo agire e pensare che continuamente si supera ed autotrascende.

In questo senso Lipman e Socrate vedono entrambi la filosofia come “la migliore pratica educativa” ed entrambi sostengono in qualche modo che «un’autentica educazione non può non essere filosofica».[21]  Ma vi è di più. Se è vero che la filosofia è intesa da entrambi come ricerca, analisi, cammino che gli interlocutori di un dialogo devono percorrere insieme; se per entrambi il linguaggio assume un ruolo centrale nella crescita del dialogo; se per entrambi il cammino comincia dalla confusione (stupore) concettuale; ebbene, ancora più vero ed interessante nell'analisi del progetto educativo da entrambi voluto è l’elemento della coesione tra filosofia e vita, che proietta la domanda e la riflessione molto al di là “delle stanze delle classe scolastica” e quando praticata in essa, la trasforma. Appare evidente, quindi, nella pratica filosofica la centralità della co-costruzione della dimensione etica e del suo forte valore performativo.

A sostegno di questo processo vi sono lo sviluppo della ragionevolezza, della capacità critica e problematizzante, delle abilità dialogiche e relazionali, come detto.

In particolare, grande attenzione viene prestata all'uso che si fa del domandare e del domandar-si, come inizio di un cammino interpretativo e svelativo,[22]  di una ricerca in comunità in cui la molteplicità delle interpretazioni creano l'autentico dialogo e la compresenza di diversità di posizioni stimola il potenziamento della capacità di ascolto piuttosto che l'affermazione esclusiva e principale del proprio pensiero.

Pensare la contraddizione, vivere nel paradosso: è la sfida ma anche la meraviglia dell'opera umana, che si fa opera a se stessa, in continuo dialogo con la speranza.[23] 

Sperare l’insperabile[24]  e pensare l’impensabile apre il pensiero e l’agire umano al non ancora previsto, esperito: lasciarsi sorprendere e meravigliare permette alla filosofia di essere un’esperienza di vita significativa perché permettete all’uomo di conoscersi e conoscere, di “essere un di più d’essere”. E su questo l’infanzia ha molto da insegnare.

Ecco perché si può affermare che la P4C adotta un’accezione di filosofia pratica che è funzionale all’esistenza reale, mentre quella dottrinale è più proiettata alla ricerca pura: la differenza è procedurale, operativa, ma non sostanziale. La filosofia come visione-del-mondo contrapposta appunto alla filosofia come scienza, per dirlo con le parole di Husserl, consiste essenzialmente in una descrizione creativa del sé, che procede nel senso di una re-interpretazione continua, originale e in varia misura indipendente dalla realtà entro cui si vive.[25]  «L’uso strumentale della filosofia ha un’accezione completamente positiva, in questa sede, intendendo con ciò l’utilizzazione dell’esercizio filosofico funzionale alla crescita personale e all’affinamento del mondo dei significati dei diversi interlocutori, ben oltre il circolo della produzione-riproduzione disciplinare».[26] 

Si comprende quindi quale valore possa avere un’introduzione al metodo filosofico (socratico, nel senso sopra definito) sin dall’infanzia, in cui il bisogno di senso è radicalmente e prepotentemente forte e spontaneo. Per questo la P4C afferma che il bambino può, è capace di svolgere indagini filosofiche[27]  (anche se non con i tecnicismi propri della disciplina accademica) e che può avviarsi alla familiarizzazione con la filosofia già dai primi anni del sorgere delle sue domande sul “senso”. Certo si tratta di un’attività che deve tenere conto dei modi tipici, dei tempi di sviluppo cognitivi e degli strumenti linguistici con cui il bambino organizza il suo appartenere al mondo; che attinge le occasioni di riflessività dalle condizioni naturali e spontanee del suo desiderio di conoscere; che per questo offre alla sua attenzione situazioni di vita ordinaria che aiutarlo a capire ed interpretare il mondo della vita, per dare ad esso significato, e con esso dare senso alla sua esistenza, attraverso un uso sempre più disciplinato e condiviso della ragione ed un uso sempre più condiviso dell’atto interpretativo, sempre in prospettiva pratica.

Per questo motivo la filosofia dell’infanzia (e la filosofia in generale) agisce sempre sul piano dell’essere prima ancora che su quello del conoscere e produce trasformazioni profonde nel modo di agire oltre che del pensare. E questo è tanto più evidente quando a filosofare sono i bambini o i ragazzi, se si assume, come crediamo, che l’infanzia non è «un periodo transitorio nello sviluppo dell’uomo [ma] piuttosto una condizione che, per certi suoi elementi costitutivi, si riveli come symbolos della condizione umana stessa».[28] 

Nello stesso senso anche il prof. Kohan si riferisce all’infanzia come alla condizione esistenziale per eccellenza di questo modo di “fare e poter fare” la filosofia. Egli recupera ed invera il significato del termine infanzia, utilizzando le espressioni filosofia dell’infanzia e infanzia della filosofia che così spiega: «l’infanzia è un attributo dell’esistenza che simboleggia la non determinazione e la possibilità di trasformazione. L’infanzia è una figura del nuovo, di un avvenire aperto, impensato. Abitare l’infanzia non è tanto una questione di età quanto di relazione con ciò che siamo e possiamo essere. [...] Proviamo a pensare in modo diverso. L’infanzia come immagine di discontinuità, di ciò che non può essere inscritto dentro la logica del prestabilito. Nell’infanzia campeggia la possibilità. Una potenza, una forza creatrice, anche tutto ciò è l’infanzia».[29] 

La pratica della filosofia nella P4C con i bambini si colloca in questa specifica prospettiva, in cui la filosofia stessa ritrova la sua “infanzia” e l’infanzia le si offre come figura paradigmatica della ricerca non determinativa ma svelativa, utilizzando le potenzialità della filosofia «come una scommessa contro il pensiero affermativo. [...] Il pensiero filosofico rende problematico ciò che è ovvio, incredibile ciò che è naturale e stupefacente ciò che è normale, ci trasforma, rende il cammino favorevole a una nuova esistenza».[30] 

Se volessimo tentare di riassumere il senso generale che questi quasi 40 anni di P4C hanno avuto nella crescita e nell’educazione dei bambini che in diversi luoghi del mondo l’hanno praticata (e negli adulti che li hanno accompagnati) potremmo farlo ricordando le parole di A. Sharp:

«[la P4C] ha offerto ai bambini un mezzo per pensare autonomamente sui concetti filosofici che stanno alla base della loro visione dell’esperienza e del mondo. La Philosophy for Children non ha solo sviluppato lo sviluppo di abilità cognitive, ma ha aiutato i bambini ad essere più consapevoli di se stessi; li ha messi in grado di pensare da soli chi sono, chi vorrebbero essere e in che mondo vorrebbero vivere; ha incoraggiato la loro capacità di operare con altri per inventare nuovi ideali, nuovi rapporti e ha ridato il coraggio di agire su questo mondo. Questo coraggio arriva dalla compassione per la sofferenza umana e dal rifiuto della violenza. Comporta una disponibilità a protestare contro le ingiustizie, il coraggio di rapportarsi agli altri e di rischiare la propria personalità nel rapporto con quelli che sono molto diversi da noi. E proprio questo coraggio che prepara i bambini a convivere con il paradosso che ci sono momenti in cui devono impegnarsi a fondo nell’agire sul mondo, dopo aver intrapreso una ricerca comune, pur consapevoli del fatto che potrebbero sbagliarsi».[31] 

La particolare e feconda associazione tra filosofia ed infanzia che il curricolo della P4C realizza si fonda sull’idea che la filosofia sola ha la capacità di agire sull’essere nel modo descritto nell’intero elaborato, permettendogli di percorrere alcuni sentieri che “altri saperi da soli non possono percorrere”. É questa appunto la specificità della filosofia dell’infanzia: accompagnare il bambino nel suo cammino ermeneutico sui sentieri della vita, permettendogli di scoprire se stesso e il mondo come luoghi di rivelazione e di avvento della verità con la sempre maggiore consapevolezza del valore che tale scoperta ha sul suo agire quotidiano e sulle sue scelte.

Dott.ssa Raffaella Esposito
Teacher expert in P4C

Note

[1] - La Philosophy for Children (P4C) è un curricolo formativo per bambini e ragazzi che viene ideato e sistematizzato dagli anni ’70 in poi ad opera di M. Lipman, allievo di J. Dewey, e dai suoi collaboratori. Il curricolo si inscrive nel sistema delle c.d. pratiche filosofiche. Avviato negli USA e diffusosi rapidamente in diversi paesi del mondo attualmente la P4C ha un coordinamento internazionale (ICPIC) a cui afferiscono tutte le associazioni nazionali che attuano il suo curricolo, autorizzate a rilasciare le certificazioni ufficiali a tutti i facilitatori formati secondo il programma ed i parametri nazionali ed internazionali (teacher e teacher expert), presso sedi universitarie e non. Cfr. J. Dewey, Come pensiamo, La Nuova Italia, Firenze 1994. ID., Il mio credo pedagogico. Antologia di scritti sull’educazione, L. Borghi (a cura di), La Nuova Italia, Firenze 1954. M. Lipman – A. M. Sharp – F. S. Oscanyan, Philosophy in the Classroom, Temple University Press, Philadelphia 1980. M. Lipman, Philosophy goes to school, Temple University Press, Philadelphia 1988; ID., Thinking in Education, Cambridge University Press, Cambridge 1991. ID., Thinking Children and Education, Kendall Hunt Publishing Company, Dubuque, Iowa 1993.

[2] - Cfr. A. Cosentino, Filosofia e formazione. 10 anni di Philosophy for children in Italia, Liguori Editore, Napoli 2002. Sulla pratica filosofica degli adulti in comunità di ricerche, le c.d. P4C, e sui suoi più recenti sviluppi avvenuti grazie soprattutto alla comunità italiana di praticanti di P4C, rimandiamo al volume di: A. Volpone (a cura di), Pratica filosofica di comunità, Liguori Editore, Napoli, 2013. Cfr. anche: A. Cosentino (a cura di), Pratica filosofica e professionalità riflessiva. Un’esperienza di formazione con operatori socio-sanitari, Liguori Editore, Napoli 2010.

[3] - Per un maggiore approfondimento sul pensiero complesso nella P4C cfr. A. M. Sharp, Filosofia per i bambini: educare un giudizio migliore, in M. Santi (a cura di), Philosophy for Children: un curricolo per imparare a pensare, Liguori Editore, Napoli 2005, pp. 34-40. Cfr. anche J. S. Bruner, La mente a più dimensioni, Laterza, Bari 1998.

[4] - Cfr. A. Cosentino - Stefano Oliverio, Comunità di ricerca filosofica e formazione. Pratiche di coltivazione del pensiero, Liguori Editore, Napoli 2011.

[5] - Cfr. V. Hösle – K. N., Aristotele e il dinosauro, Einaudi, Torino 1999, p. 188 e ss..

[6] - M. Santi, Philosophy for Children: un curricolo, un movimento, un percorso educativo possibile, in M. Santi (a cura di), Philosophy for Children: un curricolo per imparare a pensare, op. cit., p. 14.

[7] - Sul punto cfr. V. Hösle – K. N., Aristotele e il dinosauro, op. cit., p. 208.

[8] - M. Santi, Philosophy for Children: un curricolo, un movimento, un percorso educativo possibile, op. cit., p.16.

[9] - Ibi, p. 21.

[10] - M. Santi, Ragionare con il discorso. Il pensiero argomentativo nelle discussioni in classe, Liguori Editore, Napoli 2006, p. 6.

[11] - «La comunità di ricerca filosofica si presenta come un ambiente relazionale e discorsivo impegnato a trasformare i processi spontanei, quelli del mondo della vita e dell’esperienza quotidiana, in attività orientate e consapevoli, riflessive e controllate. […] La comunità prende forma in quella situazione in cui un certo numero di individui condividono un’esperienza in modo abbastanza prolungato. […] Una tale comunità può attivare al suo interno processi di riflessione e, quindi, di ricerca. […] La CdR conserva la comunità e la riflessione, ma, muovendosi sul terreno proprio della filosofia, è portata a compiere delle mutazioni che retroagiscono sia sul senso e le connotazioni della comunità che sullo stile e gli oggetti della riflessione, trasformando entrambe». A. Cosentino - S. Oliverio, Comunità di ricerca filosofica e formazione, op. cit., p. 1.

[12] - Sul punto cfr. anche M. Santi, Philosophy for Children: un curricolo, un movimento, un percorso educativo possibile, op.cit., p. 7 e ss.

[13] - J. Dewey, Esperienza ed educazione, La Nuova Italia, Firenze 1950.

[14] - I racconti redatti da Lipman e dai suoi collaboratori, che hanno tutti la forma della narrazione colloquiale e come temi quelli propri della vita quotidiana dei diversi protagonisti, prevedono ciascuno un manuale di supporto tanto al lavoro preparatorio delle sessioni che a quella degli esercizi od attività di gruppo da svolgere nel corso delle fasi delle sessioni.

[15] - Cfr. M. Striano, Filosofia e costruzione della conoscenza nei contesti di formazione, in M Santi (a cura di), Philosophy for Children, op. cit., p.58.

[16] - M. Buber, Elementi dell’interumano in: A. Poma (a cura di) Il Principio dialogico e altri saggi, Sanpaolo Edizioni, Milano 2004, p. 304. Per uno studio sulla parola, cfr. G. Mura, Pensare la parola, Urbaniana University Press, Vatican City 2001.

[17] - M. Santi, Ragionare con il discorso, op. cit., p. 47.

[18] - L. Pareyson, Esistenza e persona, Il Melangolo, Genova 1985, p. 221.

[19] - C. Nanni, Corresponsabili. Crescere e educarsi insieme, dispense a.a. 2011-2012, Università Pontificia Salesiana, Roma, p. 51. ID., Pedagogia e educazione in una cultura che cambia, LAS, Roma 1998.

[20] - V. Waksman – W. O. Kohan, Fare filosofia con i bambini, Liguori Editore, Napoli 2013, p. 73.

[21] - Ibi, p. 5.

[22] - Cfr. quanto affermato da Gadamer: «una buona forma di discorso deve porre una buona domanda», in G. Reale, Per una nuova interpretazione di Platone, Vita e pensiero, Milano 2003, p. 850.

[23] - Cfr. S. Palumbieri, L’uomo meraviglia e paradosso. Trattato sulla costituzione, con-centrazione e condizione antropologica, Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2006.

[24] - «Se non spera, non troverà l’insperabile, perché è introvabile e inaccessibile», Eraclito, frammento 18.

[25] - Cfr. E. Husserl, La filosofia come scienza rigorosa, Laterza, Roma 1994.

[26] - A. Volpone, Questioni epistemologiche concernenti le pratiche filosofiche, in M. Santi (a cura di), Philosophy for Children, op. cit., p. 245.

[27] - Cfr. M. Santi, Philosophy for Children: un curricolo, un movimento, un percorso educativo possibile, op. cit., p.14 e ss., e V. Hösle – K. N., Aristotele e il dinosauro, op. cit., p. 190 e ss.

[28] - A. Rigobello, Prefazione a F. Ulrich, L’uomo come bambino. Per un’antropologia filosofica dell’infanzia, LAS, Roma 2013, p. 5.

[29] - W. Kohan, Infanzia e filosofia, Morlacchi Editore, Segrate (Milano) 2006, p. 12.

[30] - Ibi, p. 19.

[31] - A. M. Sharp, Filosofia per i bambini: educare un giudizio migliore, in M. Santi (a cura di), Philosophy for Children, op. cit., pp. 41-42.


© 2015 Raffaella Esposito & Forum. Supplement to Acta Philosophica

CC

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Testo completo della licenza