Giuseppa Crimì
DOI:  10.17421/2498-9746-01-16
Abstract 

È ancora possibile, in un’era dominata dal progresso tecnologico, parlare di educazione alla Bellezza? Peppino Impastato sognava una terra libera dall’abitudine e dalla rassegnazione, facendo leva proprio sull’educazione alla bellezza. E altri, prima e dopo di lui, hanno creduto nella possibilità che la Bellezza possa salvare il mondo, perché l’uomo ha bisogno di contemplare ciò che è bello, per essere elevato alla Verità e alla Bontà. L’educazione alla Bellezza diventa, quindi, essenziale per la persona umana, perché essa stessa possa riconoscersi come “cosa bella” e, di conseguenza, come partecipe di bontà e di verità. L’esperienza della Bellezza, pur essendo esperienza personale, non è, tuttavia, esperienza solipsistica: essa dice una relazione tra il soggetto che contempla e l’oggetto contemplato. Chi è educato alla Bellezza, è capace di sviluppare capacità relazionali degne del suo essere personale, perché riconosce che l’oggetto possiede una bellezza intrinseca, che deriva dalla sua partecipazione alla Bellezza dell’Essere, e non dal gusto personale di chi guarda. Per questo, il gusto è facoltà da educare, al pari delle altre facoltà umane, perché l’uomo, unico essere al mondo che necessita di educazione e aspira alla Bellezza, possa essere ricondotto al grande albero dell’Essere, da cui, spesso inconsapevolmente, trae la sua linfa e il suo sostentamento.

«Se si insegnasse la Bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità: si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre.

»È per questo che bisognerebbe educare la gente alla Bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore».

La citazione non è certamente filosofica, ma riassume ciò che può significare educare alla bellezza. Si tratta di una riflessione di un giovane siciliano, Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 Maggio 1978, a causa del suo impegno contro ciò che deturpa il bello originario presente nel mondo. Per Peppino Impastato, il bello ha avuto un senso: non estetismo fine a se stesso, ma veicolo verso il riconoscimento di ciò che è buono. Prima di lui e, ancora, dopo di lui, tanti hanno continuato a coltivare quel sogno, pensando alla Bellezza come luogo di educazione e di salvezza per un mondo che sembra dirigersi sempre più verso una deriva nichilista, che dimentica l’uomo e la sua formazione integrale. La rottura dell’equilibrio e del legame tra conoscenza e bellezza e tra verità e bellezza, infatti, è conseguenza della trasformazione operata dalla modernità e condotta alle estreme conseguenze dal postmoderno. Il cardinal Martini, nella presentazione della Lettera Pastorale “Quale Bellezza salverà il mondo?”, citando lo scrittore russo Solgenitsin, scrive: «Il mondo moderno, essendosela presa contro il grande albero dell'essere, ha spezzato il ramo del vero e il ramo della bontà. Solo rimane il ramo della Bellezza, ed è questo ramo che ora dovrà assumere tutta la forza della linfa e del tronco». La bellezza, come aspirazione che nessuno è ancora riuscito a togliere dal cuore dell’uomo, dunque, è indicata come la via per ritornare allo stupore originario che genera conoscenza. Occorre allora chiedersi se sia ancora realizzabile il sogno di educare la gente alla bellezza, per mantenere vivi curiosità e stupore. È possibile, oggi, in un mondo che relativizza il Bene, il Vero, l’Essere stesso, ragionare di educazione e di bellezza? La bellezza può ancora salvare il mondo?

1. Breve excursus storico sul valore educativo della bellezza

Già dall’epoca della grande filosofia greca dell’antichità alla bellezza, all’armonia delle forme, si attribuiva il compito di educare i giovani ad una vita virtuosa e buona, perché fossero spinti a «contemplare la Bellezza nelle attività umane e nelle leggi, e a vedere come essa è dappertutto affine a se stessa»[1], nella certezza di poter accedere alla pienezza della virtù per gradi di conoscenza, che procedono dalla contemplazione della bellezza fisica, per risalire alla perfezione della bellezza in sé e per riconoscerne i tratti in ogni aspetto del reale. Gli autori greci, infatti, legavano indissolubilmente καλὸς καὶ ἀγαθός per definire ciò che è degno di ammirazione e di imitazione: tale è il combattente morto in battaglia per la salvezza della patria o l’atleta vincitore ad Olimpia, che rende luminosa la fama della città natale. Il bello, nella concezione greca, non può essere separato dal buono che lo specifica e lo accompagna.

Per Omero ed Esiodo, pur con le dovute specificazioni e differenze, ciò che è bello è dotato di splendore e luminosità, ma anche di forza attrattiva irresistibile. Il bello in quanto tale, nei poemi omerici, è evidente di per sé, perché attraverso esso si manifesta e si rende evidente la divinità. Per il mondo omerico, l’ideale di bellezza è legato all’aretè, la cui etimologia rimanda a ciò che è, in massimo grado, è buono e nobile. L’eroe, ossia colui che è àristos, per mantenere la sua condizione di “migliore”, deve continuamente tendere a gradi sempre maggiori di aretè, con conseguente necessità di esercizio e allenamento continuo. D’altra parte, la bellezza esercita sull’uomo una forza di persuasione tale, che difficilmente egli potrà resistere al suo richiamo.

A questa concezione della bellezza, si aggiunge la riflessione filosofica dei Pitagorici, che attribuiscono al bello i caratteri della simmetria e della proporzione, che completano l’ideale di splendore e luminosità dei poemi arcaici. Alla bellezza, quindi, nel mondo ellenico, sono sempre connessi ad altri valori, che hanno il compito di condurre l’uomo alla sua piena realizzazione. Per questo, nella polemica contro i Sofisti, che avevano esaltato il carattere persuasivo della bellezza, Platone ha sottolineato il valore di misura e proporzione del bello, che deve misurarsi sempre con il vero. Da qui nasce la critica alla bellezza cantata dai poeti, che allontana, secondo il pensiero platonico, l’uomo dalla ricerca della verità. Al contrario, il sentiero della conoscenza è aperto al filosofo, che nella sua ascesa verso il bene e il vero, riuscirà a «rinunciare a essere misura per lasciarsi misurare dall’universale e poter così incorporare la bellezza alla propria vita, al sapere e all’agire»[2].

È chiaro che, per Platone, come per Socrate prima di lui, alla bellezza si affida l’importante compito di condurre l’uomo alla ricerca della conoscenza dell’Essere, in cui risiede la vera sapienza. Attraverso il desiderio di ciò che è bello, che Platone chiama Eros, l’uomo è mosso a risalire dal sensibile al sovrasensibile, per giungere al principio. La bellezza, quindi, non ha valore in sé, ma in quanto rimando alla verità e alla bontà dell’essere, che, gerarchicamente, precede e fonda tutto l’esistente. Tuttavia, proprio per la sua evidenza, non è possibile prescindere dal bello nel cammino verso la sophia: contemplando la vera bellezza, l’uomo contemplerà se stesso e la verità. Per Platone, il cammino verso tale contemplazione è graduale: dalla bellezza dei corpi, si passa alla bellezza dello spirito, per raggiungere la bellezza in sé: «Perché questo è proprio il modo giusto di avanzare o di essere da altri guidato nelle questioni d’amore: cominciando dalle bellezze di questo mondo, in vista di quella ultima bellezza salire sempre, come per gradini, da uno a due e da due a tutti i bei corpi e dai bei corpi a tutte le belle occupazioni, e da queste alle belle scienze e dalle scienze giungere infine a quella scienza che è la scienza di questa stessa bellezza, e conoscere all’ultimo gradino ciò che sia questa bellezza in sé. Questo è il momento della vita, caro Socrate – continuava la forestiera di Mantinea –, o mai più altro, degno di vita per l’uomo, quando contempli la bellezza in sé»[3]. La bellezza, quindi, ha anche valenza educativa: se essa rimanda al principio, educare alla gradualità della bellezza significa introdurre il discente alla gradualità dell’Essere.

Compito della bellezza è, quindi, educare l’uomo all’ascesa verso il bene, che dovrà manifestarsi nell’azione buona e meritevole. Su questo solco comune a tutto il pensiero greco si muove anche Aristotele, che sottolinea la necessità della proporzione come caratteristica del bello. A differenza di Platone, che non fa coincidere il bello con il Principio, Aristotele stabilisce la coincidenza tra Primo Motore Immobile e bene, vero e bello. Tutte le sostanze da esso discendenti, nella costruzione aristotelica, possedendo per analogia bontà, verità e bellezza, sono di per se stesse appetibili ed intelligibili. Verità, bontà e bellezza sono presenti anche nella vita dell’uomo, che però dovrà renderle evidenti con il suo agire. Solo l’agire virtuoso manifesta la bellezza nella condotta umana. Infatti, come sottolinea I. Yarza, «perché il bene si renda effettivamente visibile è necessaria l’educazione alla virtù: soltanto il virtuoso è in grado di percepire nella sua bellezza ciò che è veramente buono. Il phrónimos è colui che fa della bellezza morale l’ideale della sua vita»[4].

L’esperienza estetica diventa momento educativo, perché permette all’individuo di raggiungere il fine ultimo del suo agire: la felicità. Attraverso l’educazione ad una vita buona e bella, in definitiva ad una vita virtuosa, l’uomo realizza il suo bene ultimo, corrispondente a vivere secondo la propria natura, ossia secondo l’esercizio e lo sviluppo della ragione: virtuoso, quindi felice, è colui che ordina la propria esistenza secondo ragione. La felicità, infatti, come lo Stagirita scrive nell’Etica Nicomachea «è insieme la cosa più buona, la più bella e la più piacevole, qualità queste, che non devono essere separate». In questo processo, l’arte viene riabilitata come agire mimetico. Tra le arti, la tragedia, imitando la vita umana, assolve ad un importante compito educativo. Nella rappresentazione della realtà, non com’è, ma come potrebbe essere, l’arte tragica opera la “catarsi” dalle passioni e provoca il diletto che le è proprio, conducendo l’uomo alla conoscenza di verità universali attraverso il racconto di azioni particolari. Assimilando la propria vita alla storia raccontata, lo spettatore comprende il valore di una vita purificata da passioni smodate e riconosce la bellezza della virtù. L’esperienza del bello artistico, quindi, assume valore veritativo ed etico nell’orientare ad azioni buone, virtuose e secondo ragione, quindi, per definizione, belle.

Ciò che appare evidente nell’orizzonte culturale greco è il collegamento tra la bellezza e il fondamento immutabile del reale. La bellezza richiama l’uomo a riconoscere che, al di là della mutevolezza del mondo fisico, esiste un principio, dal quale tutto scaturisce, che consente di spiegare la molteplicità delle cose come kósmos e non come káos. Compito del filosofo è, quindi, condurre gli altri cittadini alla conoscenza di tale fondamento, che è garanzia di armonia anche nella vita della polis. Tale percorso educativo si realizza nella paidéia, che costituisce il fine stesso dell’educazione, in quanto trasmette quei valori e quelle conoscenze che distinguono l’uomo greco dal barbaro, il cui linguaggio e la cui cultura non seguono le regole di armonia, perfezione e chiarezza che, al contrario, caratterizzano il discorso e la formazione del cittadino della polis.

L’ideale di perfezione culturale ed etica proprio del mondo greco avrà notevole influenza sulla costruzione del valore romano di Humanitas, che, a differenza della paidéia, assume valore universale e non resta chiusa all’interno dei confini della polis. L’humanitas supera i limiti della filantropia, per diventare conoscenza della natura umana. Tale compito è affidato all’arte, in particolare alla commedia, attraverso la quale, fin dall’età arcaica, si cercò di mettere in luce i difetti dell’uomo, perché ciascuno imparasse a liberarsene, pur dietro ad un sorriso. Così, se Plauto affida ai suoi personaggi il compito di riflettere sulle vicende umane e sulla loro sottomissione al destino, Cecilio Stazio compie il salto, collegando l’humanitas all’officium[5], mentre Terenzio, al v. 77 dell’Heautontimorumenos, elabora il significato pieno dell’ideale di humanitas: «Homo sum: humani nihil a me alienum puto». L’humanitas diventa ideale universale, in cui pietas, mores, integritas si legano in una sintesi valoriale, tesa a rendere l’uomo sempre più consapevole della propria natura.

La rielaborazione dell’ideale di humanitas operata da Cicerone, sa da un lato riafferma l’importanza dei valori tradizionali, dall’altra riconosce in essa la natura umana universale. Nell’impostazione ciceroniana, l’humanitas non è separabile dall’officium, inteso come dovere, contrapposto all’utile personale, né può prescindere dalla conoscenza di tutte le discipline nella formazione dell’oratore, il quale deve essere interessato a tutto ciò che riguarda l’uomo in quanto uomo. All’ideale di humanitas si lega il valore del decorum, inteso come esercizio armonico delle virtù, strettamente legato allo sviluppo dell’uomo e delle sue facoltà: decoroso è ciò che segue la natura proprio dell’uomo e manifesta in massimo grado l’honestum, ciò che è moralmente buono, che esige rispetto della sensibilità morale ed estetica degli altri, perché il gusto dei più deriva dalla comune natura umana, quel “senso comune” che orienta anche gli artisti nella produzione delle loro opere. L’opera d’arte assume, quindi, valore morale, in quanto, spinti dalle gesta degli eroi, riprodotte dal genio di pittori, scultori, poeti o autori di teatro, gli spettatori saranno educati a voler realizzare in pienezza la propria natura, attraverso l’esercizio delle virtù che guideranno l’azione.

Il tema della virtù come fine della conoscenza è centrale anche negli autori di età imperiale, in particolare di scuola stoica. Basti, come esempio, la lezione di Seneca, il quale, pur riprendendo in parte la concezione negativa di immagine come imitazione di un modello e, quindi, come deformazione della realtà, d’altra parte, soprattutto nelle Epistulae, affida proprio all’immagine, capace di persuadere, il compito di guidare verso la sapientia. Le arti liberali, in Seneca, diventano propedeutiche alla filosofia, perché capaci di sgombrare il campo alla ricerca della virtus, il cui raggiungimento appartiene solo al filosofo. In tal modo, non solo le tradizionali arti liberali, ma anche le arti figurative possono preparare l’uomo a diventare virtuoso, poiché la vera felicità è posta nella virtù. Non di rado, Seneca ricorre a metafore desunte dall’esperienza sensibile, in particolare visiva, per affermare le sue teorie. Così, l’antitesi conoscenza/ignoranza è associata al simbolo luce/oscurità e la verità è assimilata alla vista interiore, che necessita della luce della ragione per essere raggiunta, dopo essersi liberati delle passioni e dei beni passeggeri, veri ostacoli della virtù. Il sapiente, secondo Seneca, è colui che ha compreso che il vero bene non è da ricercare fuori da se stesso, ma nella propria interiorità, luogo autentico di libertà.

La ricerca di un fondamento unico e stabile su cui fondare la molteplicità del reale trova soluzione nella sintesi feconda tra cultura greco-romana e messaggio cristiano, che, a partire dalle province orientali dell’Impero, si diffonde in tutto il mondo romano. Nasce un orizzonte di riferimento totalmente originale, nel quale l’uomo è valore assoluto, perché figlio di Dio, e il creato da ammirare perché porta in sé le tracce del Creatore. In questo orizzonte, pur nella diversità dei filoni di pensiero, riconducibili all’aristotelismo e al neoplatonismo, la bellezza assume valenza gnoseologica e pedagogica, come via per condurre all’Uno, al Vero e al Bene. Le immagini sacre, pur adottando modelli e forme classiche, rimandano alla bellezza del Figlio di Dio fatto uomo e, non di rado, assumono valore catechetico per coloro che le ammirano. Il rimando a Cristo, come realizzazione piena di ogni bellezza, accompagna tutta la riflessione estetica cristiana: «I cristiani capirono che, oltre alla bellezza manifestata dalla natura c’è la bellezza divina manifestata in Cristo; è Cristo, non il cosmo, l’archetipo di ogni bellezza, di ogni forma»[6].

Il creato e l’uomo partecipano di quella stessa bellezza, perché recano in sé traccia del Creatore, al quale, nel loro significato profondo, rimandano. Il mondo cristiano è un mondo che ha trovato il suo senso nell’essere creatura di Dio. Solo all’interno della categoria di creazione, che legge il cosmo come opera di Dio e, per ciò stesso, bella, buona e vera, diventa comprensibile il nesso tra opera d’arte e bellezza: le opere dell’uomo devono esprimere, in qualche misura, la bellezza infinita di Dio[7]. Il simbolo, accanto al concetto di opera, diventa la chiave di volta dell’estetica cristiana: la natura, prima ancora che le opere dell’uomo, rimanda, con la sua bellezza, alla bellezza divina. Trovando fondamento in Dio, la bellezza acquista valore ontologico. Tutta la riflessione medievale sulla bellezza sarà dedicata al tentativo di collocare la pulchritudo nell’ambito dei trascendentali, fino ad arrivare alla conclusione di San Tommaso d’Aquino e al collegamento tra pulchrum e bonum e pulchrum e verum. In San Tommaso, com’è noto, non è possibile trovare una trattazione sistematica del tema della bellezza. I riferimenti ad essa vanno ricercati in tutta la sua opera e letti alla luce della sua impostazione filosofica, al cui centro è l’ente, come prima nozione percepita dall’intelletto. Tutta la realtà è percepita come ente e può essere conosciuta dalla mente umana, che ha la capacità di conoscere ogni cosa[8]. Ogni ente, in virtù del suo atto d’essere, è uno, buono e vero. La bellezza, nella riflessione tomista, non si trova mai collocata tra i trascendentali.

Eppure, per Tommaso ogni ente è, in virtù del suo atto d’essere, anche bello. La bellezza, con le sue caratteristiche di integritas, proportio e claritas, sembra manifestare il vero e il buono presenti nella realtà, evidenziando così il fondamento ontologico del bello, che evita il soggettivismo nella valutazione dell’esperienza estetica. La contemplazione del bello è facoltà della ragione, pur se in maniera differente dalla capacità della stessa ragione di conoscere il vero. Il bello, tuttavia, è collegato al bene, il cui raggiungimento è legato non alle capacità conoscitive dell’uomo, ma a quelle desiderative. In tal modo, l’esperienza estetica produce un diletto aperto alla contemplazione, disinteressato e non legato alla soddisfazione di un bisogno.

Se per l’uomo medievale tutto è opera di Dio, i grandi mutamenti sociali, politici, religiosi e culturali che accompagnano l’età moderna hanno modificato radicalmente l’orizzonte culturale: l’uomo si allontana sempre di più dal fondamento, diventando progressivamente il centro del mondo. Il distacco dal principio primo si rende evidente nel nuovo linguaggio filosofico e artistico. L’artista della modernità ha un ruolo autonomo rispetto al tecnico o allo scienziato e, per questo, gode di una libertà di espressione sconosciuta all’uomo di scienza. Nasce così il problema dei limiti della libertà dell’artista, che viene risolto, nel XVII e nel XVIII secolo, o ricorrendo ai criteri oggettivi di bellezza presenti nei modelli classici, oppure rivolgendosi al criterio soggettivo di gusto, legato alla fantasia, all’intelletto intuitivo e al sentimento[9].

Caratteristica della modernità è la sua “liquidità”[10], che si riflette anche nell’esperienza artistica e nella riflessione sull’arte. Al centro della contemplazione estetica e, quindi, dell’arte, non è più il Figlio di Dio fatto uomo, ma l’Uomo, come centro della natura e artefice del proprio destino. Il progressivo distacco dell’uomo e della natura dal fondamento metafisico ha provocato un ribaltamento anche nella riflessione sull’arte e sulla bellezza, fino ad arrivare a sostituire il pensiero bellezza con lo studio della percezione della bellezza, che, da Baugmarten in poi, assumerà il nome di “Estetica”, intesa sia come conoscenza che viene dalle percezioni e, quindi, non porta a idee chiare e distinte, che come disciplina filosofica che si occupa del bello e dell’arte. Il valore veritativo dell’arte si è gradualmente perso, a favore del soggettivismo, della fantasia, del particolare al posto dell’universale. Pur non potendosi ridurre tutta la riflessione estetica moderna alla categoria della liquidità, o della nihilità[11], caratterizzata dalla progressiva perdita di senso del mondo e dell’uomo stesso, tuttavia questa sembra essere la caratteristica più evidente e la tendenza più diffusa, a partire, soprattutto, dal XVIII secolo, per arrivare, in epoca contemporanea, a sfociare nel postmoderno, che esaspera le contraddizioni del passato, fino ad arrivare all’isolamento dell’uomo di pensiero e alla solitudine dell’artista, che deve rispondere solo a se stesso e ha ormai perso il compito educativo di educare attraverso la contemplazione della bellezza.

2. La via della bellezza

Il breve e incompleto excursus storico appena delineato, sommariamente manifesta che, se per la formazione umanistica e classica l’educazione al bello è fondamentale, perché si riconosce il bisogno naturale dell’uomo di contemplazione della bellezza e del piacere che da essa deriva, l’attuale epoca di sviluppo tecnologico teso al parossismo sembra proprio aver dimenticato che esiste la persona umana con la sua necessità di essere e-ducata e con il suo connaturato bisogno di elevare il proprio orizzonte conoscitivo grazie alla contemplazione di bellezza. La rivoluzione operata dalla modernità sul pensiero e sull’arte evidenzia come il valore attribuito alla bellezza sia mutato considerevolmente nel corso dei secoli, arrivando a ridurre il bello a gusto personale.

Se bello è ciò che piace, secondo il pensiero dominante, diventa impossibile cercarne una definizione e, ancor di più, è inutile, se non controproducente, pensare di poter insegnare la bellezza. Il progresso tecnologico, il sostituirsi progressivo della conoscenza tecnica al sapere umanistico, la corsa al mutamento senza limiti e senza norme, scissi da un processo culturale di riconoscimento dell’irriducibilità della persona umana alle cose, stanno lentamente conducendo la società occidentale alla perdita di ogni forma di meraviglia davanti all’esistente, per lasciar posto alla scomposizione dell’uomo e della natura, attraverso il moltiplicarsi all’infinito delle diverse scienze particolari, che, se possono dare indicazioni preziose sull’uomo e ciò che lo circonda, rischiano di trasformare ciò che è uno in molteplice, con la conseguenza, facilmente intuibile, del disorientamento e del relativismo gnoseologico e morale: in un mondo in cui tutto è soggettivo, non ha senso parlare di oggettività della bellezza e, laddove manca l’oggettività, manca anche la possibilità di insegnare il bello e la sua natura. Non sarà inutile, pertanto, riflettere sull’esperienza del bello, per tentare di rispondere alla domanda sulla sua oggettività e, quindi, sulla possibilità di educare alla bellezza.

Tutta la riflessione sulla bellezza, nel corso dei secoli, ha evidenziato un dato di fatto: la percezione della bellezza è, innanzitutto, un’esperienza personale. L’uomo è l’unica creatura in grado di riconoscere e contemplare le cose belle e, quindi, di riflettere sulla bellezza. A partire dal dato esperienziale, si può affermare che, alla contemplazione di un tramonto, di un paesaggio, di un bel volto o di un’opera d’arte, si accompagna un certo piacere. Al tempo stesso, il piacere generato dalla contemplazione del bello provoca desiderio di bene e di vero. È evidente che si tratta di un’esperienza personale, legata alla relazione tra il soggetto che conosce e l’oggetto conosciuto. Tuttavia, perché l’uomo riconosca la bellezza presente in tutto il reale, è necessario che vi sia «una certa proporzione tra le sue potenze conoscitive e la Bellezza che percepisce»[12]. Egli deve saper riconoscere l’intelligibile che traluce dal sensibile e che lo rende oggettivamente bello. Da ciò scaturisce il piacere provocato dalla percezione del bello, in cui gioca un ruolo primario l’uso dei sensi nel processo conoscitivo. San Tommaso insegna che «pulchra dicuntur quae visa placent» (S. Th. I, q. 5 a. 4 ad 1), poiché il piacere, provocato dalla contemplazione del bello, è legato sia al soggetto che percepisce, sia all’oggetto percepito nella sua partecipazione alla perfezione. Se il bene desiderato è fonte di gioia quando viene posseduto, il bello non implica la dimensione del possesso, in quanto la contemplazione di esso genera piacere. Nel I Canto del Paradiso, Dante Alighieri, per bocca di Beatrice, dirà: «Le cose tutte quante/ hanno ordine tra loro, e questo è forma/ che l'universo a Dio fa simigliante». Il piacere legato alla Bellezza è conseguenza dello splendor formae, presente in tutto ciò che esiste e che possiede i caratteri di integrità o perfezione, armonia e splendore. Un paesaggio o un’opera d’arte sono riconosciuti come belli dal grado in cui partecipano delle caratteristiche che accompagnano la manifestazione della bellezza in quanto tale, e maggiore sarà la bellezza, quanto più l’oggetto conosciuto si avvicina alla perfezione richiesta dalla propria specie. Inoltre, il grado di partecipazione alla bellezza dipende dal differente grado di partecipazione all’Essere degli enti materiali e spirituali: quanto più un ente partecipa dell’Essere, tanto più parteciperà della bellezza. Ne deriva che la bellezza, pur presente in ogni realtà, è riconoscibile solo in relazione alle altre proprietà dell’essere, in particolare il Bene e il Vero.

La bellezza da insegnare, quindi, è la bellezza che nasce dalla contemplazione, in grado di far anelare l’intelletto verso il vero e la volontà verso il bene. Nel legame ontologico tra Uno, Vero, Bene e Bello è possibile superare il relativismo imperante, che, in definitiva, non è altro che progressiva negazione dell’Essere in quanto essere. La perdita dell’Essere, nell’orizzonte conoscitivo, ha progressivamente sostituito l’estetismo alla bellezza e, al tempo stesso, ha svuotato di senso la Verità e il Bene. Le parole di Solgenitsin, pertanto, diventano profetiche: alla bellezza è chiesto di ricondurre al Bene e al Vero. In definitiva, alla bellezza è richiesto di ricondurre alla contemplazione dell’Essere, attraverso il recupero della dimensione veritativa che ad essa appartiene in modo proprio. La dimensione relazionale della bellezza consente, inoltre, di superarne l’assolutizzazione operata dal mondo moderno e, al tempo stesso, permette di evitare che il desiderio di bene morale scada in vuoto moralismo, per elevarlo al livello superiore dell’amore.

Dall’equilibrio e dall’armonia che provengono da ciò che è bello è possibile per l’uomo risalire alla conoscenza autentica e, grazie ad essa, giungere a gradi di perfezione sempre maggiori, richiesti dalla sua natura razionale, che si esprime attraverso l’agire, pur rimanendo in definitiva irriducibile ad esso. L’agire autenticamente umano rispetta la natura stessa dell’uomo, la perfeziona e la esprime in sommo grado in ogni sua facoltà. Le facoltà umane, però, necessitano di essere educate fin dal primo apparire dell’uomo nel mondo. A tale necessità non si sottrae la capacità di riconoscere il bello in ogni sua manifestazione naturale, artistica, di pensiero e di valore. Se il mondo moderno continua a tentare di estirpare il vero e il bene dall’orizzonte della conoscenza e della vita umana, la bellezza conserva il suo carattere attrattivo e, pertanto, ad essa può essere affidato il compito di condurre ad una vita buona, che è essenzialmente fatta di virtù, se il desiderio di Bello si dirige al desiderio di Bene e di Vero, che costituiscono le dimensioni essenziali di ogni azione educativa autentica il cui fine è la felicità della persona umana.

La sfida educativa riguarda ogni uomo e ogni donna, come necessità fondamentale per riconoscersi e per riconoscere l’altro come buono, vero e bello. Platone, nel Simposio, richiama all’esigenza di educare i giovani a riconoscere la Bellezza, prima nei corpi, poi nell’anima buona, infine nella contemplazione della Bellezza in sé. Condotto dal maestro, il discepolo diventa sempre più capace di cogliere e conoscere il reale che lo circonda e in cui è immerso. Come la bellezza, anche l’educazione è, prima di tutto, relazione personale tra l’educatore e l’educando, in cui il perno non è colui che educa, ma colui che è educato. Per Vittorio Possenti, «Educare significa prendere per mano una persona e aiutarla a percepire il senso integrale della realtà, aiutarla a fare i conti con l’esistenza, non con i sogni, siano essi alti o modesti»[13]. Soggetto della sfida educativa, quindi, è la persona umana, che, fin dal seno materno, è aperta all’esperienza della crescita spirituale, che trascende l’istinto di autoconservazione, per aprirsi ad un oltre che conduce alla pienezza della propria natura. In questo orizzonte si inserisce l’educazione alla Bellezza, che conferisce valore alla conoscenza e alla volontà. Non il noto, al quale l’uomo di oggi è abituato, è fonte di vita buona, né l’indifferenziato è luogo di libertà. Solo nell’intelletto esercitato alla conoscenza della verità e nella volontà che tende al bene è possibile crescere come persona e far crescere la comunità umana. In questo orizzonte, risulta incomprensibile una Bellezza e, di conseguenza, un’esperienza artistica slegata dalla dimensione del Logos, che è la cifra di lettura fondamentale dell’esistente, dal quale ogni cosa trae l’esistenza e al quale deve essere ricapitolata. L’educazione diventa, allora, il luogo in cui la persona umana impara a ritrovare la propria unità, attraverso un’adeguata formazione dell’intelletto e della volontà.

Il processo educativo è un processo dinamico, che passa anche attraverso l’educazione estetica. Il gusto, che spesso diventa l’alibi del relativismo, è facoltà da educare, al pari delle altre facoltà umane. Seguendo Sant’Agostino, si potrebbero ribaltare i termini della questione e affermare che ciò che piace, piace perché è bello: la bellezza precede e trascende il piacere e, pertanto, bisogna educare ed educarsi a corrispondere al bello, superando l’atavica tentazione di rincorrere il piacere come bene assoluto. Poiché nessun uomo è un’isola, ma viene da una storia e da una tradizione, compito del maestro è trasmettere quanto le passate generazioni hanno costruito in termini di bellezza e di valore, perché il discente si senta parte integrante di una comunità e, al tempo stesso, possa costruire la propria personalità, unica e irripetibile. La sensibilità estetica, se correttamente formata, può diventare luogo da cui discendono le virtù, il cui esercizio garantisce una vita buona e, in definitiva, felice. Se il fine ultimo dell’educazione è la vita buona, essa non può prescindere dal riconoscimento della bellezza, in tutte le sue manifestazioni, come dimensione veritativa ed etica. Il desiderio educato alla bellezza consente di esercitare le virtù cardinali in ogni aspetto della vita, dalla crescita individuale alla dimensione relazionale, dalla costruzione della propria personalità all’edificazione politica e sociale di città sempre più a misura d’uomo. In un’epoca in cui ogni cosa è frammentata nei mille rivoli del relativo, diventa urgente insegnare a riconoscere la bellezza, perché ciò che è diventato Babele per il soggettivismo imperante, torni all’unità, grazie al riconoscimento dell’essere, di cui la bellezza è espressione.

Le nuove generazioni, educate alla bellezza, possono realizzare il sogno di Peppino Impastato e di coloro che, come lui, hanno sperato in un mondo privo dei tarli dell’abitudine e della rassegnazione, in cui vige l’homo homini lupus, per aprirsi, attraverso il bello autentico, ad un giardino in cui armonia, splendore e perfezione siano gli ideali che guidano alla conoscenza del vero e alla volontà del bene.

Giuseppa Crimì
Istituto Comprensivo “E. Fermi” di Catenanuova (Enna)
Istituto Comprensivo “F. Ansaldi” di Centuripe (Enna)

Note

[1] - Platone, Opere, vol. I, Laterza, Bari, 1967, pp. 706-709.

[2] - Y. Yarza, Un’introduzione all’estetica, Ares, Milano 2004, p. 24.

[3] - Platone, Opere, cit.

[4] - I. Yarza, Un’introduzione all’estetica, cit., p. 33.

[5] - «Homo hominis deus est si suum officium sciat», Fr. 265 Ribbeck.

[6] - I. Yarza, Un’introduzione all’estetica, cit., p. 55.

[7] - Cfr. R. Papa, Discorsi sull’arte sacra, Cantagalli, Siena 2012, pp. 178-181.

[8] - Cfr. I. Yarza, Un’introduzione all’estetica, cit., pp. 79-83.

[9] - Cfr. S. Givone, Estetica, in AA.VV., Dizionario di Filosofia, Garzanti Editore, Milano 2010, pp. 333-339.

[10] - Cfr. R. Papa, Discorsi sull’arte sacra, cit., p. 38.

[11] - Cfr. I. Yarza, Un’introduzione all’estetica, cit., p. 95.

[12] - L. Clavell - M. Pérez de Laborda, Metafisica, EDUSC, Roma 2014, p. 243.

[13] - V. Possenti., L’uomo postmoderno. Tecnica, religione, politica, Marietti, Genova 2009.


© 2015 Giuseppa Crimì & Forum. Supplement to Acta Philosophica

CC

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