Valeria Ascheri
DOI:  10.17421/2498-9746-01-26
Abstract 

Il “saper filosofare” non sembra una disciplina insegnabile, come altre di genere più tecnico o pratico, quanto piuttosto un atteggiamento che diviene habitus della persona, parte delle sue scelte e dei suoi modi di vivere, fino a condurre una vita contemplativa (bíos theoretikós). La filosofia infatti non è riducibile alla storia della filosofia o delle sue tematiche, come viene trattata a scopo didattico nell'insegnamento liceale o nei corsi di filosofia, né può contare su un metodo proprio, in base al quale può essere messa in atto e sviluppata correttamente; si manifesta piuttosto come un'esigenza spontanea dell'uomo che ricerca la verità, il significato più profondo della vita e dei suoi avvenimenti. È proprio dell'uomo, educato nella paideia e dotato del logos, il filosofare, che gli permette di realizzare pienamente le sue capacità più alte e di vivere così nella condizione più felice, come Aristotele afferma nel Protreptico.

1. Approccio descrittivo o normativo?

La domanda ‘Si può insegnare la filosofia o a filosofare? è da annoverare tra quelle fondamentali, già discusse da molti studiosi e filosofi illustri fin dall’inizio della filosofia stessa.

Un primo e immediato approccio alla questione dipende dalla prospettiva con cui si considera la filosofia: se si sceglie di studiare la storia della filosofia, e dunque la successione dei filosofi e delle scuole e delle correnti di pensiero a cui hanno dato vita, allora, come ben sappiamo, la filosofia si può insegnare, come si fa nei licei e nelle università, e diventa la trasmissione di una conoscenza filosofica come una disciplina di studio, con autori, testi, definizioni e nozioni, teorie e dottrine che si basano su principi, intuizioni, adesioni a specifiche visioni che sono a loro volta determinate dai contesti storici, culturali, sociali e politici, ecc. In questo caso la filosofia si può insegnare – si scrivono e si usano manuali che spiegano i concetti e i problemi centrali in successione cronologica – e descrivere, come altre discipline quali la storia dell’arte o della musica, ma certo non per questo s’impara a filosofare o si diventa filosofi, artisti, musicisti e così via… Da un altro punto di vista, la filosofia si può analizzare secondo la sua natura, la sua finalità e le sue caratteristiche e se ne possono vedere le tematiche in chiave teoretica-concettuale, arrivando a identificare il metodo e, in base a questi elementi, si può definire ‘filosofo’ chi riesce ‘praticamente’ a filosofare, trattando quindi la questione in modo ‘normativo’. Tuttavia, nemmeno una simile visione della filosofia consente di ‘insegnare a filosofare’, anche se certamente ambedue gli approcci possono fare intuire cosa è stata e come si è sviluppata la filosofia nei secoli, quali sono stati e sono oggi i suoi temi e i suoi problemi e che tipo di indagine le è propria.

La questione riguarda il ben noto e antico dibattito tra gli storici e i ‘teorici’ della filosofia, ossia se la vera filosofia sia la prima o la seconda, o ancora se sia possibile per chi vuole essere filosofo fare a meno dei ‘pensieri’ elaborati in passato, in epoche e contesti diversi, o della ricerca della verità in un determinato ambito che spinge il teorico a studiare i contributi di diversi filosofi in ottica trasversale. Secondo Diego Marconi, in un recente saggio sul mestiere del filosofo oggi, «che la storia della filosofia non serva a fare filosofia (cioè non serva all’argomentazione filosofica, a discutere ed eventualmente a risolvere problemi filosofici) può sembrare addirittura ovvio»[1], ma «primo, quasi tutti i filosofi hanno fatto un qualche uso della filosofia del (loro) passato. Secondo, almeno in certi casi i discorsi filosofici di chi è ignaro di quel passato lasciano un senso di insoddisfazione, che sembra legato in modo in modo specifico a quell’ignoranza»[2]. Sembra dunque evidente che chi vuole fare filosofia non può ignorare chi ha studiato prima di lui un certo problema, a rischio di ripetere cose magari già dette e discusse in passato (a meno che non si tratti di un vero genio della filosofia come alcuni grandi nomi del passato) e, allo stesso tempo, chi fa storia della filosofia non può limitarsi a essere un mero ‘cronista’ della filosofia, senza tentare di analizzare e di comprendere l’intento e l’esito del pensiero del filosofo particolare che sta studiando.

2. Una questione di metodo?

A questo riguardo è molto importante la questione del metodo della filosofia, perché si potrebbe dire che se si usa correttamente un metodo definito o riconosciuto come ‘filosofico’, allora si fa filosofia, come può accadere per altre discipline, si pensi soltanto all’importanza del metodo nella scienza. Il fatto è che la filosofia secondo molti non ha un metodo unico, definito o definitivo – come invece hanno altre discipline – ma, in un certo senso, ha molti metodi che si possono considerare come ‘il’ metodo filosofico da seguire per fare filosofia.

Come spiega Jaspers, nella sua Introduzione alla filosofia (1971), proprio «l’aspetto deteriore della filosofia sta nel fatto che essa non è ritenuta in grado di offrire risultati che siano passibili di conoscenza e quindi di sicuro possesso. […] Al pensiero filosofico, inoltre, manca quel carattere di progressività che è proprio delle scienze. Possiamo con ogni certezza affermare di essere andati ben oltre Ippocrate, il grande medico greco, ma non so se possiamo dire altrettanto nei riguardi di Platone[3]». Tale marcata e essenziale differenza tra filosofia e scienze è data dal fatto che la filosofia ha una diversa natura e mira ad un diverso tipo di risultati e di certezze che non si riferiscono a specifici oggetti o ambiti della natura ma che mirano, come si vedrà più avanti, a indagare tutto l’essere e in particolare coinvolgendo e interrogando l’uomo nella sua consapevolezza e nella capacità di dare vita ad una riflessione trascendente[4].

Ad ogni modo, se anche fosse possibile trovare e adottare un certo metodo che potesse garantire la correttezza di un procedimento (metodologia, strumenti utilizzati, tempi e regole rispettate), non è detto che possa convalidare il contenuto e/o la profondità e l’originalità della riflessione filosofica sviluppata. Ad esempio, è molto nota anche in campo scientifico la facilità nel costruire – con l’aiuto di software appositamente prodotti – articoli scientifici ‘falsi’ ma che, per la loro correttezza formale, non di rado vengono accettati da riviste specialistiche di settore[5]. Anche per la filosofia potrebbe essere forse possibile, ma sarebbe una filosofia vuota e poco profonda, probabilmente incapace di rispondere a qualsiasi domanda le fosse posta perché ridotta a mero esercizio tecnico- intellettuale, un po’ forse come la cosiddetta ginnastica mentale che si fa con le ‘parole crociate’ o giochi logici-matematici come il sodoku, in questi ultimi anni assai di moda.

A questo riguardo, si può ricordare che Kant, nella sua ampia indagine critica, aveva trattato questo tema in un opuscolo del 1765, presentando i corsi che avrebbe tenuto nel primo semestre dell’anno accademico 1765-66. In quel breve saggio, il filosofo di Konisberg proponeva di utilizzare il metodo ‘zetetico’ per insegnare filosofia in modo da portare lo studente a ragionare filosoficamente, dato che la filosofia di per sé non è un sapere ‘definitivo’ e con verità assolute, ma, piuttosto, richiede studio e capacità di riflessione che, per i neofiti della materia e per i giovani non abituati, deve essere compreso non senza un certo sforzo e molta concentrazione. «Il metodo vero dell’insegnamento filosofico è zetetico – affermava Kant – come lo chiamarono alcuni antichi (da zetein), cioè di ricerca, e diventa dogmatico, ossia definitivo, soltanto per una ragione già esperta in diversi campi. Lo studente cerca propriamente il metodo per riflettere e ragionare da solo, e la capacità di usarlo: tale metodo è il solo che gli possa essere utile. E le idee in tal modo acquisite e sicure devono essere considerate come risultati contingenti dalla cui copiosa abbondanza attingere per piantarne in sé solamente le radici fertili»[6].

Sembra dunque chiaro che l’insegnamento della storia della filosofia, né quello di un metodo per filosofare sono sufficienti per insegnare a filosofare o per dire se e come sia possibile filosofare. Secondo Volkmann-Schluck, «cos’è la filosofia si rivela solo a chi si mette a filosofare». Sembrerebbe dunque che la discussione diventi oziosa e inutile e che l’invito sia quello di non restare sul piano teorico, ma di passare alla pratica della filosofia direttamente.

Di nuovo, si può tornare a quanto Kant spiegava nella Critica della ragion pura (1781), quando sosteneva che di per sé imparare la filosofia vuol dire saper filosofare utilizzando la ragione (cognitio ex principiis) in modo individuale e dunque riuscendo a pensare in modo produttivo, mentre in realtà conoscere la filosofia da una prospettiva storica (cognitio ex datis), ossia sapere cosa hanno detto i filosofi nel tempo grazie all’istruzione, a racconti o a esperienze, non vuol dire affatto saper filosofare, ma soltanto avere una conoscenza storica della filosofia[7].

3. Che cosa vuol dire “filosofare”?

La riflessione porta allora a considerare il problema da una prospettiva più concreta, chiedendosi chi possa dirsi ‘filosofo’ e in base a quali criteri a qualche studioso (o professore) possa attribuirsi tale qualifica. La storia della filosofia ha indicato nel tempo diverse figure di filosofi a tutti note: Socrate, Platone, Aristotele, S. Tommaso d’Aquino, S. Agostino, Cartesio, Spinoza, Leibniz, Pascal, Kant, Hegel, Husserl, Heidegger, Wittgenstein, Popper e così via, in un elenco che mai si potrebbe dire esaustivo. Senza naturalmente ripercorrere la filosofia di singoli autori o di correnti filosofiche, è utile vedere quali caratteristiche comuni si possono individuare in questi pensatori in modo da comprendere che cosa voglia dire filosofare e quindi se è possibile riuscire a costruire un identikit di filosofo da indicare come ‘modello’ incarnato del filosofare.

Un punto da cui è utile iniziare è il significato di ‘filosofia’ come ‘amore per il sapere’: il filosofo è colui che cerca la conoscenza, ossia la verità delle cose o dei fenomeni che studia, mirando a comprendere la ‘quiddità’ degli enti, a cogliere la verità ultima che non lascia spazio a dubbi o ulteriori domande. Nei filosofi classici e medievali la filosofia nel suo grado più alto s’identificava con la sapienza (sophia) e con la contemplazione della verità, che a sua volta era la divinità o Dio come fonte e culmine della verità stessa (alfa e omega). Per questa ragione i filosofi erano considerati dei saggi, i sapienti ai quali si andava a chiedere consiglio o si affidava anche il governo e l’amministrazione della giustizia nei giudizi.

Il filosofo è dunque chi s’interroga, si pone domande e vuole comprendere meglio il mondo che lo circonda, la natura (il cosmo) nel suo divenire, se stesso come coscienza individuale, altri esseri viventi (persone, animali, creature angeliche, Dio…), cercando di comprenderne la natura, le caratteristiche, gli atteggiamenti e le finalità, sia come singoli sia come esseri in relazione fra loro in una comunità, andando al di là dell’immediata apparenza e di quanto è sensibilmente o scientificamente indagabile. Quest’approccio potrebbe essere comune anche ad altre discipline che, secondo il loro oggetto e la loro modalità, cercano di conoscere un certo fenomeno o risolvere un problema, dato che ogni conoscenza è sempre conoscenza di cause, quali esse siano.

A questo punto è bene introdurre un altro elemento che caratterizza la filosofia: il filosofo che vuole conoscere aspira a conoscere l’essere, ad una conoscenza che, andando alla radice, all’essenza degli enti, coinvolge tutto l’uomo, tanto che si parla di vita filosofica, che porta il filosofo ad esserlo sempre, non solo mentre si occupa di filosofia, ma come stato, come atteggiamento (habitus) che appartiene alla sua vita quotidianamente, e non soltanto come comportamento o impegno professionale o accademico. Ancor Jaspers affermava che «la filosofia è quell’attività concentrante, attraverso la quale l’uomo diviene se stesso, nel mentre s’inserisce autenticamente nella realtà[8]».

In questo senso allora si comprende l’affermazione di Volkmann-Schluck sopra citata, la filosofia non è una scienza o un’arte che si può apprendere e poi mettere in pratica sulla base delle istruzioni ricevute, ma qualche cosa che va vissuto in prima persona e nella totalità della persona, tanto che il filosofo vive una vita teoretica e contemplativa (bíos theoretikós). Infatti, nella conoscenza dell’essere, del reale su cui e con cui lo studioso si confronta, quanto scoperto o compreso non può che incidere nella vita del filosofo, modificando e influenzando il suo modo di vedere i problemi quotidiani, di affrontarli e di risolverli.

Una tale radicalità della filosofia tanto da ‘in-formare’ la vita di chi la ‘fa’ è data dal fatto che la filosofia ricerca una verità, o meglio la verità che dà il senso e il fine alle domande ultime, riguardanti il significato dell’esistenza umana e della storia, e quindi non può restare superficiale o marginale, ma necessariamente coinvolge e interroga la vita del filosofo. Savagnone a questo riguardo scrive che «la verità che la filosofia cerca, non è soltanto quella che deriva dalla semplice constatazione dei fatti. Il filosofo pone la questione del senso che in essi si nasconde e che li rende intelligibili»[9]. La verità, che è il bene più alto a cui l’intelletto aspira, chiede di essere messa in pratica e il filosofo, che ama il sapere e dunque la verità, non può che accettarla e, di conseguenza, agire secondo quanto questa gli indica in modo chiaro ed evidente. In questa prospettiva, la filosofia porta a vedere la verità dell’essere e l’essere s’impone al filosofo che nella sua onestà intellettuale l’accoglie e opera di conseguenza, agendo quindi con la sua libertà e impegnando la sua volontà.

L’uomo che filosofa (philo-sophos) in questo modo realizza sé stesso perché è nella ricerca della verità che cerca il bene e dunque è in cammino verso la felicità: l’uomo che riesce a raggiungere la verità ultima e a diventare sapiente (sophos) è l’uomo finalmente appagato e quieto perché le sue domande hanno trovato la risposta. Raggiungere la verità, trovare il senso dell’essere e dell’esistenza vuol dire, in definitiva, trovare Dio come risposta ultima, dinanzi a cui la domanda razionale non ha più parole, avendo trovato il logos che è allo stesso tempo la parola, la ragione e la verità. Aristotele nel Protreptico afferma che «la vita perfetta esiste per coloro che posseggono la conoscenza filosofica, quando svolgono attività filosofica (B85). Se ora per ogni essere vivente la vita coincide con l’essere, è dunque palese che, tra tutti gli uomini, il filosofo raggiunge la più alta intensità dell’essere nel vero senso della parola, particolarmente quando esercita la filosofia e applica il suo pensiero a ciò che tra tutti gli enti è più accessibile alla conoscenza (B86). Inoltre l’attività perfetta e libera da impedimenti porta già in sé gioia, e perciò l’attività filosofica è certo quella che procura gioia maggiore (B87). Se la felicità della vita coincide con l’altezza dell’intelligenza, è allora chiaro che soltanto ai filosofi è riservata la vita felice; se essa è costituita dall’eccellenza dell’anima, o dalla vita colma di gioia, allora essa tocca ugualmente a essi, o esclusivamente, o in misura preminente (B93) »[10].

Dunque, si può insegnare la filosofia o a filosofare? ‘Insegnare’ non pare il termine adatto per “il filosofare”. Tale attività o approccio si può piuttosto mostrare, descrivere come atteggiamento (habitus) che può essere assunto da qualsiasi uomo voglia cercare di comprendere la realtà nel suo senso e nel suo valore più profondo. La questione fondamentale è come si possa acquisire tale habitus, senza però ricadere nella domanda iniziale, ossia se può essere oggetto di un insegnamento. A questo riguardo, si può dire che l’habitus è un atteggiamento che, oltre a poter essere appreso nel tempo con un’applicazione e uno sforzo costante, ha le sue radici da una parte nel riconoscere, con umiltà e apertura mentale, la realtà come esterna al soggetto e intelligibile e, dall’altra, nel riconoscere alla ragione la facoltà di conoscere e di raggiungere una verità non relativa o provvisoria, ma che riesce a cogliere il senso degli enti che studia senza però cadere nella presunzione o nella superbia di dominare o esaurire la ricchezza dell’essere.

Bisogna ancora distinguere, però, il ‘filosofare’ da quello che s’intende quando si afferma che ogni uomo è filosofo "spontaneo": tale predisposizione è la conferma del logos che agisce in ogni uomo e può essere il punto di partenza di un filosofare maturo, ne costituisce il presupposto, ma non equivale a essere filosofo. È chiaro infatti che l’uomo si pone domande esistenziali nel corso della sua vita su temi quali il dolore, il male, la morte, il significato di catastrofi naturali o drammi umani, ma tali domande, seppur positive per la crescita del singolo, non significano necessariamente sviluppare una filosofia vera e propria, attività che richiede anche e senz’altro il filosofare, aver studiato filosofia come disciplina, ossia aver acquisito una formazione filosofica che presuppone di conoscere la storia del pensiero, ossia i filosofi e le dottrine filosofiche elaborate nel passato, per poter giungere ad una riflessione più completa e matura. Per sintetizzare, si potrebbe dire che la filosofia si coltiva come altre discipline ma, allo stesso tempo, richiede un atteggiamento riflessivo che si pone al di là del piano cognitivo/epistemologico, sviluppandosi nella dimensione personale ed esistenziale. In definitiva, si potrebbe forse usare lo slogan ‘filosofi si nasce e si diventa’ ad un tempo, da un lato come esigenza naturale e spontanea dell’uomo e dall’altro come esercizio particolare del logos che diviene habitus permanente.

4. Perché filosofare?

Giunti quasi al termine di questa breve riflessione, pare necessario porsi la domanda essenziale sulla necessità della filosofia, in un’epoca in cui in realtà sono l’esistenza e l’utilità della filosofia a essere poste in discussione, ancora prima di porsi la domanda se si possa insegnare la filosofia e/o a filosofare. La questione è molto ampia e ormai da diverso tempo è ben nota l’espressione secondo cui la filosofia sarebbe morta (con Nietzsche) – e la verità ormai un’utopia, una ricerca senza fine (come il titolo di una nota opera di Popper) o come qualcosa che nessuno può arrogarsi di conoscere quasi in nessun campo – e quindi ormai non ci sarebbe più posto né per i filosofi, né per i dipartimenti o gli istituti che trattano qualcosa che di fatto non esiste o non è raggiungibile umanamente… Fatto peraltro contraddetto dai numeri che attestano, negli ultimi due secoli, una crescita costante di pubblicazioni di filosofia di diverso tipo, di convegni e seminari, sia in ambito accademico che al di fuori, e del numero di professori e di studenti di filosofia in tutto il mondo[11].

Può essere utile soffermarsi sul motivo per cui il filosofo Jean Francois Lyotard aveva posto la domanda “Perché filosofare?” al centro di un ciclo di quattro conferenze rivolte agli studenti di Propedeutica alla Sorbona di Parigi nell’autunno del 1964. Senza ripercorrere qui tutto il testo, secondo l’autore la filosofia nasce da un desiderio, dallo stesso ‘perché’ che l’uomo non può non porsi, se non almeno per attestare l’assenza, la necessità, il vuoto che l’uomo sente nel mondo e che cerca quindi di colmare e di riempire. Rifacendosi al Socrate del Simposio platonico, la filosofia rappresenta il grado più alto di amore come ricerca di un senso, e la volontà di comprendere la vita, dinanzi alla sua ricchezza e nella sua complessità, che conduce l’uomo alla contemplazione della verità che coincide con la visione del ‘bello in sé’ e quindi al pieno appagamento. Il filosofare, secondo Lyotard, è un’attività insita nell’uomo, e quindi in un certo senso ‘spontanea’, anche se non produce un risultato, non è utile, non ha una soluzione; ma è il sintomo di un desiderio costante e mai appagato, qualcosa di insopprimibile e necessario, come spiega l’autore stesso nelle ultime righe del saggio summenzionato: «Ecco, quindi, perché filosofare: perché c’è il desiderio, perché c’è dell’assenza nella presenza, del morto nel vivente; e perché è in nostro potere il fatto che esso non sia ancora tale; e anche perché esiste l’alienazione, la perdita di ciò che si credeva acquisito e la scissione tra il fatto e il fare, tra il detto e il dire; infine, perché non possiamo sfuggire a questo: testimoniare la presenza di una mancanza attraverso la nostra parola. In realtà, come non filosofare?»[12] E citando di nuovo Aristotele nel Protreptico, «chi pensa sia necessario filosofare, deve filosofare e chi pensa che non si debba filosofare, deve filosofare per dimostrare che non si deve filosofare (B6); dunque si deve filosofare in ogni caso o andarsene di qui, dando l’addio alla vita, poiché tutte le altre cose sembrano essere solo chiacchiere e vaniloquio (B110)»[13].

Affermava ancora Jaspers che «l’origine del filosofare è riposta nella meraviglia, nel dubbio, nella coscienza delle perdizione. Il punto di partenza è in ogni caso il sommovimento dell’uomo e un tentativo di trovare una via d’uscita dalla perplessità […], in ultima analisi, nella volontà di un’autentica comunicazione[14]».

Pertanto, se da un lato il filosofare è un’attività propria della natura umana e dunque non qualcosa che deve essere ‘insegnato’ come un mestiere (una professione come un’altra) o una abilità (skill), dall’altro pare essere necessaria e parte integrante della cultura occidentale fin dai tempi antichi, e quindi è da insegnare a qualsiasi uomo, in modo che, avendo conoscenza della storia della filosofia possa poi anche sviluppare la sua indole e il suo habitus da filosofo in forma più matura.

5. Conclusioni: la paideia richiede il filosofare

Nel tentativo di definire il filosofare è emerso l’elemento chiave che lo permette, ossia il logos, la ragione che diventa capacità di comprendere, riflettere, rielaborare e approfondire per cogliere il significato più completo e ordinare le conoscenze in modo che diventino poi parola e discorsi, ossia ragionamenti, e si possano poi tradurre in scelte, azioni e comportamenti, diventando infine parte della persona che filosofa. È grazie infatti al logos che la filosofia nasce e si sviluppa nell’uomo dotato dell’intelletto e teso a conoscere la verità: senza il logos, senza la ragione, la filosofia, e tutte le altre scienze specialistiche, non potrebbero essere e l’uomo stesso non potrebbe ‘guadagnare’ quella formazione completa, intesa come paideia, che lo porta al grado più elevato della condizione umana, come attestano tutte le culture che nei secoli hanno sviluppato un pensiero e una riflessione di stampo filosofico e/o religioso.

Appare dunque chiaro che il filosofare è parte integrante di una paideia formata sia da una educazione dell’uomo che si estende anche ai modi e agli atteggiamenti da avere nei differenti contesti della vita, sia da una cultura che comprende i diversi ambiti del sapere e li sa unificare e articolare tra loro. La capacità di filosofare, che quindi si allontana dall’erudizione filosofica nozionistica, costituisce l’asse portante attorno al quale si può costruire e praticare la paideia nella forma più alta; senza di essa, non pare possibile quello sviluppo dell’uomo realizzato nelle sue potenzialità, in armonia con l’esterno e capace di raggiungere il grado più completo nella formazione umana.

Valeria Ascheri
ISSR all’Apollinare – Pontificia Università della Santa Croce (Roma)
Istituto Teologico San Pietro (Viterbo) - Pontificio Ateneo Sant’Anselmo (Roma)

Note

[1] - D. Marconi, Il mestiere di pensare, Einaudi, Torino 2014, p.121

[2] - D. Marconi, o.c., p.123

[3] - C. Jaspers, Introduzione alla filosofia, R. Cortina, Milano 2010, pp.1-2

[4] - Cfr. K. Jaspers, o.c., p.2.

[5] - Cfr. ad esempio l’articolo Come costruire un falso articolo scientifico di C. Lavalle, «La Stampa», 27.02.2014 www.lastampa.it/2014/02/27/tecnologia/attenti-ai-falsi-articoli-scientifici FyG6V71qADyneN9eCqIdJM/pagina.html.

[6] - I. Kant, Notizia sull’indirizzo delle sue lezioni nel semestre invernale 1765-1766, in Antologia di scritti pedagogici, a cura di G. Formizzi, Verona, Gabrielli editori, 2004, p.154.

[7] - Cfr. I. Kant, Critica della ragion pura, a cura di P. Chiodi, Torino, Utet 1986, pp. 625-626.

[8] - C. Jaspers, o.c. p. 8.

[9] - G. Savagnone, Theoria. Alla ricerca della filosofia, La Scuola, Brescia 1991, p.53.

[10] - Aristotele, Protreptico. Esortazione alla filosofia, trad. it. di E. Berti, UTET, Torino 2000

[11] - Cfr. D. Marconi, o.c., cap.1

[12] - F. Lyotard, Perché filosofare,Perché la filosofia è necessaria, trad. it. di R. Prezzo, Milano, R. Cortina, 2013, p.77.

[13] - Aristotele, o.c..

[14] - C. Jaspers, o.c., p.16 e p.19.


© 2015 Valeria Ascheri & Forum. Supplement to Acta Philosophica

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