Giuseppe De Virgilio
DOI:  10.17421/2498-9746-02-01
Abstract 

L’articolo analizza il tema del «perdono» nel racconto di Lc 23,26-56, focalizzando la peculiarità soteriologica e universalistica del messaggio lucano. Dopo aver presentato le coordinate letterarie e teologiche della cristologia del Terzo Vangelo, lo studio offre un’analisi puntuale della pericope di Lc 23,26-56, articolata in cinque unità (vv. 26-32; 33-38; 39-43; 44-49; 50-56). Dall’analisi emerge la singolarità e insieme l’attualità dell’orientamento teologico lucano. Le prospettive finali sono riassumibili in cinque aspetti: a) la cristologia lucana evidenzia la solidarietà di Gesù con l’umanità; b) il «camminare» di Gesù (e della comunità) esprime il dinamismo missionaria del Vangelo; c) nel Mistero Pasquale di Cristo Dio rivela il suo perdono gratuito e dona la salvezza universale; d) ciascun uomo è chiamato ad impegnarsi in un cammino di conversione come «risposta» a Dio; e) la teologia lucana si caratterizza per la connotazione «presenziale» della storia della salvezza.

1. Introduzione

Il tema che mi è stato affidato si concentra sul racconto lucano della passione, ma ha delle risonanze più ampie che riguardano l’aspetto teologico del «perdono e della conversione». Esse si inscrivono bene nell’argomento scelto per la presente «giornata di formazione» dell’ISSR: «Perdono e conversione - Un percorso tra psicologia e religione». Il nostro itinerario seguirà tre brevi tappe: 1. Perdono e conversione nella presentazione cristologica del Terzo Vangelo; 2. La singolarità del racconto della passione e l’analisi di Lc 23,26-56; 3. Prospettive teologiche.

2. Perdono e conversione nella presentazione cristologica del Terzo Vangelo

È nota l’attenzione che l’evangelista Luca riserva al motivo della misericordia e della conversione[1]. Questa attenzione concerne la presentazione teologica della persona/missione di Gesù e insieme, le esigenze contestuali presenti nella comunità destinataria del Vangelo. Per la dimensione «cristologica» del Vangelo, spiccano soprattutto i titoli di ««profeta, Signore e Salvatore» applicati a Gesù[2]. Ma è soprattutto nella prospettiva «soteriologica» che va cercato il collegamento con il motivo del «perdono e della conversione». La volontà di salvezza nascosta nel piano di Dio (testimoniata dall’impiego del verbo deîn = essere necessario), viene declinata nel racconto evangelico fin dall’esordio, nei capitoli riguardanti le «origini di Gesù» (cf. Lc 1-2: gli inni liturgici, il Natale e gli episodi della presentazione e del ritrovamento) e nella predicazione iniziale del Battista.

Solo Luca, presentando la predicazione del Battista (Lc 3,5-6) riporta per intero la citazione di Is 40,5 dove si trovano le espressioni «salvezza» e «ogni carne». Nella sinagoga di Nazaret, menzionando Is 61,1-2, il Signore presenta ai suoi connazionali il contenuto della salvezza (Lc 4,18) e annuncia l’evangelizzazione dei poveri, la liberazione dei prigionieri, la guarigione dei ciechi, la libertà agli oppressi e la proclamazione di un anno di grazia esteso a tutti[3].

Secondo i commentatori almeno due sono le caratteristiche che emergono dal racconto lucano: l’attività taumaturgica che anticipa nei segni il grande dono della redenzione (cf. i due racconti di risurrezione in Lc 7,11-17; 8,40-56) ed annuncia l’imminenza del Regno (Lc 11,20); l’apertura messianico-escatologica del dono gratuito della salvezza universale per i peccatori e gli ultimi (Lc 19,9-10; 23,43).

In tale prospettiva il binomio perdono/conversione si collega alla missione di Cristo e alla sua capacità di vivere e di testimoniare il «tempo compiuto» della misericordia di Dio per l’uomo. Così il «cammino» di Gesù verso la sua passione è un richiamo insistente all’evento della redenzione per la quale si esige l’adesione al pieno compimento della volontà del Padre[4].In questa linea soteriologica vanno correttamente rilette le prospettive filantropiche presenti nel terzo Vangelo: Gesù diventa «amico» dei peccatori (Lc 7,34) e non teme di avere contatti con loro (Lc 5,27.30; 15,1-2), rivelando che essi sono i privilegiati di Dio in virtù del loro pentimento (Lc 15,1-32) e della longanimità divina (cf. Lc 13,6-9 con Mt 21,18-22) e proponendo come modello del credente la sincera conversione del cuore e la giusta ed intima relazione con Dio nella preghiera (Lc 18,10-14). È sempre alla luce della salvezza — e non per facile irenismo — che Gesù accorda il perdono: guarendo il paralitico (Lc 5,20), chiamando a sé Levi (5,27-32) e condividendo la cena con i suoi amici pubblicani, accogliendo il pianto della peccatrice (Lc 7,36-50), entrando a casa di Zaccheo (Lc 19,1-10), pregando per i responsabili della sua morte (Lc 22,61). Il suo sguardo misericordioso commuove e converte Pietro (Lc 22,61), strappa dalla morte il ladrone pentito (Lc 23,39-43), mentre le folle si battono il petto dopo aver assistito al dramma del Calvario (Lc 23,48).

L’invito alla misericordia universale (Lc 6,36) segue l’insegnamento circa l’amore per i nemici (Lc 6,27-30), ma allo stesso tempo, mette in guardia da ogni logica di potere e ambiguità (cf. Lc 11,37-54). Per Gesù «portare il fuoco sulla terra» indica l’invito ad una conversione che nasce dall’amore autentico per Dio e passa attraverso il «battesimo» della croce e delle morte (Lc 12,49-50). Perdono e conversione rappresentano i termini di un «incontro» tra la misericordia di Dio e la risposta di fede dell’uomo. Se non c’è risposta di fede allora l’uomo si chiama fuori da questo incontro (risulta esemplare la parabole del banchetto: Lc 14,15-24). A rafforzare questa prospettiva sono gli insegnamenti che il terzo evangelista pone nel suo racconto: il perdono di Dio è tematizzato nelle tre «parabole della misericordia» (Lc 15), ma è anche condizionato dalla risposta che l’uomo è chiamato a dare nell’ «oggi» della salvezza. L’esempio più esplicito della peculiarità lucana è rappresentato dal confronto tra la parabola del ricco epulone (Lc 16,19-31) e la vicenda del ricco Zaccheo (Lc 19,1-10). Mentre il ricco epulone vive l’oggi pensando solo a se stesso, chiuso nel proprio benessere, il ricco Zaccheo si sente interrogato dal bisogno di vedere/cercare Colui che sta passando. E una volta interpellato imprevedibilmente da Cristo, esce allo scoperto e accetta di accoglierlo nell’«oggi» della sua dimora. Il perdono dei peccati trova una risposta nel cambiamento radicale della sua esistenza peccaminosa. La salvezza entra nella casa di Zaccheo, mentre rimane fuori dalla porta del ricco epulone. In aggiunta occorre ribadire che il tema della salvezza collettiva è molto accentuato nel pensiero lucano secondo una duplice articolazione: l’allusione alla «salvezza d’Israele» sia nel passato (Lc 1,46-47.69; At 7,25) che nel presente (Lc 2,11; Lc 4,21 «oggi»; At 2,40; 4,11-12) e il dono della salvezza estesa ai pagani (Lc 2,32; 3,6; 13,46-47; At 16,17; 28,28). In definitiva l’evento salvifico compiuto da Gesù si esplica come liberazione dal peccato, dalla malattia, dalla morte e dal potere diabolico, ma perché questo possa realizzarsi è necessaria la fede personale e la conversione, che nasce dall’incontro con il Cristo.

Tale prospettiva permette di cogliere la singolare lettura che l’evangelista Luca offre della passione di Gesù e segnatamente del rapporto tra perdono e conversione in Lc 23,26-56.

3. La singolarità del racconto della passione e l’analisi di Lc 23,26-56

Come è noto il racconto della passione nei vangeli costituisce la testimonianza più antica di questi scritti perché gli eventi drammatici della morte di Cristo furono il primo oggetto della predicazione apostolica, dopo che l’incontro con il Risorto aveva fatto maturare la fede dei discepoli e dato inizio alla loro opera di evangelizzazione[5]. Tuttavia l’evento storico della passione e morte di Cristo è stato rielaborato nei quattro racconti evangelici, secondo prospettive proprie di ciascun evangelista. Mentre Marco (cc. 14-15) accentua la connotazione tragica di un avvenimento sconvolgente, Matteo (cc. 26-27) compone un racconto ecclesiale con catechesi sapienziale e Luca (cc. 22-23) elabora la narrazione focalizzando la dimensione misericordiosa della morte di Gesù e la sua finalità salvifica. Giovanni (cc. 18-19) offre una visione teologica dell’evento, mostrando la rivelazione della gloria proprio attraverso il dramma della croce. Assistiamo così ad una evoluzione coerente, costante e progressiva delle narrazioni evangeliche, dalle quali traspare un impegno di approfondimento sia nella comprensione dei fatti sia nel modo di trasmetterne la conoscenza[6].

3.1 Il racconto lucano (Lc 22-23)

Più degli altri sinottici Luca ritocca la narrazione tradizionale della passione ed aggiunge molti particolari, al punto che si può parlare di un racconto «nuovo», in quanto offre una nuova prospettiva teologica nella presentazione degli avvenimenti. La struttura complessiva del racconto resta comune a quella degli altri sinottici ed è caratterizzata da alcuni elementi che uniformano le varie scene[7]. Non potendo passare in rassegna ogni unità del racconto lucano della passione, mi limito solo a segnalare le differenze maggiori per fermarmi solo sulla pericope di Lc 23,26-56.

  • In primo luogo si nota come Luca presenti la sicurezza tranquilla e serena di Gesù: nel giardino prega con grande fiducia; a Giuda rivolge una parola delicata e amichevole; al servo colpito dal discepolo risana l’orecchio mostrando cura e premura nonostante l’avversità; con infinita dolcezza guarda Pietro che lo ha rinnegato; perdona i propri uccisori e si affida con fiducia nelle mani del Padre; al ladrone pentito rivolge una regale e magnanima promessa.

  • Gesù non è abbandonato né dagli uomini né dal Padre: un angelo appare per confortarlo; Pilato lo dichiara ripetutamente innocente; un malfattore lo difende; i discepoli non fuggono via e una grande folla di popolo lo segue fino alla croce. È chiaro che Luca ha voluto descrivere la scena della crocifissione come una «sacra rappresentazione» coinvolgente, una scena da guardare: anticipa così le raffigurazioni della Via Crucis e pensa che la comunità cristiana debba avere ben presente l’immagine di questa passione e lasciarsi coinvolgere dalle scene a cui assiste, perché tale coinvolgimento può produrre un benefico cambiamento.

  • L’evangelista, nel raccontare la passione, parte dalla riflessione teologica su una importante affermazione profetica (Is 53,11: «Il giusto mio servo giustificherà molti») e sostiene che Gesù è il giusto che rende giusti con la sua sofferenza. Che sia innocente, nel racconto di Luca, lo dicono tutti! La sua morte è il sacrificio dell’innocente che compie fino in fondo la volontà di Dio, cioè l’opera della salvezza: perciò mostra Gesù certo della glorificazione. Sul monte degli ulivi fa riferimento alla “lotta” contro l’impero delle tenebre: con linguaggio apocalittico definisce così lo scontro con le potenze demoniache che dominano il mondo e, implicitamente, annuncia anche la vittoria del Cristo. La solenne proclamazione davanti al sinedrio evidenzia la certezza di Gesù che la glorificazione è già in atto «fin da ora», nonostante le apparenze. Gesù ne è sicuro, come dimostra la sua promessa al malfattore: dicendo «oggi», egli manifesta la sua fiduciosa e ferma convinzione di vittoria. Gesù dunque è il giusto che rende giusti: dal suo sacrificio nasce la salvezza, come lasciano intendere il pentimento di Pietro, la garanzia del paradiso al malfattore e l’atto di fede del centurione.

  • È soprattutto il tema della conversione ad emergere fortemente anche nel racconto della passione: il pianto ne diviene il segno eloquente, per Pietro, per le donne che seguono il condannato, per le folle accorse a quello spettacolo. L’efficacia della croce sta proprio nel coraggio e nella forza di cambiare vita: chi ha preso veramente parte al dramma della croce si sente cambiato e vuole cambiare. L’evangelista elabora una incisiva catechesi ecclesiale, proponendo il perdono aperto a tutti e incoraggiando nella sua «catechesi missionaria» ad aderire a Cristo per ottenere la salvezza.

3.2 Analisi di Lc 23,26-56

Articolazione e orientamento teologico

L’articolazione del nostro brano è composta di cinque unità così tematizzate: vv. 26-32: il cammino di Gesù verso il Calvario; vv. 33-38: Gesù in croce; vv. 39-43: Gesù e i due ladroni; vv. 44-49: la morte di Gesù; vv. 50-56: la sepoltura[8]. Circa l’orientamento teologico Rossé sottolinea le differenze del racconto lucano rispetto a quello marciano[9]. «Luca compone il racconto costruendo una serie di scene ognuna completa e ben legata alla successiva, quali altrettante stazioni della via crucis. Egli ottiene così uno sviluppo dinamico, nella continuità di un progresso narrativo costante e lineare. A tal fine, evita ripetizioni, concreta elementi della stessa natura ma dispersi nella fonte (le derisioni, il doppio grido di Gesù, i fenomeni miracolosi che accompagnano la morte), elimina tutto ciò che disturba la scorrevolezza e distrae il lettore dal filo del pensiero»[10]. L’intento lucano non è tanto di natura storica (secondo cui «i personaggi garantirebbero la reale successione dei fatti»), ma catechetica, nel senso che le figure menzionate nella passione diventano «esempi da imitare». Simone di Cirene, le pie donne, il buon ladrone costituiscono modelli di conversione e di perdono per i lettori e il loro comportamento diventa un «insegnamento». Ugualmente l’atteggiamento di Gesù sulla croce, la sua totale obbedienza al Padre, il suo amore verso i nemici, il perdono concesso al ladrone, rappresentano una «strada» che ogni credente deve imitare[11].

Analisi delle singole unità

– vv. 26-32: il cammino di Gesù verso il Calvario

26Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. 27Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. 28Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. 29Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. 30Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”, e alle colline: “Copriteci!”. 31Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?». 32Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori.

In questa prima unità, Gesù intraprende il suo cammino sorretto da Simone di Cirene a cui addossano la croce. Si evita la menzione della flagellazione e dei maltrattamenti. Simone cammina «dietro» al Maestro; seguono la moltitudine del popolo e le donne «che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui». Il richiamo alla predizione di Lc 19,41-44 è l’elemento centrale di questa unità che si collega a quanto Gesù comunica ai presenti. Vi è un dibattito su come interpretare la predizione di Gesù. Parola di avvertimento, appello al pentimento, grido di compassione, o semplice oracolo di giudizio? Il rituale della via dolorosa, che esponeva il condannato alla derisione, sembra in Luca sfumato dal rispetto per Gesù. Nel v. 28 il messia assume i tratti del profeta sofferente e annuncia la predizione sulla città alle «figlie di Gerusalemme»: la sofferenza del messia anticipa quella della città che verrà distrutta. Nel v. 31 l’espressione: «“Cadete su di noi!”… “Copriteci!”», sembra la citazione di un proverbio. La predizione su Gerusalemme non esclude la salvezza dei suoi abitanti, se essi accoglieranno il Vangelo. L’ultimo versetto presenta solo in Luca la sequela di due malfattori (ladroni).

– vv. 33-38: Gesù in croce

33Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. 34Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. 35Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». 36Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto 37e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». 38Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».

L’ordine del racconto (che segue Mc) presenta le sue peculiarità. Quattro categorie di persone ruotano intorno a Gesù: il popolo assiste, i capi del popolo lo deridono, i soldati lo scherniscono e i due ladroni, uno bestemmia e l’altro no. L’evangelista lascia intendere che per tutti costoro c’è speranza di conversione e questa speranza nasce dal «perdono». Si osserva chiaramente la scena in movimento, la cui dinamica è quella del perdonare da parte di Gesù, che si rivolge al Padre. La scena esprime la paradossalità del messaggio evangelico che riguarda la volontà di perdonare coloro che fanno il male. Si raccoglie in questo suggestivo scenario di dolore l’intera missione del Cristo: portare al mondo il perdono di Dio. Tale missione può avere effetti positivi se l’uomo risponde a Dio aprendosi al suo perdono. Nel racconto l’evangelista intende affermare la misericordia universale del Padre e ribadire che c’è speranza di conversione anche nell’ultimo atto della propria storia. L’eco del perdono ricevuto si evidenzia lungo l’intera narrazione. Vedremo come il popolo «se ne ritorna a casa pentito» (v. 48), il centurione cambia atteggiamento, uno dei ladroni si associa alla speranza della salvezza in Cristo. Solo i capi dei giudei non mostrano alcun cambiamento.

Rossé evidenzia una duplice forma di solidarietà di Gesù verso gli uomini: a) l’offerta del perdono ai suoi crocifissori è il punto di arrivo dell’insegnamento sull’amore al nemico che realizza la missione di salvare chi è perduto; b) Gesù resiste alla triplice tentazione di salvare se stesso (i capi, i sodati e il cattivo ladrone), forse collegata alla triplice tentazione nel deserto (Lc 4). Rinunciando all’autosalvezza, Gesù rimane solidale con l’uomo peccatore e aspetta da Dio solo l’intervento salvifico. Egli realizza in modo nuovo quanto aveva insegnato nella sua missione: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per me la salverà» (Lc 9,24). Restano nello sfondo del racconto il riferimento a Is 53,12 e al Sal 22, 7.8.19; 69,22 (la passio justi e la figura del servo sofferente di Yhwh)[12].

Nel v. 34a la prima parola di Gesù in croce è «Padre perdona»[13]. C’è una discussione su chi sono i beneficiari del perdono. Per alcuni sarebbero i soldati (diretti protagonisti della crocifissione), altri invece ritengono che egli pregasse per i Giudei. Considerando la redazionalità del versetto, si ritiene che il riferimento sia ai responsabili di questo atroce delitto, cioè i capi del popolo e i sacerdoti. B. Prete considera questa parola sulla croce di Gesù come il «centro rivelativo» di tutta la passione, che illumina l’intera missione del Figlio[14]. In definitiva nell’ultimo solenne momento della croce Gesù conferma la rivelazione della misericordia del Padre, tema costante di tutta la sua missione salvifica. In questo senso il perdono di Gesù non va interpretato come un atto singolo di nobile bontà verso i suoi carnefici, ma come la manifestazione piena e definitiva dell’amore di Dio per i peccatori e i nemici (cf. Lc 6,28ss).

Il perdono offre la possibilità di un nuovo inizio. Se per l’ignoranza di Israele il Vangelo non è stato accolto, tuttavia Dio non cessa di attendere la conversione e la salvezza degli uomini e segnatamente dei Giudei[15]. La prospettiva del perdono non è solo rivolta al contesto prossimo della crocifissione, ma alla rilettura ecclesiale e alla predicazione degli Atti degli Apostoli. Il riferimento alle vesti tirate a sorte nel v. 34b collega la scena della croce con l’uomo giusto che soffre nel Sal 22.

Nei vv. 35-38 si menzionano tre scherni, mentre il popolo (Luca non parla dei passanti) stava a vedere. Il primo scherno viene dai sacerdoti che riconoscono a Gesù il potere taumaturgico e lo esortano a sfruttarlo a suo vantaggio. Il secondo scherno è dei soldati, i quali gli porgono dell’aceto (cf. Sal 69,21). Il gesto non viene spiegato dall’evangelista: esso potrebbe avere un valore compassionevole (cf. Gv 19,28) o finalizzato a dare lucidità e prolungare l’agonia. L’iscrizione sulla croce, secondo Rossé, sarebbe anche uno scherno «politico», una forma di derisione finale riservata al condannato[16].

– vv. 39-43: Gesù e i due ladroni

39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». 40L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». 42E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». 43Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

La scena dei due ladroni è peculiare del Vangelo lucano e si incastra bene nel contesto del racconto[17]. Si tratta di una icona esemplare che costituisce come il «culmine del racconto». Gli scherni subiti dagli astanti e ultimamente, dal cattivo ladrone, hanno come risposta il perdono di Gesù, che rivela la sua vittoriosa regalità. In qualche modo l’invito ad autosalvarsi trova una risposta in questa scena: nessuno si salva da solo, ma è il Salvatore che morendo per noi estende la salvezza all’intera umanità. La funzione del buon ladrone assume un ruolo parenetico, oltre che storico e teologico. Di fronte a Cristo l’uomo deve prendere posizione. Mentre negli altri sinottici i malfattori lo insultano, in Lc si differenzia il ladrone cattivo da quello buono.

Il cattivo si associa allo scherno dei presenti («salva te stesso e anche noi»), mentre il buono si dissocia, esprimendo un insegnamento sapienziale: il male compiuto è riprovevole, ma la giustizia di Dio rivela l’innocenza del crocifisso. Il buon ladrone evoca il «timore di Dio», che corrisponde all’autentica condizione dell’uomo pio, che riconosce a Yhwh obbedienza e fiducia, mentre il non temere dell’empio indica l’atteggiamento dello stolto. La scena è emblematica per il messaggio del perdono e della conversione. Il nostro tema viene pienamente centrato da questo dialogo di amore tra Gesù e il buon ladrone. Questi riconosce il suo peccato e si apre al pentimento. È l’ultimo atto prima di morire: anche il più grande malfattore fino all’ultimo momento può cambiare. La sua preghiera è toccante: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno»[18]. Dobbiamo pensare ad un atto di fede che il ladrone esprime, aprendo il suo cuore all’attesa messianica nella fine dei tempi (parousía). La risposta di Gesù non è proiettata al futuro escatologico, ma all’«oggi della salvezza»: «in verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (il luogo della beatitudine finale). Gesù promette una vita di comunione («sarai con me»): il perdono donato ad un uomo che alla fine si converte, diventa una promessa di comunione nell’oggi della sua storia. La morte non è più una condanna tragica, ma diventa il passaggio ad una vita di comunione e di pienezza nell’amore[19].

– vv. 44-49: La morte di Gesù

44Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, 45perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. 46Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.

47Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». 48Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. 49Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo.

Dopo il dialogo salvifico con il buon ladrone, l’evangelista narra la morte di Gesù, preceduta dall’eclissarsi del sole e dallo squarcio del velo del tempio. Luca non inserisce la citazione del Sal 22 (cf. Mc 15,34; cf. Sal 22,2) e la scena relativa ad Elia, ma li sostituisce con una preghiera di fiducia ripresa da Sal 31,6, preceduta dal vocativo «Padre: nelle tue mani consegno il mio spirito».

Rossé evidenzia che Gesù in Luca apre e chiude la sua esistenza con la parola Padre (Lc 2,49; 23,46), testimoniando fino alla fine la sua condizione filiale di amore e di obbedienza[20]. In Luca Gesù non è abbandonato (come in Mc 15), ma vive fino in fondo la sua comunione con il Padre (cf. la fiducia nel Sal 31). La figura del centurione, connotata dalla meraviglia, si apre alla fede (nella successiva trasposizione «cristiana» la figura del centurione diviene una testimonianza di fede) e suscita la lode a Dio. Gesù muore come il servo sofferente ma anche come il martire. Gesù è il Giusto e la sua immagine è collegata al servo di Yhwh (Is 53,11; cf. At 3,14; 7,52; 22,14). L’evangelista pone in evidenza il ruolo della folla che vede e si batte il petto (cf. Lc 18,13). Il tema del perdono che implica la conversione e il pentimento dei peccati viene fortemente esaltato nel nostro contesto. Così lo «spettacolo» (l’accaduto) si svolge alla presenza dei conoscenti e delle donne che «stanno a distanza». La folla ritorna a casa «riconciliata», pronta ad accogliere l’invito della predicazione apostolica. Annota Rossé: «L’evangelista ha in mente il cammino di conversione che ogni uomo è chiamato a fare e rifare: coscienza della propria colpevolezza (v. 18), apertura a Gesù sofferente e crocifisso (vv. 35.48a), pentimento (v. 48b)»[21].

– vv. 50-56: la sepoltura

50 Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto. 51 Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. 52 Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. 53Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. 54 Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato. 55Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, 56poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto.

Seguendo la fonte di Marco (cf. Mc 15,42-47), Luca ha ripreso il racconto della sepoltura presentando positivamente la figura di Giuseppe di Arimatea, uomo «buono e giusto» (cf. At 10,22.35). Egli aspettava il Regno di Dio (cf. la figura del vecchio Simeone: Lc 2,25). Delle cinque azioni attribuire a Giuseppe da Marco, Luca ne presenta solo tre: la deposizione della croce, l’avvolgimento nel lenzuolo (v. 53: sindoni) e la reposizione nella tomba «nuova». La sottolineatura della tomba scavata nella roccia e mai usata, indica la separazione del cadavere di Gesù da altri cadaveri (secondo l’uso di seppellire gli impuri lontano dalle tombe di persone pure). Il «cadavere del maledetto» non deve contaminare altre persone[22].

Nel v. 54 si segnala la cronologia: «Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato», cioè la sera del venerdì quando si preparava ciò che serve per il sabato. Il verbo «brillare» (epéphōsken) allude all’inizio della notte o alle lampade accese il venerdì sera per il sabato. Sembra che l’evangelista voglia alludere a ciò che sta per accadere: il brillare della luce della risurrezione. Chiude l’unità il ricordo delle donne (vv. 55-56), testimoni della crocifissione e della sepoltura. Luca non menziona il loro nome: esse seguono da vicino le vicende, osservano con attenzione il sepolcro e «come» viene deposto il corpo, per completare il rito della sepoltura. Così nel v. 56 solo Luca presenta l’azione pietosa delle donne: preparare gli aromi («aromi e profumi [mýra]», cf. Mc 14,3-8) e attendere il riposo sabbatico[23]. È evidente come il racconto della sepoltura funge da transizione tra quello della morte e la narrazione della risurrezione e della tomba vuota. In tal modo si chiude il cap. 23, dove la parola «giorno di sabato» (v. 56) costituisce il pivot con l’apertura di Lc 24,1. Dal immenso dolore per la morte del «giusto», alla incontenibile gioia per la sua risurrezione.

4. Prospettive teologiche

Ripercorrendo il cammino proposto nel Vangelo lucano, segnaliamo alcune prospettive teologiche che possono aiutarci nella riflessione sul perdono e sulla conversione in prospettiva interdisciplinare.

1) Un primo aspetto che caratterizza la visione cristologica del terzo Vangelo consiste nella sottolineatura della solidarietà di Gesù con l’umanità. L’evangelista rielabora la missione di Cristo come il profeta consacrato da Dio per «evangelizzare i poveri» (Lc 4,18, cf. Is 61,1). Una missione che si rivolge a quanti rientrano in questa categoria ampia del popolo di Israele e non solo. Colpisce il valore profondo dell’umanità sofferente, bisognosa, segnata da ferite fisiche e spirituali, privata di diritti e oggetto di giudizio e di durezza. Occorre partire da questa prospettiva, per comprendere come il racconto della passione assume contorni di profonda umanità e rappresenta una narrazione-testimonianza di come Dio sappia assumere l’humanum senza separazioni, senza fare distinzioni formali, ma con la volontà di «rigenerare» l’uomo e liberarlo dalla sua situazione di schiavitù.

2) Un secondo aspetto è rappresentato dal «camminare» di Gesù. Tale caratteristica connota la missione del Cristo nel Terzo Vangelo, ma anche dei suoi discepoli e della successiva storia della Chiesa narrata negli Atti degli Apostoli. Non si tratta di un cammino occasionale, estemporaneo, ma sì un preciso progetto di Dio, che chiede al Figlio di «esserci» e di non avere paura di sporcarsi le mani «entrando» nelle case degli uomini e delle donne del suo tempo. Così la passione di Gesù dove egli camminò sotto la croce, è preparata dal «grande viaggio» che vede il salvatore percorrere le strade di Israele e incontrare sulla strada la gente che lo attende.

3) Un terzo aspetto è la volontà del perdono e della salvezza. Fin dal canto profetico di Maria e di Zaccaria, si annuncia la misericordia di Dio e la sua salvezza (Lc 1,46-55.68-79), che prosegue lungo il racconto del Vangelo e si estende nella predicazione apostolica degli Atti. Proclamazione della liberazione degli oppressi e della vista ai ciechi, annuncio di un anno di grazia del Signore (Lc 4,18-19), scelta di chiamare a sé gente comune e comuni peccatori (singolare la prospettiva di Levi: Lc 5,27-31), sono tutti segni della misericordia di Dio che parla al cuore degli uomini e produce un dinamismo di vita e di riconciliazione. Più di una visione teorica e astratta del processo salvifico, sono eloquenti i volti che Gesù incontra: Simon Pietro (Lc 5,1-11: che si definisce peccatore), Levi che diventa discepolo, la peccatrice perdonata (Lc 7,36-50), l’indemoniato di Gerasa (Lc 8,26-39), Giairo e l’emorroissa (Lc 8,40-56), Marta e Maria (Lc 10,38-42), la donna ricurva (Lc 13,10-17), Zaccheo (Lc 19,1-10). Il racconto della passione costituisce il punto di arrivo di questo processo di perdono, dove Gesù solennemente invoca sul mondo e sui presenti il «perdono del Padre» (Lc 23,34) come prima parola sulla croce.

4) Un quarto aspetto è la conversione, cioè lasciarsi trasformare interiormente dalla Parola annunciata e dalla testimonianza portata dal Signore. Dal dubbioso Zaccaria nel tempio al giovane ricco che incontra il Signore (cf. Lc 18,18-23), la narrazione lucana presenta il cammino dell’evangelizzazione come un itinerario di «conversione». L’immagine biblica che illumina il progetto teologico lucano è senza dubbio l’esodo. Come per il popolo di Israele l’esodo dall’Egitto implica il cammino faticoso nel deserto verso la terra promessa, così per Gesù e i suoi discepoli l’annuncio del Regno implica una risposta di conversione e di rinnovamento di vita. Simeone prefigura nella sua profezia come il bambino sarà luce delle genti e «segno di contraddizione per molti» (Lc 2,34). Questo processo di conversione implica l’accoglienza della Parola salvifica e la disponibilità al cambiamento del cuore: se questo non avviene, allora si abbatterà la sciagura (Lc 13,1-5). La conversione si declina attraverso l’ascolto, la sequela, la condivisione fraterna, il servizio e la missione. I primi ad accogliere il cammino della conversione sono i discepoli. Nel racconto della passione appare chiaro come il processo di conversione del cuore è frutto della fede e della disponibilità. La folla si batte il petto, il centurione loda Dio per la testimonianza ricevuta da quel «giusto» e soprattutto il buon ladrone conferma che la conversione è possibile anche nell’ultimo momento prima di spirare.

5) Un quinto ed ultimo aspetto è dato dall’oggi e più in generale dalla concezione «presenziale» del tempo nel Terzo Vangelo. Possiamo sottolineare quattro «oggi» che contrassegnano il racconto lucano e che rivelano come il perdono e la salvezza siano a portata di mano dei credenti. Il primo oggi è a Betlemme, dove Gesù viene esaltato nel Natale come «salvatore» (Lc 2,11). Il secondo «oggi» è a Nazaret, dove il Signore rivela il compimento delle Scritture nella sua persona e nella sua missione (Lc 4,21). Il terzo «oggi» è a Gerico, presso la dimora di Zaccheo, il quale accoglie il Maestro e decide di cambiare la propria vita (Lc 17,5). Gesù afferma che la salvezza «oggi» è entrata nella casa del peccatore convertito (Lc 17,10). L’ultimo «oggi» è detto da Gesù crocifisso al buon ladrone, mentre a Gerusalemme egli compie le Scritture e la sua missione salvifica (Lc 23,43).

5. Conclusione

Perdono e conversione formano un binomio inscindibile avvalorato dall’analisi del Terzo Vangelo. La narrazione della morte di Gesù in croce conferma l’intera missione di salvezza che il Figlio accoglie nella piena obbedienza alla volontà del Padre.

Tra i vari personaggi che ruotano intorno al Signore nel corso della sua passione spiccano soprattutto tre. In primo luogo le folle, che vedendo il dolore del Cristo, ritornano a casa «battendosi il petto». In secondo luogo il centurione, che vedendolo morire in quel modo, apre il suo cuore alla lode di Dio. Infine il buon ladrone, giunto fino a quell’ora nella condizione di un peccatore segnato da un destino nefasto. Egli diventa l’icona del credente a cui Dio apre le braccia della misericordia e del perdono. «Ricordati di me quando sarai nel tuo regno» implora il condannato. E Gesù accanto a lui gli conferma la fedeltà misericordiosa del Padre: «oggi sarai con me in paradiso». Perdono e conversione si collocano dentro la vita dell’uomo ferito, che si apre alla guarigione. Non è mai troppo tardi per affidarsi a Dio che è misericordia. Le parole di papa Francesco nell’esordio dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium sono eloquenti e profondamente attuali:

«Ci fa tanto bene tornare a Lui quando ci siamo perduti! Insisto ancora una volta: Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia. Colui che ci ha invitato a perdonare «settanta volte sette» (Mt 18,22) ci dà l’esempio: Egli perdona settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo l’altra. Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile. Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia. Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada. Nulla possa più della sua vita che ci spinge in avanti!»[24].

Note

[1] - Dante Alighieri definiva l’evangelista Luca «scriba mansuetudinis Christi» («Et quod hoc tunc humanum genus fuerit felix in pacis universalis tranquillitate, hoc ystoriographi omnes, hoc poetae illustres, hoc etiam scriba mansuetudinis Christi testari dignatus est»; Dante Alighieri, Monarchia, I, XVI, 2).

[2] - «Per Luca Gesù è anzitutto il «servitore della parola», lui solo ne descrive il messaggio come «Parola di Dio» (Lc 5,1; 8,11.21; 11,28) e viene designato sette volte con il titolo di «profeta» più che negli altri evangelisti (5 in Mt e 3 in Mc); è Gesù stesso a chiamarsi con questo nome (Lc 4,24; 13,33), ma anche la folla (Lc 7,16.39) e i suoi discepoli (Lc 24,19). Diversi autori (F. Gils, F. Schnider, J. Coppens, G. Segalla) hanno evidenziato l’aspetto della coscienza profetica di Gesù, reinterpretando i tratti principali della teologia lucana soprattutto nel battesimo, nel discorso di Nazareth, nella trasfigurazione e nei racconti di passione. La persona di Gesù viene posta a confronto con le tipologie veterotestamentarie di Elia, Eliseo, Mosè e dei profeti escatologici. Infatti il discorso programmatico di Nazareth (Lc 4,16-30) evoca due episodi profetici legati ai cicli di Elia ed Eliseo (cf. 1Re 17,8s.; 2Re 5,14), a cui si farà allusione nel miracolo di Nain (Lc 7,11-17), nel richiamo alla sequela radicale (cf. Lc 9,62) e nel racconto dell’assunzione (At 1,2.11-12, cf. 2Re 2,11)» (G. De Virgilio – V. Picazio, Teologia sinottica, Saletta dell’uva, Caserta 2009, 126).

[3] - Ibidem, 127.

[4] - Cf. Lc 2,49; 4,43; 9,22; 13,33; 17,25; 21,9; 22,37; 24,7.26.44.

[5] - Per un approfondimento dei racconti evangelici, cf. A. Vanhoye – I. de la Potterie – Ch. Duquoc – E. Charpentier, La passione secondo i quattro vangeli, Queriniana, Brescia 1983; P. Benoit, Passione e risurrezione del Signore. Il mistero pasquale nei quattro evangeli, Gribaudi, Torino 1993; B. Maggioni, I racconti evangelici della passione, Cittadella, Assisi 1994; R. Meynet, La Pasqua del Signore. Testamento, processo, esecuzione e risurrezione di Gesù nei vangeli sinottici, EDB, Bologna 2001.

[6] - C. Doglio, La passione secondo Luca (Lc 22-23), «Parole di Vita» 6 (2010), 25-33.

[7] - Oltre ai commentari al Vangelo secondo Luca, sono importanti: D. Senior, La passione di Gesù nel Vangelo di Luca, Àncora, Milano 1992; B. Prete, La passione e la morte di Gesù nel racconto di Luca, vol. 1. I racconti della passione. L’arresto (SB 112), Paideia, Brescia 1996; vol. 2. La passione e la morte (SB 115), Paideia, Brescia 1997; P. Tremolada, «E fu annoverato fra iniqui». Prospettive di lettura della Passione secondo Luca alla luce di Lc 22,37 (Is 53,12d), Pontificio Istituto Biblico, Roma 1997.

[8] - Cf. G. Rossé, Il Vangelo di Luca. Commento esegetico e teologico, Città Nuova, Roma 1992, 962-998.

[9] - Cf. V. Fusco, La morte del Messia (Lc 23,26-49), in Gesù e la sua morte. Atti della XXVII Settimana Biblica, Dehoniane, Bologna 1984, 69-73.

[10] - Rossé, 963. Secondo Dibelius la passione lucana è più vicina ad un «racconto di martirio» e mette in luce la figura di Gesù come il Giusto sofferente che supera con perseveranza la prova. Secondo Vanhoye, Luca intende proporre una catechesi esortativa per i discepoli (il «vangelo del discepolo»). Circa l’aspetto soteriologico alcuni sostengono che non emerge la salvezza in relazione alla morte di Gesù, mentre è più legata alla sua risurrezione. Altri pensano che l’efficacia salvifica della morte di Cristo sarebbe alla base della «soteriologia narrativa» del vangelo e mostrerebbe i segni della conversione (il ladrone, le folle che si battono il petto, ecc.). Per Fusco la conversione del ladrone come quella delle folle non è collegata al tema della salvezza, ma ai fenomeni che accompagnano la morte drammatica del Signore (cf. Ibidem).

[11] - Fusco evidenzia il motivo della messianicità di Gesù al cospetto di Israele e della sua incredulità. Significativa è la presenza del popolo nel racconto della passione: al tempo stesso spettatore e attore. Come scrive Rossé: «Da una parte partecipa attivamente alla condanna di Gesù (vv. 13.18.26): colpevole sarà punito (allusione alla distruzione di Gerusalemme del 70 d.C.: vv. 28-31); dall’altra il rifiuto di Israele è attribuito all’«ignoranza» (Lc 23,34; cf. At 3,17; 13,27; 17,30) e lo stesso popolo se ne torna a casa pentito: il giudizio di Dio su Israele non ha chiuso la porta alla speranza» (Ibidem, 964).

[12] - Cf. Rossé, 963; Idem, Il grido di Gesù sulla croce, Città Nuova, Roma 1984, 63-68.

[13] - Il v. 34a pone una questione testuale, poiché viene omesso in alcuni importanti manoscritti (cf. P75). Le edizioni tendono ad inserirlo, ritenendo che sia un’inserzione redazionale. Il dibattito è riassunto in Rossé, 974, nota 127.

[14] - Cf. B. Prete, L’opera di Luca. Contenuti e Prospettive, Elledici, Leumann-Torino 1986, 272-274.

[15] - Cf. Lc 24,26.44ss; At 3,17; 13,27.

[16] - Cf. Rossé, 978.

[17] - Per un approfondimento, cf. R. E. Brown, La morte del messia. Un commentario ai racconti di Passione dei quattro vangeli, Queriniana, Brescia 1999, 1126-1127; E. Bianchi, «Oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,43), «Parola Spirito e Vita» 1 (2009), 125-138.

[18] - Il v. 42 possiede alcune varianti testuali di rilievo: «Gesù, ricòrdati di me il giorno della tua venuta» (testo occidentale); «Gesù, ricòrdati di me quando andrai nel tuo regno»; «…quando verrai in visita nel tuo regno»… (cf. Rossé, 982, nota 165).

[19] - Cf. R. Vignolo, Alla scuola dei ladroni. Una lettura di Luca 23,39-43, «Rivista del Clero Italiano» 4 (2006), 282-285; Prete, La passione e la morte di Gesù nel racconto di Luca, 98.

[20] - Cf. Rossé, 984.

[21] - Ibidem, 990.

[22] - Cf. Rossé, 997.

[23] - Rossé evidenzia le differenze con la fonte marciana e con le usanze giudaiche previste per la sepoltura dei cadaveri nella Mishnah (cf. Ibidem, 998).

[24] - Francesco, Evangelii Gaudium. Esortazione apostolica (24.11.2013), n. 3.


© 2016 Giuseppe De Virgilio & Forum. Supplement to Acta Philosophica

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