Stephan Kampowski
DOI:  10.17421/2498-9746-02-04
Abstract 

Ricorrendo al pensiero di S. Tommaso d’Aquino e analizzando i brani biblici del figliol prodigo e di Giuseppe e i fratelli, il saggio mira a mostrare che occorre intendere la misericordia all’interno di un rapporto di alleanza. L’alleanza viene stabilita da una promessa originaria, mentre la miseria dalla quale la misericordia ci solleva è proprio questa: essere usciti dall’alleanza, aver perso la promessa. La misericordia ci dà tempo per ritrovare la promessa. Il tempo fa parte della misericordia. La misericordia si chiede: come generare nell’altro un agire eccellente che gli permetta di accettare di nuovo l’alleanza? Non basta togliere la colpa, occorre rigenerare l’altro ad un nuovo agire: è questo lo scopo della misericordia.

1 Misericordia = sollevare dalla miseria

Nella sua trattazione sulla misericordia San Tommaso d’Aquino si rifà alla tradizione che lo precede. In particolare si riferisce a Sant’Agostino, secondo il quale “la misericordia è la compassione del nostro cuore per l’altrui miseria, che, potendolo, siamo spinti a soccorrere”[1]. Quando l’Aquinate poi ne conclude che “la misericordia deriva dall’avere un cuore misero (o triste) sull’altrui miseria”[2], si vede come secondo la sua impostazione la misericordia ha un aspetto affettivo (“compassione del nostro cuore per l’altrui miseria”) e effettivo (“siamo spinti a soccorrere”). Usare misericordia è molto di più di un semplice “non punire” come talvolta essa è presentata. Si tratta piuttosto di un “sollevare dalla miseria”. Punire non è affatto contrario alla misericordia, anzi, in certe circostanze una punizione educativa potrà proprio far parte dell’agire misericordioso, in quanto mira a sollevare dalla miseria: in questo senso leggiamo nel libro dei Proverbi: “Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua esortazione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (Proverbi 3, 11-12). Nella stessa direzione va interpretata la disciplina di Dio che fa camminare il suo popolo nel deserto per quarant’anni. Il motivo non è affatto l’ira o un desiderio di vendetta, ma piuttosto la misericordia. Se Dio disciplina e educa, lo fa per sollevare il popolo dalla miseria. Ma qual era la miseria più grande del popolo eletto? Forse la mancanza di pane e acqua? In quel caso difatti sarebbe bastato tornare in Egitto. Sembra piuttosto che la loro vera miseria sia stata la loro infedeltà all’alleanza. In particolare nel contesto teologico la misericordia può essere compresa pienamente soltanto dall’interno di una storia di salvezza.

L’alleanza e con ciò la promessa è il luogo che illumina la misericordia, perché ci lascia vedere la vera miseria alla quale la misericordia risponde: la perdita della promessa, l’uscita dall’alleanza. La vera miseria è stare fuori dall’alleanza, l’esclusione da essa, ed è a questa miseria che la misericordia divina risponde. È in questi termini che la intende Papa Francesco quando afferma che la “misericordia […] implica il ristabilimento dell’alleanza”[3]. La misericordia di Dio si manifesta perciò nel far tornare il popolo all’alleanza, nel far partecipare nuovamente il popolo del rapporto di amore e della promessa originaria che Dio gli aveva offerto.

2 Misericordia: l’offerta di un rapporto

È importante tener presente il contesto dell’alleanza come luogo della misericordia. Solo così possiamo capire bene la vera miseria del misero e solo così la nostra opera di misericordia potrà evitare un grande pericolo che le impedirebbe di essere l’espressione di un amore autentico. Esiste, cioè, il rischio di cadere nell’orgoglio, poiché la misericordia è la virtù del forte. Come fa notare S. Tommaso d’Aquino: “Spetta alla misericordia donare ad altri; e, quello che più conta, sollevare le miserie altrui: ora, questo è compito specialmente di chi è superiore”[4]. Per chi non ha nessuno sopra di sé (Dio), la misericordia è la virtù più grande. Per chi ha qualcuno sopra di sé (ogni creatura), la virtù con la quale si stabilisce un legame col proprio superiore (la carità) è ancora più grande[5]. In quanto virtù del più forte, la misericordia umana rischia di essere espressione della superbia invece che dell’amore.

Il problema è che persino le azioni più atte ad essere espressioni d’amore si lasciano compiere anche senza amore, come sottolinea l’Apostolo quando dice: “Anche se distribuissi tutte le mie sostanze […], ma non avessi la carità, niente mi giova” (1 Cor 13,3). Una misericordia che non offre un rapporto, una misericordia che non si intende dall’interno di una relazione precedente tra misero e misericordioso può addirittura essere offensiva. Occorre non soltanto dare, ma dare bene, cioè, nel rispetto dell’altro. Fare un dono (per sollevare dalla miseria) senza coinvolgimento, senza offrire un rapporto (cioè per ristabilire all’alleanza), è donare moneta falsa, per usare l’espressione di Jacques Derrida[6]. Così, il Dio misericordioso non solo dà qualcosa, ma offre se stesso: fa una promessa, stringe un’alleanza con gli uomini, fino al punto estremo di sposare la nostra stessa natura umana, unendola a sé per sempre nel mistero dell’Incarnazione. Lo spazio ultimo della misericordia è l’intervento di Dio nella storia. Il contesto della misericordia è la promessa di Dio.

3 Il figliol prodigo (Lc 15)

Un racconto che secondo S. Giovanni Paolo II esprime “l’essenza della misericordia divina […] in modo particolarmente limpido” è quello della parabola del figliol prodigo (cfr. Lc 15)[7]. Quando Papa Wojtyła afferma che “la parabola tocca indirettamente ogni rottura dell’alleanza d’amore, ogni perdita della grazia, ogni peccato”[8], usa questi termini in modo quasi sinonimico. Il peccato è la perdita della grazia che coincide con l’uscita dall’alleanza, ed è questa la vera miseria alla quale risponde la misericordia. La miseria del figlio consiste nell’aver rotto l’alleanza con il padre e con ciò nell’aver perso la dignità di figlio.

Certo, si potrebbe dire che in fin dei conti il figliol prodigo torni a casa spinto dalla necessità, dalla povertà estrema, dalla fame e dalla sete che minacciavano la sua stessa vita. Ma nella lettura della parabola che ci offre Giovanni Paolo II, la miseria materiale era simbolo di una miseria ancora più profonda: “La situazione in cui si venne a trovare al momento della perdita dei beni materiali doveva renderlo cosciente della perdita di questa dignità [di essere figlio]”[9]. È vero che all’inizio sembra tornare solo per la mancanza dei beni materiali. Però quando riflette su se stesso e sulla sua situazione, si rende conto della perdita più grande. Infatti, una delle frasi che memorizza, preparandosi per recitarla davanti a suo padre nel momento dell’incontro, è questa: “Non sono più degno di essere chiamato il tuo figlio” (Lc 15,19). Con quest’affermazione ha pienamente ragione. Si sta rendendo conto dell’immensità dell’offesa. Chiedere il patrimonio prima della morte del padre — anche se legale — era quasi come dire al padre: desidero la tua morte. Vediamo che la miseria più grande dell’uomo è il peccato, cioè, uscire dall’alleanza con Dio, allontanarsi dalla casa del padre. Il figlio prodigo si rende conto che, avendo disprezzato il dono della figliolanza, il massimo che potrà chiedere al padre è di essere uno dei suoi servi. Per dirla con Giovanni Paolo II: “Al centro della coscienza del figliol prodigo, emerge il senso della dignità perduta, di quella dignità che scaturisce dal rapporto del figlio col padre”[10].

Che cosa fa il padre? Cerca di ristabilire il figlio e di rigenerarlo, reintroducendolo nel rapporto di figliolanza: “Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita” (Lc 15,24). Dall’inizio le azioni del padre erano mirate a riguadagnare il figlio — a generare in lui un agire nuovo — a portarlo alla conversione. Il padre è misericordioso dall’inizio. La rottura dell’alleanza avviene non nel momento in cui il figlio parte, ma già nel momento in cui chiede l’eredità. Il padre avrebbe potuto anche rifiutare l’eredità e punire la richiesta. Oppure avrebbe potuto seguire il figlio, cercando di proteggerlo nel suo cammino, risparmiandogli almeno alcune delle esperienze più brutte. Ma non avrebbe riconquistato suo figlio in questo modo. Non avrebbe cambiato il suo agire dal di dentro. Per riconquistarlo, lo lascia andare. La trama della misericordia è la storia di un amore: Dio è il Padre che aspetta il rientro del suo figlio, dando spazio alla sua libertà. La misericordia ha un fine: ricondurre l’altro all’interno dell’alleanza. Perciò cerca la conversione; cerca di far nascere nell’altro un nuovo agire, non solo dal punto di vista esteriore, ma un agire interiore. Difatti, per Giovanni Paolo II “la parabola del figliol prodigo esprime in modo semplice, ma profondo, la realtà della conversione”[11]. E questa conversione “è la più concreta espressione dell’opera dell’amore e della presenza della misericordia nel mondo umano”[12] (DM 6). La misericordia del padre non voleva soltanto risparmiare al figlio il dolore fisico, la fame, la vergogna. Voleva riconquistare il figlio. Per quello ha dovuto lasciarlo andare e non seguirlo.

Si tratta di una misericordia provvidenziale. Il padre ha dato al figlio il tempo di cui questi aveva bisogno. Il tempo della misericordia si vede nel padre che permette al figlio di uscire e che aspetta pazientemente il suo ritorno. È il tempo della pazienza, dell’attesa e della speranza. Quando il figlio si converte e torna a casa, il padre “è fedele alla sua paternità, fedele a quell’amore che da sempre elargiva al proprio figlio. […] La fedeltà a se stesso da parte del padre — un tratto già noto dal termine vetero-testamentario «hesed» — viene al tempo stesso espressa in modo particolarmente carico di affetto”[13]. Come il padre nella parabola è fedele alla sua paternità, così Dio è fedele alla sua alleanza: Questa è la misericordia, l’hesed di Dio: cercare di ristabilire il peccatore nel rapporto di figliolanza. Gioisce con un carico di affetto quando il peccatore torna. Dal fatto che il padre vede suo figlio da lontano (cfr. Lc 15,20), si evince che lo ha aspettato. Poi la prima cosa che fa non è lamentarsi, non è punire, ma non è neanche dare cibo. Piuttosto, il primo gesto del padre è rimediare al male più grande: alla perdita della dignità di figlio. Gli dà i vestiti, l’anello e i calzari, che sono i simboli dello stato di figlio (cfr. Lc 15,22). Giovanni Paolo II commenta l’azione del padre nei confronti del figlio in questi termini: “Il padre è consapevole che è stato salvato un bene fondamentale: il bene dell’umanità del suo figlio […] La fedeltà del padre a se stesso è totalmente incentrata sull’umanità del figlio perduto, sulla sua dignità”[14].

4 Giuseppe e suoi fratelli (Gen 37-50)

Anche nel racconto biblico che narra la storia di Giuseppe e suoi fratelli si percepisce in modo molto chiaro il tempo della misericordia. Si vede a quale scopo effettivamente mirino la misericordia e il perdono. Ci si potrebbe chiedere in che modo Giuseppe sia stato misericordioso con suoi fratelli quando li rivede dopo tanti anni. Essi lo avevano venduto in schiavitù. Adesso lui è il re d’Egitto, secondo solo al faraone stesso che “lo pose signore della sua casa, capo di tutti i suoi averi” (Sal 105,21). I suoi fratelli invece vengono da lui come mendicanti, chiedendo il pane. Non lo riconoscono ed egli mette in atto una piccola scena. È particolarmente duro con loro. Richiede che la volta seguente portino Beniamino e insiste che lascino uno di loro come ostaggio. Qualche tempo dopo essi tornano con Beniamino. Giuseppe ancora non si rivela ma coglie l’occasione per incastrare il fratello più piccolo e accusarlo di aver rubato una coppa d’argento (cfr. Gen 44,2), minacciando di tenerlo come suo schiavo. A che cosa serviva tutto questo dramma? Perché non ha subito detto: “Benvenuti, cari fratelli, che bello rivedervi”?

Giuseppe, in fin dei conti, era un uomo spirituale, che ha visto in tutta la sua storia la mano di Dio e che aveva già da tempo perdonato il crimine commesso dai fratelli nei suoi confronti. La messa in scena non gli serviva per vendicarsi dei fratelli. Era piuttosto mirata a ristabilire il rapporto. Si può anche perdonare unilateralmente, ma in questo modo non si ristabilisce ancora la relazione. Il ristabilimento del rapporto si chiama riconciliazione, e perché essa ci sia, occorre non soltanto che dopo un’offesa la parte che ha sofferto l’ingiustizia offra il perdono, ma anche che la parte offendente sia in grado di riceverlo. Per poter ricevere il perdono, l’offensore ha bisogno di un cambiamento di cuore. Deve ammettere il suo peccato, occorre che si renda conto anche di quello che era alla radice del suo sbaglio. Per portare suoi fratelli a questo punto, Giuseppe concede loro tempo. Cerca di educarli perché si possano convertire e la riconciliazione sia così possibile. In questo senso il suo agire è un agire misericordioso. Vuole sollevarli dalla miseria che risiede nel loro peccato.

Qual era il loro peccato di fondo? Certo, hanno venduto il loro fratello in schiavitù. Non occorre tanta profondità di pensiero, tanta riflessione o educazione per capire che questa è una cosa che non si fa. Però quest’azione così irragionevole e riprovevole aveva una radice amara profonda. C’era un male di fondo che occorreva essere rimediato. Perché mai si potrebbe essere tentati di uccidere o dare in schiavitù il proprio fratello? Perché hanno venduto Giuseppe? La radice del male era qui: non sono riusciti ad accettare la preferenza del padre[15]. Erano gelosi dell’amore preferenziale del loro padre Giacobbe verso il figlio avuto in vecchiaia: Giuseppe, figlio prediletto del padre, figlio di Rachele, moglie prediletta di Giacobbe. Sì, nel frattempo si poteva pensare e sperare che i fratelli maggiori si rendessero conto che vendere il fratello minore agli Ismaeliti non era stato proprio un atto pieno di bontà e saggezza. Ma la vera domanda era se si sarebbero potuti riconciliare con l’amore preferenziale del padre. Perciò il dramma inscenato da Giuseppe aveva proprio questo scopo: far loro rivivere la situazione originale, questa volta con Beniamino da protagonista.

Beniamino è il figlio della stessa madre di Giuseppe e il nuovo prediletto del padre. Sacrificheranno nuovamente il prediletto del padre? Tutta la messa in scena di Giuseppe aveva lo scopo di arrivare a questo punto: aiutare i suoi fratelli ad accettare la preferenza del padre. La svolta decisiva sta qui, nel momento in cui Giuda offre la sua stessa vita per salvare Beniamino: “Ora, lascia che il tuo servo rimanga invece del giovinetto come schiavo del mio signore e il giovinetto torni lassù con i suoi fratelli! Perché, come potrei tornare da mio padre senz’avere con me il giovinetto? Ch’io non veda il male che colpirebbe mio padre!” (Gen 44, 33-34). All’epoca, quando avevano venduto Giuseppe, la miseria del padre non li aveva toccati affatto. Adesso invece accettano la preferenza del padre. A questo punto preciso, e solo a questo punto, Giuseppe si fa riconoscere: “Io sono Giuseppe! Vive ancora mio padre?” (Gen 45,3). Adesso ha luogo la riconciliazione, il perdono offerto e accolto. Giuseppe ha generato in loro un nuovo agire — l’accettazione della preferenza del padre, la disposizione a offrire se stessi per amore del padre e del suo prediletto. In questo modo Giuseppe ha messo in grado i suoi fratelli di essere ristabiliti nell’alleanza originaria che li univa, cioè la loro comune figliolanza.

5 Conclusione

La promessa stabilisce un rapporto di alleanza. La promessa precede la misericordia. C’è una promessa originaria, poi accade un evento che fa perdere la promessa (la rottura dell’alleanza che è l’essenza del peccato) ed ecco che questa sembra scomparire. La miseria più grande è uscire dall’alleanza. La misericordia ci dà tempo per ritrovare la promessa. Il tempo fa parte della misericordia. La misericordia si chiede: come generare nell’altro un agire eccellente che gli permetta di accettare di nuovo l’alleanza? Non basta togliere la colpa, occorre rigenerare l’altro ad un nuovo agire: è questo lo scopo della misericordia.

Note

[1] - Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, 30, 1. Cfr. Agostino, De civitate Dei, IX, 5: “Quid est autem misericordia nisi alienae miseriae quaedam in nostro corde compassio, qua utique si possumus subvenire compellimur?”

[2] - Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, 30, 1.

[3] - Francesco, Lettera apostolica post-sinodale Amoris laetitia, 19 marzo 2016, n. 64.

[4] - Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, 30, 4.

[5] - Cfr. ibid.

[6] - Cfr. J. Derrida, Donare il tempo. La moneta falsa, Raffaello Cortina Editore, Milano 1996.

[7] - Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Dives in misericordia, 30 novembre 1980, n. 5.

[8] - Ibid.

[9] - Ibid.

[10] - Ibid.

[11] - Ibid., n. 6.

[12] - Ibid.

[13] - Ibid.

[14] - Ibid.

[15] - Devo questo pensiero e l’interpretazione del brano che ne segue ad una conversazione con il Rev. Prof. Bruno Ognibeni, docente di teologia biblica presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II.


© 2016 Stephan Kampowski & Forum. Supplement to Acta Philosophica

CC

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Testo completo della licenza