Anna Maria Costa
DOI:  10.17421/2498-9746-02-05
Abstract 

L’identità personale comporta la consapevolezza di un io costante e continuo nel tempo, separato dagli altri, con caratteristiche proprie, alcune stabili, altre acquisite e mutevoli. La virtù di religione quale modalità di essere nel rapporto con Dio perfeziona l’identità della persona, e può essere considerata la prima di tutte le virtù, indispensabile per una autentica conversione. Comprende infatti tutti gli aspetti della persona, conferendole la dignità particolare di creatura, figlia di Dio, dandole un senso della vita, modificandone il rapporto con l’altro, e anche con la realtà, in cui vede l’impronta del suo Creatore. Tutti i valori umani, relativi e frammentari, acquistano allora un significato di fronte ad una Realtà assoluta e non frammentaria. La conoscenza di sé, la conversione, le relazioni con gli altri, il perdono diventano realtà irrinunciabili nella formazione della propria identità, che va a coincidere con la vocazione individuale, che in ogni ambito comporta l’imitatio Christi.

1 Introduzione

La psicologia si interessa alla religione come realtà culturale in sé e come realtà conosciuta dalla persona, realtà che sia che venga accettata o rifiutata dalla stessa, incide in ogni caso nella costruzione della sua identità. Riguardo al tema specifico della giornata di studio “Perdono e conversione. Un percorso tra psicologia e religione”, il ruolo della religione nella formazione dell’identità porta a riflessioni diverse. Nel trattare l’argomento si procederà nel modo seguente: 1. Definire cosa è l’identità personale. 2. Delineare le caratteristiche delle diverse fasi evolutive nella formazione dell’identità. 3. Esaminare alcuni aspetti e problemi del rapporto fra religione e identità della persona.

2 Identità personale: definizione e caratteristiche

L’uomo è l’unico essere che può riflettere su se stesso ovvero essere allo stesso tempo soggetto che pensa ed oggetto del suo pensiero. Lo psicologo William James[1] alla fine dell’ottocento ha dato una definizione di identità, che rimane ancora basilare, anche nei successivi apporti delle varie correnti psicologiche, ponendo l’accento su due caratteristiche fondamentali:

1) Il senso di continuità del sé nel tempo.

2) il senso di individualità del soggetto che gli permette di definirsi come unico e separato dagli altri.

L’identità personale consiste quindi nella consapevolezza del senso di sé costante e continuo nel tempo, come la stessa radice del termine, derivante dal latino idem, (lo stesso, il medesimo), significa, cui si aggiunge la consapevolezza di sé come io separato dagli altri ma in rapporto con loro.

«L’identità è memoria»[2], afferma Jervis, per cui le persone possono ricordare e parlare del proprio passato perché lo riferiscono al proprio io. Già Locke[3] coerentemente con l’empirismo, aveva ridotto l’identità ad un processo psicologico, una costruzione della memoria, che tramite la rievocazione è capace di effettuare un collegamento tra fatti del passato e del presente, costituendo così una unità biografica del soggetto. Il passato (il vissuto), il presente (ciò che vivo hic et nunc), il futuro (rappresentato da ideali, fini, aspirazioni e timori), sono presenti, in ogni momento della vita, nella persona, ma non ne costituiscono l’essenza.

Se viene negato il concetto di persona come sostanza, si nega di fatto la sua unicità, che la rende insostituibile, la sua spiritualità, che la fa capace di trascendere se stessa e di amare, la dignità che deriva dall’essere un fine a se stessa e non un mezzo. Negata la sostanzialità della persona, l’identità si perde, o comunque entra in crisi, rimane solo l’individuo con i suoi desideri.

«Certamente l’individuo è sostanza, cioè realtà completa esistente e chiusa in se stessa, incomunicabile nel suo essere concreto, distinto da ogni altro. Fra tutte le altre sostanze, gli individui di natura razionale ricevono il nome di persona; “per sé una”, “ipostasis”, soggetto sussistente, e insomma, sostanza individuale di natura razionale. L’individualità, nella definizione di persona, designa il modo particolare di essere che conviene alla persona, cioè l’esistere autonomo. La persona è dunque una sostanza individua, cioè una realtà interiormente indivisa e distinta da ogni altra (altrimenti l’uomo non sarebbe un essere “uno”, ma un aggregato di elementi, facoltà e atti, che resterebbero slegati fra di loro), ma nello stesso tempo, per la comunanza di natura fra gli individui umani, per la solidarietà istintiva che si forma tra loro, per l’ordinamento di tutti ad una finalità comune, si rileva come eminentemente sociale»[4].

L’identità della persona quale essere unico, con una serie di caratteristiche fisiche, psicologiche, culturali, sociali, alcune stabili e altre soggette a mutamenti che la definiscono, si completa nel tempo. Nel tempo si vive la continuità dell’io nei cambiamenti, si ha la consapevolezza dei vari mutamenti in funzione dell’età e della stabilità dell’io a cui fanno riferimento i mutamenti stessi. Alcuni tratti dell’identità sono dati oggettivi, più stabili e identificabili (es. la razza, l’etnia di origine, la famiglia di appartenenza, la costituzione fisica con il suo DNA, il sesso, la lingua, lo status sociale); altri sono acquisiti e soggetti a mutamenti più o meno evidenti e significativi (es. il lavoro, le conoscenze, la cultura, le amicizie). Oltre alla stabilità nel tempo e nel cambiamento, si percepisce l’unità anche nella diversità di ruoli che una persona assume, come essere coniuge, genitore, professionista, dirigente, collega o cittadino, ruoli a cui viene data anche la denominazione di identità sociale. Un altro tratto costitutivo dell’identità è l’autostima che implica un senso di positività nel giudizio del proprio io. L’autostima si forma all’inizio nei bambini sulla eterostima, ossia sul giudizio che gli altri conferiscono loro, per arrivare, conseguita una certa maturità, a forme sempre più autonome dal giudizio degli altri. Vale a dire che se una persona ritiene di agire bene può conservare un giudizio positivo di sé, anche se gli altri pensano il contrario. L’autostima si riferisce a tutta la persona, ma può vacillare, oppure essere messa in crisi, anche solo in relazione a un ruolo specifico. Nell’identità rientra anche il vissuto del rapporto tra io ideale (chi uno vorrebbe essere, o cosa vorrebbe realizzare), e reale (chi pensa di essere e cosa realizza effettivamente). È importante che la distanza tra i due sia equa, e che tra aspirazioni e realtà non ci sia un conflitto, cosa che capita quando l’io ideale è tanto elevato da divenire schiacciante o paralizzante, come nel caso dei perfezionisti. Avere un senso realistico del proprio modo di essere può aiutare a migliorarsi, se la persona desidera raggiungere una certa coerenza e congruenza tra i vari aspetti che la caratterizzano. Anche la conoscenza dei propri limiti aiuta a definire l’identità e la consolida, perché chiarisce cosa si può realmente fare e cosa invece non si può realizzare: i limiti danno delle certezze, altrimenti si rischia la finzione, si indossano delle maschere, ci si costruisce una identità fluttuante e non propria. Un limite oggettivo invece è dato dallo spazio e dal tempo che la vita stessa concede: la vita offre uno spazio e un tempo definiti in cui muoversi, e non si avrà una seconda vita terrena. Sapersi definire in modo realistico, comporta dare un senso valido alla propria vita, cercando di tradurre fini e ideali in una progettualità concreta, con obbiettivi da raggiungere, sapendo accettare anche gli eventuali insuccessi: “conoscendo noi stessi potremo sapere come dobbiamo prenderci cura di noi, mentre, se lo ignoriamo, non lo potremo proprio sapere”[5].

3 La formazione dell’identità nell’età evolutiva

L’identità si forma nel tempo e segue delle tappe relative alla crescita, e ad ogni tappa vissuta in modo congruo alle caratteristiche dell’età, si raggiunge e si consolida un livello di identità. I problemi non risolti in una tappa, ricadono spesso in quella successiva.

Prima infanzia: L’identità c’è dal momento del concepimento, perché l’essere che si è formato è unico. La vita del bambino nel grembo della madre è attiva. La prima autonomia del bambino è il distacco dal corpo della madre, ossia la nascita: e in questa fase orale-sensoriale, il bambino, attraverso il tatto, esplora il proprio corpo, riconosce e rivolge il viso verso il seno materno, e poi riconosce il viso stesso della madre. Il suo pianto e il sorriso sono espressioni autonome di identità e non semplici risposte. Si acquisiscono in questo periodo una fiducia di base e una sfiducia di base, entrambe necessarie ai fini dello sviluppo, poiché andranno integrate in seguito dall’esperienza. Momenti importanti nella formazione dell’identità sono ancora la “crisi dell’ottavo mese”, come riconoscimento dell’estraneo, in quanto altro da sé, e la scoperta della permanenza nel tempo di un oggetto o di una persona (la madre va via ma poi torna). È la fiducia di base che permette di gestire le assenze della madre, in quanto convinzione che un desiderio sia realizzabile. Sono fatti importanti la deambulazione, a cui segue un senso di onnipotenza infantile, il controllo delle funzioni e degli impulsi. L’egocentrismo infantile si riduce progressivamente grazie al principio di realtà, che permette le relazioni con gli altri: si va conquistando una certa autonomia. Sorge il sentimento della vergogna, importante perché implica il senso della propria identità di fronte agli altri, anche in termini di stima e autostima. L’autonomia si esprime anche attraverso forme di opposizione, intorno ai due anni, in cui l’affermazione dell’io, e della propria identità avviene attraverso l’opposizione nei confronti dell’altro. Il processo di individuazione,come separazione e distinzione, ossia essere diverso dagli altri, accresce e definisce la propria identità, processo che si ripeterà anche in seguito. Momento importante è l’identificazione della propria identità fisica di persona, ossia avere la consapevolezza dell’appartenenza ad un sesso specifico, l’essere come il papà o come la mamma. La sessualità è una dimensione fondamentale della persona. L’identità sessuale si avvale di diverse componenti: genetica, psicologica, educativa, culturale.

Nell’infanzia si è più legati alla presenza fisica dei genitori: il processo di identificazione si effettua con i genitori, entrambi necessari perché svolgono funzioni differenti. L’identificazione con il genitore dello stesso sesso aiuta ad incrementare i tratti di mascolinità o femminilità che caratterizzano l’identità personale, mentre con il genitore di sesso opposto si sviluppano i tratti della amabilità in quanto maschi o femmine, sulla quale si formano le giuste modalità affettive per interagire con le persone di sesso opposto. Una buona immagine di sé verso la fine della fanciullezza è legata proprio alla qualità della relazione con il genitore dello stesso sesso, mentre chi ha difficoltà ad entrare in rapporto con l’altro sesso spesso non ha avuto un buon rapporto con il genitore di sesso opposto.

«Il bambino, per garantire la propria identità, ha bisogno dell’unità rassicurante dei genitori, che sono anche un riferimento per conoscere la realtà esterna. Se perde i legami con il suo passato familiare, “gli è più difficile avere una rappresentazione di questo passato e anticipare il futuro”»[6].

L’identità nell’infanzia si costruisce attraverso l’acquisizione di autonomie successive: autonomia fisiologica (controllo), fisica (movimento), psicologica (affermazione e negazione), morale (giusto-ingiusto, che prelude al discernimento bene-male). La morale nei bambini è importante: cominciare a distinguere il bene e il male, sentire il senso del “dovere” legato all’oboedio (ascolto sulla fiducia), e aver spirito di iniziativa. La mancanza di regole genera ansie e favorisce la tendenza al senso di colpa che è connaturale all’essere umano, e dipende dal fatto che il bambino, dai due anni in poi, quando si vuole affermare, si esprime in modo immediato ed impulsivo, fa ricorso alla sua aggressività per ottenere quello che vuole o, se ostacolato, come risposta ad una frustrazione. Sperimenta pertanto l’aggressività in sé stesso, prima ancora che negli altri, ne ha timore, e si sente in colpa. È importante in questa età, perché non si fissino troppi sensi di colpa, favorire l’iniziativa e lodare le conquiste in questo campo, in modo da controbilanciare le negatività vissute e non ancora gestite da un ethos, che possono portare in seguito a formare personalità isteriche o con disturbi psicosomatici. È il momento del gioco che permette di scoprire le proprie abilità, di relazionarsi con gli altri coetanei, di conoscere la realtà, di interiorizzare modelli di comportamento, attraverso l’imitazione.

Fanciullezza: nella fanciullezza, che coincide con l’età scolare, si sviluppano abilità, atteggiamenti, interessi. Al legame con i genitori, che fanno da filtro con il mondo esterno, se ne aggiungono altri significativi. Inizia il periodo scolastico con attività e competenze che richiedono responsabilità: compiti, attività scolastiche ed extrascolastiche, attività sportive ecc. Dalla curiositas, età dei perché, si passa alla studiositas, acquisizione di un sapere ordinato. Il gioco spontaneo, nelle sue diverse forme di gioco di ruoli, gioco con regole, gioco di abilità, è una terapia naturale: dovrebbe essere l’attività principe della fanciullezza, ma oggi è sostituita spesso da attività strutturate che non sono ludiche, anche se presentate come tali, e che andrebbero fatte in età successiva, quando il gioco viene abbandonato. La carenza dell’attività di gioco è una forma moderna di adultismo infantile, che sembra soddisfare più che altro l’esigenza dei genitori di tenere i figli occupati, in attività a carattere soprattutto competitivo.

La padronanza nel saper far fronte ai diversi impegni aumenta tuttavia l’autostima, e gradualmente si arriva a saper dominare la propria emotività e a raggiungere un buon equilibrio nel comportamento sociale. È importante riuscire in qualche cosa, potersi affermare (se non a scuola, nello sport o altro), altrimenti possono insorgere sentimenti di inferiorità, e sentirsi diverso, escluso o non accettato dai coetanei: se questo senso di inferiorità perdura nel tempo, se resiste a nuove esperienze che potrebbero modificarlo, se diventa cronico, se arriva a compensarsi con una narcisistica autocommiserazione, può portare nell’adolescenza a una crisi della propria identità personale. Può essere problematico però anche il riuscire sempre bene in tutto, perché può generare una identità che vuol essere sempre vincente e ha difficoltà ad accettare un potenziale insuccesso. Superato l’egocentrismo della prima infanzia, subentra l’interesse per le persone e per i compagni.

Sono funzionali alla costruzione dell’identità il processo di imitazione nei confronti dei genitori e delle persone che si stimano (insegnanti, istruttori,amici), processo che può essere consapevole oppure inconscio, e il processo di interiorizzazione per cui la persona forma una immagine di sé che include anche giudizi, atteggiamenti, aspettative che gli altri hanno su di lei.

Il processo di interiorizzazione è soggettivo. Tutto dipende dallo specifico modo di essere della persona. Il bambino è sensibile al giudizio degli adulti: anche le “etichette” in negativo e in positivo, che vengono messe in famiglia o a scuola, contribuiscono a definire l’identità. Se infanzia e fanciullezza sono state vissute in modo sereno, un bambino di otto anni ha raggiunto una identità chiara, definita ed equilibrata.

Pubertà e adolescenza: a partire dalla pubescenza, seguita da pubertà e adolescenza, avvengono cambiamenti che portano a dover ridefinire e accettare il proprio corpo, che si sta modificando e ancora non ha assunto una connotazione definitiva (dai cambiamenti infantili che avvenivano in altezza, ed erano gratificanti, si passa a cambiamenti di struttura, e cambiamenti ormonali, di cui non si ha il controllo, e che incidono sull’umore). Ai cambiamenti fisici si accompagnano cambiamenti psicologi, che comportano dubbi sul proprio modo di essere, espressi in termine di: «mi piaccio, non mi piaccio, chi sono, chi e come diventerò». C’è una differenza abissale tra maschi e femmine: le ragazze entrano prima nella pubertà e si sviluppano con due e anche tre anni di anticipo rispetto ai coetanei, sono più interessate alle relazioni, e nell’ambito di queste a risultare gradite e accettate. Si incrinano in questo periodo i rapporti tra maschi e femmine, e, in genere, entrambi tendono a preferire attività in gruppo omogeneo, perché incrementano la sicurezza e aiutano la formazione della propria identità.

L’acquisizione del senso di identità è una caratteristica dell’adolescenza e comporta una revisione e una nuova valutazione di sé, a partire dall’aspetto fisico. L’adolescente vive fasi diverse, è alla ricerca di un senso del proprio modo di essere, deve integrare gradualmente l’identità precedente con la situazione attuale, confrontandosi con ruoli diversi, scegliendo tra varie alternative, perché l’identificazione con una persona o un io ideale, non sono più sufficienti a soddisfare le sue esigenze. Erickson[7] nota che prima di raggiungere una identità definitiva (contrassegnata dalla consapevolezza di sé e di cosa si vuole, dalla sicurezza nel modo di relazionarsi con gli altri, e dalla capacità di effettuare delle scelte significative di cui ci si assume la responsabilità), i ragazzi attraversano una fase di diffusione (caratterizzata dal fatto che non sono più nel mondo della fanciullezza, non hanno più quella identità, ma non sanno ancora chi sono, nel senso che non tendono ad assumere impegni nei confronti di una identità specifica), e poi di moratoria (dominata dall’incertezza, per cui provano e sperimentano identità diverse, senza però effettuare scelte definitive). Non tutti i ragazzi e le ragazze passano necessariamente per le fasi descritte, oppure il passaggio in una fase può essere talmente rapido e legato ad aspetti poco significativi (es. seguire una moda stagionale nell’abbigliamento, o nel colore o la lunghezza dei capelli), da non essere rilevante: è comunque importante tenerle presente per capire il vissuto dei ragazzi, e saper distinguere un comportamento che fa parte di una moda e non lede un principio di fondo, da quello invece che è lesivo di un principio, e può ferire la persona e compromettere l’identità che si va formando.

Le fasi diffusione e moratoria comportano la tendenza a cercare di essere inseriti in un gruppo o in una banda, che allarghino i processi di identificazione: si avverte la necessità di appartenere ad un gruppo per acquisire e condividere altri modelli, che definiscano l’identità. Si è sensibili ai giudizi degli altri, tanto che si preferisce un giudizio anche negativo e si accetta e ci si conforma ad esso, perché definisce la propria identità. Vale a dire che una identità anche negativa viene preferita ad una mancanza di identità. Si fa più acuto il senso della propria intimità personale: si è più suscettibili. Il legame con i genitori si allenta e si inseriscono altri messaggi. Si revisiona tutto quello che si è ricevuto. Si sono interiorizzate comunque le qualità e i modi di essere dei genitori, la cui presenza fisica non è sempre necessaria. I genitori, non più idealizzati, sono visti in modo più realistico, che include anche i loro difetti, che appaiono enormi e deludenti, e questo genera fastidio, vergogna, insicurezza, insofferenza, rabbia, necessità di indipendenza ma anche di dipendenza. I genitori appaiono sempre di più come adulti comuni, ma dai quali ancora si deve dipendere: ci si apre ad altri mondi, ad altre persone, ad altre esperienze. Contano molto quindi gli amici, il gruppo, le prime simpatie e le relazioni affettive. Si entra in crisi nei confronti della famiglia, si vive una situazione oscillante, in cui il desiderio di emancipazione, la naturale spinta verso il mondo adulto si scontra con il timore dell’ignoto e di lasciare, o di aver lasciato ormai alle spalle, un mondo conosciuto, con le sue certezze. L’adolescente può essere un giudice implacabile, per questo a questa età è importante sviluppare la qualità della flessibilità, che li aiuta ad avere giudizi più realistici e meno emotivi. Il ruolo del gruppo, in quanto fornisce una identità di appartenenza, diventa necessario (questo spiega il fenomeno delle bande), come ugualmente importante è l’imitazione (mode, attori, calciatori). Il processo di interiorizzazione si arricchisce di una capacità più intimista di analisi. Le differenze tra maschi e femmine sono abissali non tanto riguardo a capacità interessi e abilità, ma soprattutto per quanto riguarda le modalità con cui affrontano e si relazionano ai diversi aspetti della vita.

Oggi la promiscuità coatta in tutte le età non sempre facilita la costruzione dell’identità: nelle ragazze da anni assistiamo all’assunzione di modelli maschili (abbigliamento, linguaggio, interessi), nei ragazzi a una maggiore insicurezza e alla ricerca del “branco”, come fattore di coesione di gruppo e di identità: questo si nota spesso alla fine della terza media, a quattordici anni, quando le ragazze affrontano con più disinvoltura la scelta di un tipo di scuola nuovo, anche da sole, mentre i maschi facilmente si muovono in gruppo, per un fattore di maggior insicurezza, dovuta anche alla crisi della figura paterna, e di figure maschili significative, in una scuola oramai femminilizzata. Nella scuola mista le ragazze tendono a studiare di più dei maschi e sono più competitive tra loro, ai maschi invece basta avere un compagno bravo che li rappresenta tutti e gli altri spesso si adagiano su un rendimento minimo. L’educazione egualitaria anziché favorire la formazione della propria identità crea incertezze. La nostra cultura sta prolungando la fase adolescenziale in termini ideologici, si affermano modelli di vita tendenti ad affermare, anche in campo affettivo, la propria individualità a livello emozionale, più che a vivere una relazione affettiva stabile.

Età adulta: nell’età adulta si accettano i genitori per quello che sono. Si cerca una autonomia dalla famiglia, anche economica, si vuole formare la propria famiglia, si fanno scelte di vita definitive. Si tende ad un Amore di relazione, che includa un impegno di vita, ad un lavoro od occupazione in cui si realizzino qualità, abilità, desideri, interessi.

Nella cultura contemporanea, alle forme di adultismo del bambino, cui avevamo accennato, fa seguito un giovanilismo dell’adulto, che, se si protrae oltre il dovuto, altera il senso della propria identità, ritardando le scelte di vita che richiedono impegno. La promiscuità coatta, la scolarizzazione troppo lunga, la maggiore libertà in ogni campo, le relazioni sessuali troppo anticipate, vissute senza una progettualità e in modo confuso, possono comportare in età adulta un arresto nella costruzione dell’identità, che nel momento in cui dovrebbe operare scelte di vita e di lavoro, si chiude, e ricerca invece un rafforzamento della propria identità di genere, alleandosi e condividendo interessi con persone dello stesso sesso.

C’è sempre una grande differenza tra i maschi e femmine: a parità di età, nei giovani, per le femmine sembra essere più importante avere una relazione affettiva, mentre per i maschi è più importante la prospettiva di lavoro. Molto diverso il modo di reagire tra uomo e donna. Le donne sono più orientate alle persone, reagiscono di più agli stimoli emotivi, sono emotivamente più espressive, vivono più naturalmente l’empatia nelle relazioni. Gli uomini in tutto ricercano la oggettività, vale a dire sono più orientati al fatto e all’oggetto nel loro modo di vedere e di pensare, e tendono in genere ad eludere le situazioni emotivamente coinvolgenti, o a mutarle e risolverle in termini più operativi. Inoltre sono più orientati ad affermare la propria autorità in ambito sociale. Quindi senza voler stigmatizzare i ruoli professionali in maniera rigida, vanno considerate però le differenze comportamentali che fanno sì che uno stesso lavoro viene svolto in maniera differente, come carica emotiva, metodo e prospettive, da un uomo o da una donna. Inoltre «non può essere cosa saggia, né utile all’intera società, trascurare le evidenti preferenze e doti per certe occupazioni e ruoli legati al sesso e il non utilizzare capacità e doni collegati al sesso»[8].

Nella formazione dell’identità intervengono i fatti della vita con i cambiamenti ad essi relativi: il matrimonio (dall’io al noi), la nascita e la crescita dei figli, il lavoro, che può subire cambiamenti, la perdita di persone care, il trasloco in un altro quartiere, o il trasferimento in un’altra città.

Si verificano cambiamenti psicologici, in relazione all’età e a tutte le situazioni che si presentano, e cambiamenti fisici, naturali, che vanno accettati. C’è anche una età del bilancio, la vita stessa spinge verso un maggiore realismo, in termini di illusioni, gratificazioni e delusioni: come si reagisce? Ci sono situazioni che possono mettere in crisi l’identità, dipende dalla rigidità e flessibilità della persona. Questa ultima non è solo una virtù, ma anche un modo di essere relativo al temperamento. I cambiamenti mettono in crisi perché ci si deve “ricostruire”.

È opportuno conoscersi, riguardo ai meriti e capacità, ma anche riguardo ai limiti. I limiti personali e le frustrazioni, accettati e gestiti bene, possono rinforzare l’identità della persona.

Può capitare di vedere nella pluralità di ruoli che si assumono nel corso della vita e spesso della giornata, una pluralità di identità (identità sociale, politica, familiare, professionale…), ma l’identità rimane una, con diverse sfaccettature, un diamante con diverse facce, tutte valide, ma il cui valore di significato è soggettivo e dato dalla persona, dalle sue congruenze e incongruenze rispetto al ruolo con cui forse si identifica di più, che spesso è quello che gratifica maggiormente, come può essere per esempio, il ruolo professionale e sociale, rispetto a quello familiare, o viceversa.

Avanzando l’età, se le situazioni familiari e lavorative possono anche essere soddisfacenti, incide sull’identità il naturale declino fisiologico, anche quando lo stato di salute è buono, e il sopraggiungere spesso di malattie e infermità più o meno gravi, o quanto meno da tenere sotto controllo.

La formazione dell’identità è un processo quindi che dura tutta la vita, in cui ogni periodo o fase continua, riassume e metabolizza le precedenti.

Anche nell’età adulta, il senso della propria identità personale rimane legato al rapporto con gli altri: identificarsi con gli altri e rendersi conto di essere diversi da loro rimane una condizione essenziale. Gli atteggiamenti, le emozioni, i comportamenti che riconosciamo in noi stessi ci aiutano a conoscere e capire gli altri e viceversa. L’identità si costruisce attraverso identificazioni diverse: potrebbe sembrare una contraddizione, ma è un dato di fatto che ciò che è simile a noi ci conferma nella nostra specifica identità. Abbiamo nelle diverse fasi della vita la necessità di confermarci nella nostra identità. Con il termine identità si indica infatti ciò che è identico (a sé) e ciò che è diverso (da altri): ogni persona ha una unicità che la rende diversa da altri. L’identità si costruisce allora intorno a due riflessioni: «chi sono io» e «chi sono io in rapporto agli altri, e chi sono gli altri in rapporto a me». Gli altri, le loro valutazioni, le loro conferme, rifiuti o mancate conferme, incidono sulla costruzione dell’identità, nelle sue diverse sfaccettature. Quindi da una parte si passa attraverso identificazioni diverse, dall’altra queste vanno assimilate e superate, per essere se stessi, e confermarsi nella specifica ed unica identità personale.

4 Religione e costruzione dell’identità: aspetti e problemi

La religione entra a far parte dell’identità come fatto culturale in sé e come elemento fondante della sua costruzione: tenendo presente però che “quidquid recipitur, recipitur ad modum recipientis[9], il rapporto con Dio, l’incontro con la religione e quanto le concerne è personale, e segue un suo percorso nel tempo della vita.

La virtù di religione: Presso i Romani la religio era legata alla pietas erga deos, erga parentes, erga patriam, ed era considerata una virtù, una qualità e come tale, un perfezionamento dell’essere, legata ad atti di culto.

Ci sono diverse spiegazioni del significato etimologico del termine “religione” che deriva dal latino religio. «In Cicerone (106-43 a.C.) il termine si oppone a superstitio e viene fatto derivare da re-legere [...], nei due significati che il verbo può assumere: vale a dire “rileggere”, cioè conoscere ed eseguire meticolosamente gli atti del culto (di cui probabilmente si conserva traccia scritta), e “raccogliere”, “osservare” i segni della comunicazione divina, cioè trarre gli auspici.

Macrobio (IV sec.) riferisce una definizione di Servio Sulplicio, ove il termine viene fatto derivare da relinquere, ossia “lasciare”, nel senso che il mondo viene rigorosamente distinto in sacro e profano: la sfera religiosa è dunque rigidamente distinta da quella del non-religioso, che deve essere “lasciata”, “abbandonata”.

Nell’autore cristiano Lattanzio (III sec.), il termine viene fatto derivare da religare, ossia “legare”, con chiaro riferimento al vincolo di pietà che ci unisce a Dio [...] e sarà questa la definizione più comunemente usata in ambito cristiano»[10].

Sant’Agostino parla della religione come un rieleggere le cose di Dio che abbiamo perduto, rieleggere nel senso di scegliere di nuovo le cose di Dio, in base all’affermazione “hunc eligentes vel potius religentes (amiseramus enin negligentes) – Hunc ergo religentes, unde et religio dicta perhibetur[11], per cui religio deriva dal latino religere, ed implica un ricollegarsi con Dio, un essere legati a Dio.

In questo contesto ci interessa la religione come “virtù”, ossia come modalità di essere che, attraverso il rapporto con Dio, perfeziona l’identità della persona umana, le conferisce una dignità particolare, tende a renderla migliore nei suoi rapporti con il prossimo, e nel suo atteggiamento nei confronti della realtà e della vita.

«Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri»[12]: S. Paolo parla della religione come virtù, che tende a perfezionare la persona attraverso il rapporto con Dio, Dio che è naturalmente conoscibile dagli uomini, perché «le sue invisibili perfezioni, come la sua eterna potenza e la sua divinità, appariscono chiare dal mondo creato, quando si considerino nelle sue opere»[13].

L’uomo avverte naturalmente il bisogno di riconoscere Dio partendo dalle Sue opere: «Con la sua ragione l’uomo conosce la voce di Dio che lo “chiama sempre [...] a fare il bene e a fuggire il male”. Ciascuno è tenuto a seguire questa legge che risuona nella coscienza e che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo»[14]. L’uomo avverte anche il bisogno di ringraziare Dio per tutti i Suoi doni, di affidarsi amorosamente a Lui, e un tale atteggiamento di voler fare «tutto per la gloria di Dio»[15], si traduce in atti di culto. Il culto dovuto a Dio costituisce l’oggetto della virtù della religione[16], e attraverso il culto si esprime il grazie per i suoi benefici e la richiesta di aiuto per la debolezza umana.

La religione come virtù viene naturalmente trasmessa dai genitori attraverso l’esempio: i bambini tendono ad interiorizzare all’inizio le qualità e lo stile di vita dei genitori, quindi anche la religione, gli atti di culto, i principi, i valori ad essa connessi. La religione dà anche una identità di appartenenza al gruppo-comunità, come la troviamo citata nella lettera di S. Paolo ai Corinzi: a proposito di discordie tra i Corinzi, che dicevano “Io sono di Paolo”, “Io di Apollo” “Io di Cefa”, Paolo li richiama su queste divisioni riguardanti l’appartenenza agli uomini, ricordando che la vera appartenenza è solo a Cristo :“voi siete di Cristo e Cristo è di Dio”[17].

L’identità di appartenenza è talmente sentita che spesso si ritrova nell’espressione «noi cattolici…», oppure nei riferimenti alla famiglia di origine: «la mia è una famiglia cattolica …», o nel desiderio e nella ricerca delle persone di far parte di una comunità specifica.

Religione, identità e senso della vita. Il senso di appartenenza è uno dei tanti aspetti dell’identità personale: nel bambino c’è all’inizio una identità di appartenenza, ma non solo questa. Sapere che un padre e una madre credono, pregano, si affidano, perdonano, è importante, perché li definisce come creature limitate, in rapporto ad un Assoluto. Anche il bambino è capace di credere, di pregare, di affidarsi, di perdonare e tutto questo conforta e dà sicurezza. Nell’adolescenza il distacco dalla famiglia, la revisione della stessa, la pressione talvolta di un gruppo con idee diverse, la spinta a lasciare il mondo dell’infanzia, possono favorire una crisi nei confronti della religione, se vista come un fatto relegato al mondo dell’infanzia, perché anche la religione va rivissuta in questa età, come progetto personale di vita.

L’uomo ha bisogno di trovare un senso alla sua vita. Spesso lo trova in fatti circostanziali, legato a persone, (la famiglia), oppure in ideologie, in impegni sociali e politici, o nel lavoro, ma « né il proprio io né le altre persone sono in grado di fondare il senso della propria vita, giacché non possono spiegare né la loro origine né il loro destino. Per dare senso alla propria vita c’è, dunque, bisogno di un valore Assoluto»[18]. Frankl osservava che nella società del benessere «mentre vengono soddisfatti i bisogni, viene tralasciata del tutto la volontà di significato»[19], e questo genera «vuoto esistenziale»[20]. «Infatti, perché tutti i valori, che hanno sempre qualcosa di relativo e di frammentario, possano essere saldamente fondati è necessario che sullo sfondo del proprio vivere vi sia l’assoluto, ossia una realtà non frammentaria e non relativa»[21].

La religione completa l’identità dandole quel senso della vita (qui e dopo) che rapporta la persona, in ogni suo momento, a un assoluto, esso stesso una Persona, che è Dio: religione e identità diventano allora un binomio importante, che dà ad ogni agire ed evento umano un significato che li trascende. Diversamente si procede in modo frammentario, si collezionano esperienze, non orientate ad un senso che dia loro un significato, ma cercando in esse spesso solo emozioni passeggere che poi non soddisfano, perché tendono a chiudere l’essere in se stesso, nella propria egoistica soggettività, senza un’apertura autentica verso l’altro, senza l’amore per il Bene. Se è importante avere dei principi, degli ideali, dei fini elevati e saperli tradurre in progettualità e obbiettivi concreti da perseguire, è ancora più importante dare anche un senso a questi principi, fini, ideali, vissuti nella vita di tutti i giorni, che riguardano la propria persona, la famiglia, lo studio, il lavoro, la sofferenza. L’uomo è un essere in relazione. La religione si inserisce nel suo essere in relazione, perché pone l’uomo in quanto creatura, in rapporto con Dio. La consapevolezza di un Dio Creatore, di una Provvidenza che interviene nelle cose umane, di un Dio che è Onnipotente e Giudice, ma anche e soprattutto Padre, e della conseguente filiazione divina, di un Dio incarnato, quindi uomo e come tale modello, entrano nella formazione dell’identità della persona. «Non sono io che vivo, ma Cristo che vive in me»[22], dice S. Paolo e afferma la sua identità in Cristo, una identità decisa, forte, senza dubbi e incertezze.

La domanda che un cristiano si può porre è come si rapporta con Dio e in quali situazioni, se la religione rientra in tutta la vita o solo in alcuni aspetti: questo dipende dalla maggiore o minore congruenza della persona, dalla sua raggiunta o meno unità di vita, che comporta uno sviluppo armonico dell’intelletto, della volontà, dell’emotività e dell’affettività. La condotta umana ha una tendenzialità non regolata dalla necessità delle leggi dell’istinto[23]: l’intelletto chiarisce principi e significati, la volontà dirige le azioni, sentimenti e passioni possono essere conosciuti, si può essere consapevoli di quello che si sta vivendo e dare significati di senso. La religione indirizza la libertà e la volontà della persona al Bene, che diventa allora il principio guida dell’agire umano.

Religione, Identità e conoscenza: La consapevolezza di un Dio creatore interviene nella conoscenza, perché la condizione di creatura pone in una prospettiva di investigazione del mondo, che viene guardato con l’intelletto, (da intus legere) che cerca di conoscere una realtà data, che esiste indipendentemente dalla persona che la vuole conoscere, e usa la ragione a partire dai dati che vengono da questa realtà, e si affida nel conoscere alla terza persona della SS. Trinità, lo Spirito Santo.

La concezione gnostica del super-uomo, oggi molto diffusa, fa prescindere da una realtà data: è l’uomo che diventa l’autore che crea la realtà, e la modifica. Impera il razionalismo dell’ideologia scientista, il cui ultimo prodotto è la teoria del gender che mette in dubbio, fino a negarla la stessa identità fisica. Questa ideologia sorta negli Stati Uniti nella metà del secolo scorso nega l’esistenza di una differenziazione biologica data fin dal concepimento di una sessualità maschile e femminile, con tutte le caratteristiche di unicità che essa comporta, in quanto queste si ritengono il risultato di ruoli costruiti e codificati culturalmente. L’individuo quindi indipendentemente dal sesso biologico di appartenenza è chiamato a scegliere tra il genere maschile, femminile o neutro, a seconda della sua preferenza. La sessualità acquista un carattere indifferenziato, che giustifica qualsiasi attività anche indipendentemente dall’età dei soggetti. Questa ideologia propone che fin dalla più tenera età i bambini siano educati alla non appartenenza ad un sesso specifico che ne caratterizza l’identità, ma all’apertura, nelle varie fasi della crescita, a più possibilità esperienziali. In questa logica vengono annullati anche i termini di mamma e papà, e sostituiti dalla generica connotazione di genitore uno e genitore due. La base ideologica di tale teoria è tangibile e non corrispondente a nessuna realtà di fatto, come lo stesso concetto di gender. La differenziazione di base degli esseri umani in uomini e donne, riconosciuta da sempre, in tutte le culture, è fondamentale per la vita stessa di una società. Non riconoscere la realtà ontologica dell’essere umano quale maschio e femmina ossia non riconoscere l’esistenza di una identità corporea data ed essenziale, si inserisce in fondo nella logica dei tabù, negando la sessualità maschile e femminile con tutte le differenze che comporta nella sua essenza, e che riguarda l’intera persona in tutti suoi aspetti. Le differenze legate al genere sono un dato di realtà, rispettarle è rispettare la dignità della persona, riconoscendo la sua concreta identità sessuale di base, cromosomica e ormonale, che raggiungerà, sul piano fisico, la sua maturità nella pubertà e nell’adolescenza. Le differenze tra uomo e donna sono la base della loro complementarietà, e della loro identità specifica, perché non riguardano solo la sfera fisica, ma l’intera persona, e implicano più fattori, e diversi modi di affrontare la realtà. La complementarietà dei sessi in ambito coniugale, ma anche nell’amicizia, o in ambito lavorativo, arricchisce l’identità di entrambi, proprio sulla base delle reciproche differenze.

Religione identità e relazioni: l’identità comprende le relazioni con gli altri. Agli altri la persona è unita da sentimenti di amore, che si esprime nella sua essenzialità come donazione. Le forme di amore sono poi di diverso tipo: verso i genitori, i fratelli, i parenti, gli amici, il fidanzato, il coniuge, i figli. L’amore come donazione dei genitori verso i figli considerati nella loro unicità di persone è determinante nella formazione della loro identità. Un amore non possessivo, che tenga conto delle inclinazioni naturali della persona e del suo specifico modo di essere, che non consideri quindi il figlio come una espansione del proprio io, un amore che non impone, ma propone nel pieno rispetto della persona. L’amore umano tra un uomo e una donna, che si manifesta all’inizio come innamoramento, attrazione verso l’altra persona, per approdare poi a una scelta consapevole della persona amata, «è in grado di dare unità alle diverse intenzioni dell’agire e, in questo modo, di costruire il comportamento della personalità matura[24]» e di incidere in modo positivo sulla sua identità.

Oggi assistiamo ad una banalizzazione delle relazioni affettive, e a una conseguente dispersione della identità personale in termini affettivi. La riduzione poi della persona ad individuo, accennata nel primo paragrafo, fa sì che vengono negate anche le relazioni fondanti l’identità: paternità, maternità, filiazione.

La relazione coniugale vissuta per tutta la vita e aperta ad accogliere in modo responsabile e generoso i figli, comporta una crescita e un rinforzo della identità dei coniugi, anche nei momenti di incomprensione. Il “noi” non è fusione, non é confusione, ma acquisizione del senso della unità nella diversità, che richiede due identità ben distinte tra loro, e che deve prevalere, anche a scapito dell’io di ognuno, soprattutto nei momenti di difficoltà, quando le stesse diversità dei coniugi e i reciproci difetti possono comportare incomprensioni e situazioni di conflitto.

Il perdono cristiano è indispensabile per la conservazione delle relazioni, e per lo stesso benessere della persona: ci sono persone che non guariscono perché non perdonano mai, non azzerano le “offese” e i danni effettivi o presunti ricevuti. Non permettono alle ferite dell’io, della loro identità, di cicatrizzarsi. Coltivando la delusione e il rancore, vivono una sorta di accanimento soprattutto verso sé stesse, perché la persona a cui non si perdona, continua a vivere lo stesso.

La persona ad ogni età cerca l’amicizia: questa implica una apertura verso i propri simili, una ricerca di affinità e di valori nell’altro. L’amicizia accresce la generosità, perché tende a donarsi e a volere il bene dell’altro, dà gioia, e diminuisce e azzera l’invidia. Questa è il peggiore dei sentimenti umani, in quanto gratuitamente cattivo, e come tale viene percepito. È il sentimento di cui ci si vergogna, ed è disgregante dell’identità, (più dell’odio che può avere una motivazione estrinseca), in quanto essendo un veder male un bene che un altro possiede, si soddisfa nella distruzione del bene stesso.

Vocazione cristiana, identità e libertà: il concetto di persona come essere unico e irripetibile è un’idea che in genere piace a tutti e come tale facilmente accettata: «sono unico e irripetibile», il narcisismo è soddisfatto. Ma se si considera la persona in rapporto a Dio, che non fabbrica in serie, il discorso è diverso: si abbassa il narcisismo, la propria unicità viene evidenziata dal limite dell’umiltà, che la contiene. Dalla costruzione di una identità che procede per fasi naturali, in balia delle circostanze e delle esperienze, si passa alla verifica e alla ricerca di un perfezionamento della propria identità, a partire dall’accettazione serena del proprio modo di essere, di cui si é responsabili. Si cerca la propria vocazione, perché questa indirizza l’identità della persona come detentrice di talenti specifici ricevuti: il cambiamento diventa un perfezionamento desiderato, e la consapevolezza della propria incapacità nell’agire da soli fa cercare aiuti nella grazia: si comprende allora in pieno il significato del versetto «Ego vocavi te nomine tuo»[25].

Lo studio e poi il lavoro, coinvolgono i propri talenti da spendere. La conoscenza e la padronanza del lavoro vanno oltre il senso di una carriera da costruire, perché diventano essenziali nella formazione della propria identità. Il lavoro è importante, qualunque esso sia. Essere occupati, è un servizio reso agli altri. Anche il lavoro che dall’esterno appare più alienante ha un suo significato, e può trovare la persona giusta per svolgerlo, così come al lavoro stesso si può dare un significato, che lo trascende.

La libertà dell’essere umano non è assoluta, ed è soggetta a condizioni di vita date e non sempre scelte, nei cui confronti la persona può solo scegliere come porsi in termini di accettazione o rifiuto. Le condizioni di vita possono essere spesso molto dure, talvolta contraddittorie e ingiuste.

La persona libera conosce le proprie condizioni di vita, si pone di fronte alle stesse con una progettualità, costruisce per il futuro. Ha assimilato il passato, cerca di vivere il presente con coerenza, guarda con realismo e fiducia al futuro. La persona che si sente condizionata come se la sua vita non fosse altro che il risultato passivo di scelte fatte da altri, è legata al passato, vive in modo più frammentario, perché il passato non lo ha assimilato, quindi rischia di rimanere in una posizione di libertà di indifferenza, non legata ad un senso della vita o a un progetto di vita: sentirsi non liberi, ma condizionati fa sviluppare la rabbia, che o si scarica sugli altri, (aggressività), o su di sé, (depressione). C’è una sostanziale differenza nell’esercizio del libero arbitrio, se questo fa riferimento ad una libertà di indifferenza, «potere di scegliere tra i contrari»[26] o alla libertà di qualità,«potere di agire con qualità e perfezione quando si vuole»[27], perché in entrambe esso viene esercitato, ma solo la seconda è mossa da principi relativi al Bene. La religione e il rapporto con Dio inducono ad una libertà di qualità, che tende a ricondurre le azioni ad un fine che le collega tra loro in modo coerente, dando quindi un significato in senso escatologico.

Identità e spiritualità: la spiritualità si sviluppa nelle varie tappe della crescita, perché Dio è Padre, e come un buon padre cura l’identità e la morale dei figli. Dio è buono, non può che chiedere cose buone. La religione comporta un insieme di regole e precetti, che possono essere seguiti, ma con motivazioni diverse: le norme dovrebbero essere conosciute e interiorizzate in funzione del Bene, e come espressione di amore. Esiste una differenza tra norma interiorizzata come funzionale alla propria vita, norma seguita per essere accettati, e norma seguita per paura della punizione: questo si recepisce e si forma fin dalla prima infanzia. Siamo corpo, anima e spirito: questo ultimo, considerato come l’apice dell’anima nei mistici medievali[28], è ciò che permette di trascendere il naturale psichismo umano. La tripartizione in corpo anima spirito si trova anche in S. Paolo, che afferma testualmente: «Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo»[29]. E ancora nella lettera agli Ebrei: «La parola di Dio, infatti, è viva ed efficace, e più affilata di qualunque spada a due tagli: essa penetra fino a dividere anima e spirito…»[30]. Lo stesso concetto si ritrova in Santa Teresa: «Non vi ho forse detto che fra l’anima e lo spirito vi dev’essere una qualche differenza? »[31]. Lo spirito è la parte dell’essere più intima ma anche più elevata che si rapporta a Dio, «….è l’istessa essenza dell’anima, e si dice parte suprema […]. E questa è quella che Dio si dice abitare e veramente abita mediante la divina grazia…»[32].

Un insuccesso, per esempio, può comporta una frustrazione, una ferita inferta all’io, una destabilizzazione nell’ambito dell’ identità per quanto concerne l’autostima: si può imparare ad accettare le frustrazioni, si possono superare dando loro un significato, quello di mortificazione. L’identità ne esce allora rafforzata in quel suo tratto peculiare che è l’autostima.

Che l’uomo non sia un essere infallibile, è un dato di fatto: ne conseguono errori, peccati, sensi di colpa. L’errore può essere dovuto a nescentia o ignorantia. La prima implica il non conoscere qualcosa che non è necessario conoscere, mentre la seconda consiste nell’ignorare ciò che è necessario sapere (es. ciò che è relativo alla propria professione).

L’essere umano può riflettere al modo con cui vive i propri errori e alla frustrazione che ne deriva, che sembra ledere la dignità della persona e ferisce l’orgoglio. Il senso di colpa come tale è comune a tutti, credenti e non, e non collegato necessariamente al senso del peccato: ci si può sentire in colpa per qualcosa che non è un peccato e compiere un’azione grave senza sentirsi in colpa. La formazione della coscienza e la conoscenza di ciò che è peccato, in quanto fatto oggettivo, trasgressione voluta, più o meno grave, è acquisizione di consapevolezza, permette una valutazione obbiettiva delle proprie azioni, e mette ordine anche nei sensi di colpa: è giusto assumersi la responsabilità di una cosa liberamente fatta o omessa, e riconoscersi colpevoli se uno ha sbagliato. Oggi spesso la prima confessione viene fatta in età tardiva, ossia a partire dai nove anni: i sei-sette anni sono l’età della ragione, della semplicità, gli otto, il periodo di latenza, della maturità infantile affettiva e cognitiva. Nella pubertà si rompe l’equilibrio raggiunto, intervengono altri fattori, si complica tutto, ci si giustifica, si è più insicuri e di conseguenza anche involontariamente meno sinceri. Nei bambini, semplicità, spontaneità e sincerità ancora genuine, rendono facile l’avvicinarsi al sacramento della confessione, in cui ridimensionano anche i sensi di colpa residui della loro primitiva impulsività.

Dio Misericordioso interviene a medicare le ferite dell’io: sapere di essere perdonati da Dio risana le ferite, e aiuta anche a perdonarsi. Poter ricominciare è una riconferma della propria identità in termini di stima e autostima, non contrarie all’umiltà. Anzi l’umiltà aiuta a riconoscere i propri limiti, come oggettivi e inevitabili in quanto inerenti alla natura umana. Il livello di autostima va tenuto al giusto posto, perché se troppo basso, si tende alla depressione, e questa altera la percezione della realtà (Dio da misericordioso viene percepito punitivo o indifferente). L’autostima quale riconoscimento dei talenti ricevuti è anche un riconoscimento dei doni gratuiti dati da Dio.

Ci sono persone che tendono ad essere molto severe ed esigenti con se stesse: sembra che se la fase infantile del controllo delle funzioni e degli impulsi è stata vissuta come determinante nella formazione dell’identità, il controllo interiorizzato in modo rigido, e la paura della punizione, possono favorire la costruzione di un io “normativo”, esigente, punitivo nei confronti di sé e degli altri. Gli atteggiamenti normativi sono diversi dalla cristiana “correzione fraterna”, che nasce da carità vissuta, che vuole la salvezza dell’altro, si esprime in termini amorevoli, si interroga sulla opportunità o meno di intervenire: i primi infatti sono colpevolizzanti, punitivi, non sempre chiari e concreti, ossia relativi a un comportamento effettivo, mentre la seconda è comprensiva, circoscritta e chiarificatrice per la persona che la riceve.

La sofferenza fa parte della vita: il dolore sia esso fisico, morale, psicologico, spirituale, nella propria persona e negli altri, non lo possiamo eliminare, possiamo solo accoglierlo e dargli un senso, anzi spesso è la sofferenza che spinge l’uomo a cercare un senso nella realtà, inserendolo in una dimensione che trascende i limiti dell’esistenza stessa. «Nel realizzare un significato l’uomo realizza se stesso. Nel portare a compimento il senso del dolore realizziamo ciò che di più umano c’è in noi: maturiamo, cresciamo, ci innalziamo al di sopra di noi stessi»[33]. È normale voler evitare il dolore, ed è anche giusto, perché non è un bene in sé, ma può diventarlo se accettato con coraggio, riconosciuto come un segno tangibile dei nostri limiti, vissuto nel senso cristiano della sofferenza, che lo identifica con la croce.

5 Conclusione

Il processo di costruzione dell’identità nella persona è complesso e dura tutta la vita e procede per fasi e momenti diversi. La virtù di religione nella sua particolare forma di giustizia dell’uomo nei confronti di Dio, a cui si dà ciò che naturalmente gli è dovuto, in termini di riconoscimento e di riconoscenza, può essere considerata la prima di tutte le virtù, indispensabile per una autentica conversione. La conversione non è l’atto di un momento, ma segue le fasi della vita, e si rinnova ogni volta che la persona verifica il suo modo di essere creatura nei confronti del Creatore, a cui chiede perdono. L’imitatio Christi diventa allora il punto nodale che riporta la costruzione della propria identità alla pratica della virtù di religione, e che invita alla santità.

Note

[1] - Cfr. W. James, Principi di Psicologia, Principato editore, Milano 2004.

[2] - G. Jervis, La conquista dell’identità, Feltrinelli, Milano 1997, p.106.

[3] - Cfr. J. Locke, Saggio sull’intelletto umano, Utet, Torino 1971, libro II, cap.XXVII, “identità e diversità”.

[4] - R. Spiazzi, Etica sociale, Roma, La Guglia, 1978, p. 45.

[5] - Alcibiade Maggiore 128 C – 129 C., in Platone, Tutti gli scritti, Rusconi, Milano, 1991, p. 621.

[6] - W. Vial, Psicologia e vita cristiana. Cura della salute mentale e spirituale, Edizioni Santa Croce, Roma 2016, p. 98.

[7] - Cfr. E. H. Erickson, I cicli della vita. Continuità e mutamenti, Armando, Roma 2003.

[8] - G. van den Aardweg, Omosessualità e speranza. Terapia e guarigione nell’esperienza di uno psicologo, Ares, Milano 1995, p.82.

[9] - H. Lennerz, De Deo Uno, Pontificia Universitas Gregoriana, 1955 Roma, p.117.

[10] - A. Porcarelli, Religione, in «Dizionario interdiscipinare di Scienza e Fede», G. Tanzella-Nitti – A. Strumia (edd.), vol. 2, Urbaniana University Press - Città Nuova, Roma 2002, pp. 1199-1200.

[11] - Agostino, De Civitate Dei contra paganos libri viginti duo X,3,2.

[12] - Fil 4,8.

[13] - Rm 1,20.

[14] - Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1706.

[15] - Cor 10,31.

[16] - Cfr. Summa Theologiae, II-II, q. 81, a. 4, co.: «Bonum autem ad quod ordinatur religio est exhibere Deo debitum honorem»;Summa Theologiae, II-II, q. 81, a. 8, co.: «religio dicitur secundum quod exhibet Deo debitum famulatum in his quae pertinent specialiter ad cultum divinum».

[17] - 1 Cor 3, 23.

[18] - A. Malo, Introduzione alla psicologia, Le Monnier, Firenze 2002, p.152.

[19] - V. E. Frankl, la sofferenza di una vita senza senso, Torino, Elle Di Ci 1978, p.32.

[20] - Ibidem.

[21] - A. Malo, Introduzione alla psicologia, cit. p.152.

[22] - Gal 2, 20.

[23] - Cfr. P. Lersch, La estructura de la personalidad, Scientia, Barcelona 1971.

[24] - A. Malo, Introduzione alla psicologia, cit. p. 71.

[25] - Isaia, 43,1.

[26] - S.Pinckaers, Le fonti della morale cristiana, Ares, Milano, 1992, p. 439.

[27] - Ibidem.

[28] - Cfr. Henri de Lubac, Mistica e mistero cristiano, sezione seconda La fede cristiana, vol.6, Jaca Book, Milano 1979.

[29] - Tess 5, 23.

[30] - Ebr 4,12.

[31] - S. Teresa di Gesù, Dottore della Chiesa, Castello interiore. Settime mansioni, 1, 11 in Opere, Roma, Postulazione Generale O.C.D., 1992. p. 941.

[32] - Ibidem, nota di P.Baldassare.

[33] - V. E. Frankl, La sofferenza di una vita senza senso, cit., p. 34.


© 2016 Annamaria Costa & Forum. Supplement to Acta Philosophica

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