Pietro Grassi
DOI:  10.17421/2498-9746-02-06
Abstract 

Vi è una grave crisi del credere oggi, che ne fa emergere una più grande: quella della perdita della fiducia. Credere non è pensare, vivere e reificare la fede a una cosa fra le cose, ma un evento storico interpersonale che coinvolge l’intera affettività. A cosa rinvia il senso etimologico di “credo”, “credenza”, “fides”, etc.? In questo saggio si vuole proporre un cammino dove la coerenza non è più tematica, ma esistenziale. Vivere senza credere non è possibile. Credere è un aspetto indispensabile del vivere umano e si basa su un rapporto di fiducia: è solo grazie all’alterità che si costruisce l’identità di una persona e questo lavoro che inizia, con profondi dinamismi psico-affettivi, sin da piccoli, è ciò che consente di ospitare in se stessi uno spazio per l’altro, condizione indispensabile alla vita e all’esistenza interpersonale.

Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco: non posso cercarti se tu non mi insegni, né trovarti se tu non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti e ti desideri cercandoti; che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti. [S. Anselmo, Proslogion]

Contents

Introduzione

Il nostro tempo conosce la perdita di una fiducia e quindi della certezza nella capacità della ragione argomentativa. In altri termini, se si leggono opere di riflessione filosofica, ci si rende conto che la ragione argomentativa è stata progressivamente sostituita dalla ragione interpretativa. E questo accade dopo un periodo in cui è venuta a cadere totalmente la fiducia nelle ipercertezze delle scienze. Non solo nell’epoca del positivismo, contraddistinta dalla negazione della speculazione metafisica, ma anche nell’epoca del neopositivismo, si pensava che a certi problemi si potesse rispondere scientificamente. Ma con il tempo ci si è resi conto di due fattori fondamentali: il primo è che le cosiddette scienze empiriche sono costruite su una serie di ipotesi e che hanno un certo grado di attendibilità, che non va confuso con le verità infallibili; il secondo è che in alcuni casi le scienze dicevano come andavano le cose, ma non rispondevano alla domanda fondamentale: come debbono andare.

La costruzione dell’identità

Il processo di individuazione, che è  il percorso del diventare autenticamente se stessi, cioè di  realizzare, sotto il profilo psicologico,le proprie potenzialità e, sotto il profilo religioso, adempiere alla propria vocazione, trova la sua  origine con la nascita e si conclude con la sua morte. In questo cammino il  processo educativo svolge un ruolo dinamico di guida e di direzione, inserito in una dimensione culturale in continuo divenire  che non è certamente indifferente o insignificante. La necessità del processo di individuazione è sempre la stessa nel tempo ma le mutate condizioni socio-culturali richiedono una responsabilità educativa che sappia leggere “i segni dei tempi” e contrastare con strumenti adeguati le nuove sfide culturali. Il percorso di costruzione dell’identità può essere considerato come un graduale cammino di apprendimento guidato, che non consiste solo nell’adattarsi alle vicende eternamente mutevoli della contemporaneità, ma anche a saper ascoltare le silenziose emanazioni della nostra interiorità che costruiscono il corso della nostra stessa vita.

Nella storia della filosofia, dell’uomo si è parlato in diversi modi: come animale politico, come persona, come soggetto, come individuo. È indubbio che il periodo moderno abbia favorito il sorgere di un’idea di uomo autonomo che si definiva piuttosto a partire da se stesso, affermando la sua presunta autosufficienza con una tendenza a chiudersi alla trascendenza. Questa autonomia lo ha portato ad evitare ogni sorta di restrizioni ed a considerarsi sempre di più come una monade senza alcun aspetto relazionale con Dio e con gli altri. L’esito di tale evoluzione ha contribuito a definire l’uomo come individuo e non più come una persona relazionale, facendo venire meno ogni differenza perché esiste solo l’io. Ed è così che«uomini e donne si scoprono incerti nell’assegnazione del loro ruolo rispettivo, sfrattati dalla sicurezza che ne derivava, colpiti entrambi da una sorta di indecisione, di annebbiamento, di illegittimità di fondo»[1]. Il sociologo Zygmunt Bauman ha significativamente descritto l’uomo “liquido” della modernità “liquida”, per usare la sua terminologia: l’uomo che si comprendecome un individuo senza radici, che si sottomette al flusso superficiale del consumo che porta via tutto, vivendo in una società individualizzata[2].

A cosa ed a chi credere?

A cosa ed a chi bisogna credere? Tutte le ricerche e le indagini evidenziano che il numero di coloro che si dichiarano credenti è largamente superiore a quello degli atei e degli agnostici. Come può essere spiegato questo? Una possibile risposta è che nell’uomo è insita la presenza di Dio, ma questo potrebbe sembrare poco scientifico. Ci si potrebbe chiedere se gli uomini contemporanei, anche grazie ad internet, credano in molte più cose. La questione è molto più complessa come dimostrano diverse inchieste e indagini sociologiche, evidenziando come la stessa astrologia non si lascia più ridurre alle solite banali dicotomie del tipo ragione/superstizione o vero/falso. Nel nostro tempo gli oroscopi sembrano non fare più riferimento agli astri, proponendo per ogni segno zodiacale qualche breve richiamo, riguardante generalmente tre ambiti: la vita privata, la vita professionale e la salute. In tal modo gli oroscopi sembrano adattarsi alle epoche: se gli oroscopi di qualche decennio prestavano attenzione all’aspetto economico, alla saldezza della coppia, oggi sembrano rivolgersi ad un individuo che vive in una continua instabilità e pieno di incertezze: lo si deduce anche dal fatto che alcuni dei termini che più ricorrono sono ‘cambiamento’, adattamento’,‘progetti’[3].

Che cosa è il credere.

Nel linguaggio popolare, la fede rinvia ad un tipo di conoscenza inferiore, in cui sembra prevalere l’aspetto più irrazionale del vivere. Nella sua concezione filosofica il positivista A. Comte pone la fede come conoscenza iniziale dell’esistenza umana, ma tutto il pensiero moderno e contemporaneo vede la fede come una possibile via di alienazione per l’uomo. Nel linguaggio quotidiano, il credere sembra esprimere una convinzione o affermare qualcosa di cui però non si è del tutto sicuri. Più che una certezza esprime un’opinione o una possibilità di essere. Quest’ultimo atteggiamento, in modo più o meno consapevole, è tipico di molti credenti non solo nei riguardi della fede ma anche della vita morale che ne deriva. La fede, così intesa, si contrappone alla verità. Nella dottrina del linguaggio cristiano invece la fede esprime una certezza assoluta dell’essere e dell’esistenza. Per i greci la fede rimandava ad uno stato dell’essere inteso come conoscenza dubbia ed incerta. Il termine greco pistis designa la fede. La pistis, nella letteratura e filosofia greca, è una conoscenza di scarso valore e grado, non meritevole dell’intelligenza dell’uomo in quanto il suo oggetto era la doxa. Scrive, infatti, Gorgia: «Tu dunque, o il più temerario degli uomini, fondandoti di un’opinione, che è la cosa più infida, senza conoscere la verità, osi accusare un uomo di delitto capitale»[4].

Progressivamente, la fede è stata associata ad un certo numero di verità religiose alle quali si può aderire o meno. Si può aderire almeno intellettualmente, cioè credere, eventualmente in questo modo e ciò può significare ‘avere fede’. Questo tipo di fede sovente molto sincera, ma fortemente cognitiva, non avrà che ben poca influenza con un cammino di vita percorso in una autentica fede, fiducia in se stesso, fiducia negli altri, fiducia nella vita, e fonte di tutta la fiducia in Gesù Cristo. Si può ritenere che solo in un percorso di questo genere può svilupparsi una catechesi autenticamente evangelica: la possibilità di rileggere i tempi, passaggi ed avvenimenti della propria vita che progressivamente può (ri) nascere una fede/fiducia interiorizzata, piuttosto che una sola fede/credenza troppo intellettuale. Questo in funzione di quello che si vuole: proporre un cammino dove la coerenza non è più tematica, ma esistenziale. A cosa rinvia  il senso etimologico di “credo”, “credenza”, “fides”, etc.? A qualcosa che si ritiene di poter realizzare e/o che si desidera ottenere in futuro?  La semplice affermazione, il credere per fede, mediante una adesione libera e con un'iniziativa personale: in tutti questi rimandi, la fede può essere ricondotta ad un modo  ordinario di essere, ponendosi come condizione indispensabile alla vita e all'esistenza interpersonale.

Il lessico

L’itinerario dell’ uomo occidentale, si è articolato in particolare in una dinamica razionale, creando una scissione tra fede ed interiorità, fino ad alienarsi totalmente e non volersi più sentire “identificato” dalla fede. Credere non è pensare, vivere e reificare la fede a una cosa fra le cose, ma un evento storico interpersonale. L’insegnamento e la vicenda storica di Gesù non rispondono semplicemente alle aspettative umane, ma, mentre le soddisfano, in parte anche le criticano e le modificano. Il progetto divino non si lascia definire dalle aspettative dell’uomo, e, pur non ponendosi fuori dalle attese umane, le conduce a verità.

Il significato primitivo di credere rimanda etimologicamente all’amore e al dono di sé[5]. Credere significa conoscere qualcuno in una donazione d’amore. «Si dice certo ‘Je donne ma foi, j’accorde ma confiance’. Qualche cosa di me è in effetti dato a qualcuno che ormai lo possiede (‘il possède ma confiance’). Ma come si può dare una cosa e averla nello stesso tempo? La risposta non deve essere cercata all’interno del francese; l’espressione ‘aver fiducia’ è comprensibile solo come traduzione dell’espressione lat. fidem habere. (…). Di fatto, la costruzione fidem habere alicui va compresa nello stesso modo di honorem habere alicui ‘attribuire un onore a qualcuno’, e significa quindi ‘attribuire a qualcuno la fides che gli spetta’».[6]

I termini greci pistis e pisteuo sono etimologicamente uniti e derivano da peithomai. In genere si ritiene che nel greco classico i termini con la radice pist non erano considerati come termini religiosi. Ricorda R. Bultmann: «Nel greco classico i vocaboli formati con pist non sono diventati termini del linguaggio religioso. Certo la fedeltà agli impegni assunti è anche un dovere religioso e la fedeltà è strettamente connessa con la pietà. Inoltre Pistòs, che nel senso di fiducioso è sinonimo di Pisunos, può avere per oggetto la divinità[7], e àpistos nel senso di incredulo può anche riferirsi all’atteggiamento riguardante la divinità. Tuttavia pistòs non perviene in alcun modo ad indicare il rapporto specificatamente religioso con Dio o l’atteggiamento religioso fondamentale dell’uomo. Neppure Pistis è divenuto un termine tecnico religioso. Al massimo si può dire che al vocabolo era intrinseca la possibilità di diventarlo, perché Pistis nel senso di fidarsi di, fare affidamento su può riferirsi ad un oracolo divino e nel senso di convinzione può anche avere per oggetto l’esistenza della divinità».[8]

Nella classicità romana con la parola fides si faceva riferimento all’abbandono totale e confidente di una persona ad un’altra; indicava l’atto mediante cui si poneva fiducia all’altro. Ricorda, a tal proposito, Terenzio “forsitan hic mihi paruam habeat fidem[9] ‘forse quest’uomo avrà poca fiducia, mi attribuirà una debole fides’[10]; si trattava della «ingens vinculum fidei» come ricorda lo storico Tito Livio [11]. Ricorrere alla fede di qualcuno esigeva l’abbandono incondizionato nelle mani dell’altro, a cui ci si legava. Il richiamo simbolico della fede era, infatti, quello delle «mani giunte»[12].

Fede intellettuale e fede religiosa

Cogliendo la ricchezza del vocabolo tedesco Glaube al quale sono associate varie sfumature di significato, Edith Stein fa un’analisi della fede in senso intellettuale. Vengono rinvenuti quattro momenti: 1) innanzitutto si ha il belief che è legato al momento cognitivo della constatazione dell’esistenza di un ente, sia esso reale o logico (realiter o idealiter). Il belief corrisponde alla certezza: è l’essere cosciente (di un quid) a cui si può pervenire attraverso la percezione, il suo ricordo, il riconoscimento e la conoscenza. 2) altro significato del termine glaube si riscontra nel momento della convinzione intesa come presa di posizione che scaturisce dalla conoscenza: è ‘l’essere convinto di qualcosa’, che nasce di fronte all’essere consistente delle cose. La convinzione può essere espressa attraverso una proposizione. 3) accanto alla certezza e alla convinzione ci sono delle modificazioni tra cui quella che la Stein chiama opinio: diversa dalla supposizione che considera ragioni e obiezioni, essa deriva da un atteggiamento spirituale di apertura a una vuota possibilità di essere altrimenti: «mi sembra che A sia B, ma potrebbe anche essere diversamente».[13] 4) quarto momento della glaube è il credere ciecamente: ‘una fermezza interna’ diversa però dalla convinzione, che ha alle spalle il processo conoscitivo, ed è quindi una convinzione che vede. La fede religiosa, definita con il termine fides, a differenza del belief, si fonda su un oggetto primario (Dio) ed è quindi un atto in senso proprio (atto semplice). Ma la differenza fondamentale è che la fides non è pura adesione intellettuale, bensì adesione di tutta la persona. In ciò è contenuta tutta la particolarità della fede che condensa in un unico atto conoscenza, amore e azione. Dunque la fides si caratterizza per l’essere fede in ed il suo oggetto specifico è Dio.

Credere oggi

Noi cattolici diciamo il Credo, parola che, in latino, significa ‘io credo’. Si potrà anche dire noi crediamo perché l’espressione della fede è sempre ecclesiale prima di essere individuale. Su un piano strettamente teologico il dibattito antropologico può essere formulato in questi termini: l’uomo, anche se il peccato originale ha ferito la relazione primaria tra l’uomo ed il suo Creatore, continua ad essere ad immagine di Dio (presente nell’uomo come qualificazione naturale). Le tecniche psicopedagogiche dello sviluppo personale possono essere utilizzate, insieme ad un approccio più predicativo e spirituale. Dall’altro lato c’è la predicazione della giustificazione per la croce e per la fede, così la Parola, che diventa in se stessa, più o meno esclusivamente, mezzo di sviluppo personale.

Vi è una grave crisi del credere oggi, che in realtà ne rivela una più grande: quella della perdita della fiducia. Vi è esitazione ad avere fiducia sui nostri simili, sul nostro prossimo e, in questo senso, a credere in esso, a dare fiducia. Ma si deve convenire che è solo grazie all’alterità che si costruisce l’identità di una persona e questo lavoro che inizia, con profondi dinamismi psico-affettivi, fin dai primi anni è ciò che consente di ospitare in se stessi uno spazio per l’altro. La causa prima di tutte le nostre sofferenze è voler essere autonomi e indipendenti, fare tutto da se e possibilmente all’insaputa degli altri. Le conseguenze sono gravi e fatali: si rimane soli con se stessi, ed in modo quasi impercepibile ogni differenza viene meno perché esiste solo l’ego. La domanda è allora: si può, vivere senza credere, senza accordare la necessaria fiducia, senza impegnarsi? Chi si lascia attraversare da tale interrogativo deve convenire che la risposta è ‘no’.Vivere senza credere non è possibile. Credere è un aspetto indispensabile del vivere umano e si basa su un rapporto di fiducia. Come ben ci ricorda S. Tommaso «Appartiene alla fede credere a qualcuno e (credere) qualche cosa».[14] Così anche nella quotidianeità. Come articolare ragione e libertà, da una parte, e credere e fidarsi, dall’altra?

Ragioni per credere

Per credere si deve aver risposto alle domande: chi mi può aiutare a scoprire, a definire ciò che veramente merita fiducia ed impegno? Il Cristianesimo si basa in effetti su questo: Colui che merita totalmente, radicalmente, incondizionatamente fiducia è Dio, il Totipotente, il Totalmente Altro. E questo significa anche ammettere che non tutto nella vita, si basa su ciò che cade sotto il nostro controllo. Senza la relazione interpersonale, senza la relazione con l’Altro, l’essere umano smarrisce se stesso perché costitutivamente è un essere sociale, che necessita della relazione con altri per dare significato alle emozioni, alle sensazioni, alle cose, per cui senza gli altri l’uomo si perde. La fede cristiana, infatti, è l’ esperienza di un incontro personale e intimo con Dio, che si condivide nella comunità ecclesiale, e che trova la sua azione nel mondo. Invece di far progredire la ragione verso la trascendenza, si è voluto condurre la fede verso la ragione, anche se l’atto di fede non annulla la ragione. La ragione, che è stata sovente l’espressione della libertà, rischia nel nostro tempo, di produrre il male e minacciare la distruzione del nostro futuro. L’umanità da l’impressione di non potere fare a meno del razionalismo, ma il razionalismo non pare soddisfare pienamente il cuore umano. La fede sembra aver perso terreno e l’ideale umano non è più stato quello di tracciare traiettorie per costruire ponti che conducono l’uomo a Dio, bensì di innalzare la barriera dell’egotismo umano privandosi della possibilità di incontrare Dio se non addirittura, di rivaleggiare con Lui stesso. Ma nonostante le argomentazioni, sembra spesso difficile orientare l’intelligenza umana verso la fede. L’uomo entra nella dinamica della fede mediante quel percorso privilegiato attraversato dalla bellezza del mistero. Alla luce della fede si perviene sempre attraverso un atto di amore: non c’è soltanto l’intelligenza che riconosce un orizzonte di senso, ma un’intelligenza che si radica nella profondità del cuore. La rivendicazione della libertà per l’uomo spesso si può tradurre per una autorizzazione a fare il male. Sovente l’apologia della ragione si traduce oggi nell’apologia dell’individualismo economico, della legge del mercato. Il vero avversario della religione è il laicismo perché cerca di separare lo spazio concreto degli interessi quotidiani dell’uomo, dunque la sua ragione, da Dio. Più l’economia prevale, più la democrazia sembra ridursi. Il mondo intero tende a diventare economico e con esso l’uomo. La fede è sovente calpestata dall’esigenza della rivendicazione dei diritti alla libertà individuale, richiesta spesso fondata, però, sull’effimero e sulla banalità.

La fede che fonda l’esistenza

B. Welte ha molto riflettuto sulla fede che getta le fondamenta per l’esistenza e dunque dell’esistenza come qualcosa di fondativo per la fede. «Attendiamo con interesse che l’ora futura, il tempo futuro, l’essere futuro, il futuro in genere ci sorreggano, ci mettano al sicuro e ci procurino fondamento e senso compiuto. Nel far questo operiamo continuamente un precorrimento nel futuro».[15] Strutturando l’esistenza, seguendo M. Heidegger, come ‘essere-nel-mondo’, B. Welte parla di una fede originaria «difficilissima da vedere, perché è vicinissima», presente nella realtà «che precede tutti i movimenti espliciti della nostra esistenza e li rende tutti possibili»[16]. Ed è così che: «questa fede primaria (che già i biologi del comportamento chiamavano “fiducia originaria”) si esprime in quel necessario precorrimento o anticipazione (Vorgabe) del futuro, senza la quale non potremmo vivere. E’ perciò un trascendentale, esiste alla base di ogni cosa, di ogni azione, di ogni pensiero con il quale, vivendo, oltrepassiamo il confine del conoscibile verso l’inconoscibile, spontaneamente autotrascendendoci, pro-tendendoci sulla soglia del futuro impredicibile, ma che pure viene, cioè av-viene, e ci riguarda, ci interessa come attesa di qualcosa di buono, di giusto, di sensato per la nostra vita»[17]. Questo è un aspetto fondamentale. «Se continuiamo ad esaminare questa caratteristica fondamentale della nostra esistenza, vediamo che qui noi superiamo continuamente il confine del conoscibile. Proprio questo oltrepassamento è la condizione dell’attuazione stessa dell’esistenza»[18]. E’ una sorta di struttura ospitale che rivela anche un tendere verso sollecitato da interesse da cui non ci si può affrancare in nome di un rigore investigativo. Infatti, «chi come uomo concreto coltiva la scienza e in questa attività vuole spiegare il mondo senza interesse, non possiede proprio alcun interesse per questa sorta di mancanza di interesse?»[19]. Ma non va dimenticato che «il confine del conoscibile, che noi continuamente oltrepassiamo, è anche il confine di ciò che noi possiamo dominare. Noi possiamo in qualche modo disporre di ciò che conosciamo. In quanto lo conosciamo appartiene a noi. E’ l’ambito in cui noi possiamo renderci sicuri. Superando continuamente quest’ambito, continuiamo ad oltrepassare noi stessi e i limiti del nostro potere. A questo ci riferiamo col termine pre-corrimento»[20]. Accade così che: «noi ci muoviamo con interesse nel pre-corrimento, o nella pre-visione, con quell’interesse in forza del quale nell’attuazione della nostra esistenza quello che ci importa è sempre che essa sia buona e sensata. E così ci poniamo nel futuro e ci prevediamo nel futuro come in un ambito di possibili eventi che ci riguardano»[21].

Ed ancora: «Siccome noi viviamo (…) continuiamo ad attuare la nostra esistenza (…) in modo che noi continuamente ci muoviamo oltre il confine di ciò che è da noi conoscibile e lo oltrepassiamo in un movimento che è sollecitato da pre-corrimento e pre-visione, e si svolge inoltre in un campo di tensione caratterizzato da interessi ed importanza per noi. Una cosa simile possiamo chiamarla fede. Ed i movimenti sviluppati sono momenti di un credere che, esso soltanto, rende possibile l’esistenza stessa»[22]. È possibile un senso di fede che vada oltre questa dimensione e si caratterizzi per lasciarsi penetrare dal compimento del mistero cristologico? Credere non vuol dire acconsentire a qualcosa che si possa controllare secondo i propri interessi e desideri. Credere è affidarsi a qualcuno, mettere la propria vita nelle mani di un altro, perché sia l’unico custode, vero Signore. La fede cristiana non è qualcosa di diverso rispetto alla fede che dobbiamo avere ogni giorno per vivere, ma essa è la peculiarità che tale fede assume attraverso la rivelazione storica di Dio, anche se, «la rivelazione, che per sua natura va oltre i limiti della ragione umana, non può essere data da sempre ad ogni singolo uomo, manifestandosi con l’insorgere dell’autocoscienza e di una libera decisione. Ciò comporterebbe il pericolo di scambiare l’autorivelazione di Dio con l’autorealizzazione umana. Solo Dio ha la possibilità di dirci che Egli, per libero amore – e cioè per sua grazia – intende chiamarci a far parte della nuova comunità della sua vita eterna (2 Pt 1,4)».[23]

L’orizzonte della verità

«All’origine di questo nostro essere credenti vi è un incontro, unico nel suo genere, che segna il dischiudersi di un mistero nascosto nei secoli (Cf 1 Cor 2,7; Rm 16, 25-26), ma ora rivelato. Piacque a Dio, nella sua bontà e sapienza, rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà (Cf Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo, hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della natura divina (DV 2).»[24] Il termine Rivelazione viene spesso frainteso: rimanda a manifestazione, autocomunicazione, relazione, dialogo, gratuità: «Con questa rivelazione infatti Dio invisibile (cf Col 1,15; 1 Tim 1,17) nel suo immenso amore parla agli uomini come ad amici (cf Es 33,11; Gv 15, 14-15) e si intrattiene con essi (cf Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con se».[25] La Rivelazione quindi non percorre i sentieri di una conoscenza astratta, ma quel totale sentire in cui l’incontro svela la verità e dona la vita. Si tratta di una iniziativa totalmente gratuita che parte da Dio per raggiungere l’umanità e redimerla. La Rivelazione dischiude, quindi, pienamente l’orizzonte della Verità: «Per una decisione del tutto libera, Dio si rivela e si dona all’uomo svelando il suo mistero, il suo disegno di benevolenza prestabilito da tutta l’eternità in Cristo a favore di tutti gli uomini. Egli rivela pienamente il suo disegno di benevolenza prestabilito da tutta l’eternità in Cristo a favore di tutti gli uomini. Egli rivela pienamente il suo disegno inviando il suo Figlio prediletto, nostro Signore Gesù Cristo, e lo Spirito Santo»[26]

Le vie della Rivelazione

Dio si manifesta anzitutto attraverso la sua Parola. Una parola che, pur abitando il mistero, dimora nella storia e si fa storia: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Nelle grandi opere di Dio si intrecciano sia l’ annuncio che il mistero. «Questa economia della Rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi tra loro, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto».[27] Nella narrazione biblica, la parola interpreta gli avvenimenti e ne dischiude il significato nella storia che ne costituisce il luogo vitale. Gli avvenimenti diventano così storia, ed in un intreccio indissolubile storia di salvezza, che non è predeterminata, né immanente; è dentro la storia e, contemporaneamente, oltre la storia stessa: un presente già illuminato dalla luce del futuro.

Il desiderio di Dio.

La sapienza, dono di Dio, esprime il vertice della riflessione nell’orizzonte della fede. La parola di Dio è presente nella creazione, nell’esperienza, nel patrimonio culturale dell’umanità. Così ragione e rivelazione mostrano la loro solidarietà profonda, una reciprocità costitutiva: «Ciò che conosco, lo credo pure; ma non conosco tutto ciò che credo; so, invece, tutto ciò che conosco, mentre non so tutto ciò che credo»[28]. Dopo aver detto che il sapere (detto anche intelligere) è dovuto alla ragione, il credere è dovuto all’autorità e l’ opinione è dovuto all’errore, sant’ Agostino afferma che: «chiunque sa, crede, e anche chi ha opinioni crede; ma non chiunque crede sa e nessuno che ha opinioni sa».[29] A chi afferma che: «Capirò per poter credere», sant’Agostino risponde: «Credi per poter capire».[30]

Comprendere l’incarnazione

Diventa importante vivere e praticare la fede attraverso la nostra religione, per non correre il rischio di vivere e praticare la religione senza la fede. Solo nella sequela si comprende l’incarnazione; la Rivelazione avviene nella decisione di fede e trova il suo consolidamento nella verità. La parola della fede può essere accolta e suscitare risposta di adesione solo se l’uomo di oggi, non si adagia alla fascinazione della ragione prometeica e del pensiero debole e si mette all’ascolto di quella vibrazione sottile che è la ricerca della verità. Senza compiere sinuosi giri marginali il mistero è ciò di fronte al quale si tiene chiusa la bocca perché non si trovano parole adatte e sufficienti ad esprimerlo. «Fecisti nos, Domine ad te; et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te». È la famosa espressione di sant’Agostino, piena di ardente ricerca intellettuale e di sofferta esperienza esistenziale. Cui fa eco il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 27: «Il desiderio di Dio è iscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a se l’uomo, e soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa…». Insomma si può affermare che «La conoscenza di fede non annulla il mistero».[31] Anzi addentrandosi in esso, lascia intravvedere, profondità prima insospettate. Ogni punto di arrivo diventa l’aprirsi di una nuova radura «La Rivelazione, pertanto, immette nella nostra storia una verità universale e ultima che provoca la mente dell’uomo a non fermarsi mai; la spinge, anzi, ad allargare continuamente gli spazi del proprio sapere»[32]. La Rivelazione non è eterogenea al sapere umano, ma originaria, trascendente e immanente in rapporto ad esso. Rappresenta «la vera stella di orientamento per l’uomo…è l’ultima possibilità che viene offerta da Dio per ritrovare in pienezza il progetto originario di amore, iniziato con la creazione».[33] Dio vuole rendere gli uomini capaci di rispondergli, di conoscerlo e di amarlo. La ragione eleva al grado più alto la propria debolezza quando non si dissolve nel frammento, ma riconosce una Verità che la supera e la nutre perché non possa disseccarsi.

Conclusioni

Ricordo ancora sant’Agostino: «Signore, mio Dio, mia unica speranza, nella tua benevolenza ascoltami, non permettere che io desisti dal cercarti per stanchezza, fai invece sempre che ti cerchi con ardore, dammi la forza di cercarti, tu che ti sei fatto trovare e mi hai infuso la speranza di trovarti con una conoscenza sempre maggiore. Davanti a te la mia forza e la mia debolezza, sostieni quella guarisci questa. Davanti a te la mia scienza e la mia ignoranza. La dove mi hai aperto accoglimi quando entro. La dove hai chiuso aprimi quando busso. Fa che mi ricordi di Te, che comprendo Te, che cerchi Te. Accresci in me questi doni finché non mi hai trasformato in creatura nuova».[34]

L’invito ‘Nonnisi ab obscura sidera nocte micant’presente sullo stipite della porta del monastero benedettino di Subiaco ci invita ad interrogare l’abissale silenzio di ciò che è autentico e puro, ciò che sembra assurdo ma non per questo privo di senso. Gli orizzonti prospettici altrimenti oscuri possono risultare fecondi solo attraverso un radicale atteggiamento di umiltà-kenosi di un cogitare che si spinge fino a quel mistero avvolgente in cui si intrecciano, in un infinito mutevole, il naturale e il soprannaturale.Vorrei ricordare, in conclusione, una profonda e meditata riflessione di Trilussa quando, da grande esploratore di mondi interni, in modo gioiosamente leggero, scriveva: «Credo in Dio Padre Onnipotente, ma …/ Ciai quarche dubbio? Tiettelo per te/ La Fede è bella senza li chissà/ senza li come, e senza li perché». Sì, senza questa fede, non c’è umanizzazione. Noi siamo umilmente chiamati a pronunciare senza alcuna perplessità questo annuncio. Il fremito quotidiano della visione aurorale della luce, che il sacrificio di Cristo annuncia, non evoca luoghi che appartengono alla rappresentazione grafica, al calendario, all’ordine riconosciuto di una classificazione tra astrazione e figurazione, ma è narrazione di un’esperienza spirituale che interroga gli eventi, attraverso cui, come in un prodigio della trasformazione, l’anima mundi può ogni giorno rinascere: è in questo che si gioca l’avvenire dell’umanità.

Note

[1] - C. Ternynck, L’uomo di sabbia. Individualismo e perdita dell’identità, Vita e Pensiero, Milano 2013, 45

[2] - Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2002; La società individualizzata, Il Mulino, Bologna 2002; Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, traduzione di S. Minicucci, Laterza, Roma-Bari 2006; Futuro Liquido. Società, uomo, politica e filosofia, a cura di Emma Palese, AlboVesorio, Milano 2014.

[3] - Cfr X. Molenat, Pour l’amour du rite,«Sciences Humaines», Luglio 2014,n. 260, 44-45.

[4] - Gorgia, Difesa di Palamede, 24; Cfr S. Lyonnet, La carità pienezza della legge, Ave, Roma 1971, 11-12.

[5] - Cfr L. Monden, Faith: can man still believe?, Shee and Ward, New York 1970, 16-18.

[6] - E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Einaudi, Torino 2011, 87

[7] - Cf Aesch., Sept. c. Theb. 211 s.

[8] - R. Bultmann, Pistis , GLNT, X Paideia, Brescia 1975, coll. 350-351.

[9] - Terenzio, Eunuchus, 197, Mondadori, Milano 2009

[10] - E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, cit., 87

[11] - Cit. da B. C. Spico, Les vertus humaines dans le Nouveau Testament, «Seminarium» 21, 1969, 389.

[12] - Ivi

[13] - E. Stein, Natura Persona Mistica. Per una ricerca cristiana della verità,Città Nuova Editrice, Roma 1997, 104

[14] - San Tommaso, Summa Th., II-II, q.8, a. 8, ad.2

[15] - B. Welte, Cosa è credere?, Morcelliana, Brescia 1983, 31

[16] - Ivi, 29.

[17] - A. Staglianò, Su due ali, Lateran University Press, Roma 2005, 345-346

[18] - B. Welte, Cosa è credere?, cit., 32.

[19] - Ivi ,35.

[20] - Ivi, 32.

[21] - Ivi, 34.

[22] - Ivi, 33-34.

[23] - W. Kern, Strutture antropologiche alla luce della rivelazione in W. Kern – H. J. Pottmeyer – M. Seckler , Corso di Teologia Fondamentale. 1 Trattato sulla religione, Queriniana 1990, 240.

[24] - Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Fides et Ratio, 7.

[25] - Concilio Vaticano II, Costituzione Dogmatica Dei Verbum sulla Divina Rivelazione, 2, citato per esteso in Fides et Ratio,10.

[26] - Catechismo della Chiesa Cattolica, 50.

[27] - Concilio Vaticano II, Costituzione Dogmatica Dei Verbum sulla Divina Rivelazione, 2

[28] - Sant’Agostino De Magistero XI,37

[29] - Sant’Agostino, L’utilità del credere, XI,25

[30] - Sant’Agostino, Sermones, 43,3

[31] - Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Fide et Ratio, 13.

[32] - Ivi,14b.

[33] - Ivi, 15b.

[34] - Sant’ Agostino, De Trinitate XV, 28,51.


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