Miriam Savarese
DOI:  10.17421/2498-9746-05-19
Abstract 

Non è possibile risolvere un problema scientifico se non se ne desidera appassionatamente la soluzione. Questa è la tesi di Michael Polanyi, importante esponente dell’epistemologia postcritica e postpositivista e prima chimico-fisico. Tale tesi risulta provocatoria a fronte di quella epistemologia che tende invece a presentare l’attività di ricerca scientifica come tanto più oggettiva e “perfetta” quanto più è neutrale, nel senso di priva di riscontri di e influenze dell’emotività e delle passioni, e impersonale — rischio ancor oggi paventato da molti, compresa la sociologia della scienza. Polanyi rivaluta il ruolo della persona umana fino al punto di affermare che la conoscenza scientifica viene meno se la prima viene eliminata. In questo quadro, in cui la ricerca è concepita come soluzione di problemi, la passione intellettuale del ricercatore, dal riferimento costante ma problematico alla verità e condivisa nelle sue forme più semplici da ogni persona, è decisiva per la conclusione positiva della ricerca (si tenga presente che Polanyi impiega poco l’espressione filosofica tradizionale desiderio di conoscere). Per lui, inoltre, il desiderio intellettuale postula l’esistenza di ciò che può soddisfarlo ed ha un ruolo decisivo in rapporto agli standard scientifici; è diretto ad oggetti immateriali, intellettuali; non esaurisce il proprio oggetto, ma conduce ad espanderlo e ad arricchire il mondo; ha un rapporto privilegiato con la bellezza; è accompagnato da un senso di responsabilità per la ricerca di una verità ancora nascosta. È strettamente collegato, infatti, alla convinzione dell’esistenza di una realtà nascosta a cui la scienza si può avvicinare. Si tratta di un caso di studio interessantissimo per esaminare non solo il ruolo delle passioni nel conoscere, oggi rivalutato positivamente, — ma anche come spunto di riflessione ed approfondimento sulle dimensioni del desiderio di conoscere umano, che, facendo capo alla persona umana, intrecciano corpo e intelletto, materiale ed immateriale, sino a giungere all’anima.

Parole chiave: Michael Polanyi, ricerca scientifica, passioni intellettuali, desiderio di conoscere

According to Michael Polanyi, solving a scientific problem is impossible, if the researcher does not passionately desire its solution. Recognized as a distinguished member of the postcritical and postpositivist epistemology, he is a former physical chemist. His thesis is provocative for the epistemologists who consider scientific research activity all the more objective and “perfect” the more neutral it is; in this context, neutral means impersonal and free of emotivity and passions. In the present milieu, the exclusion of these is still a risk feared by many, among which there is the sociology of science. Polanyi positively reevaluates the role of the human person in scientific knowledge: if the former is eliminated, the latter is destroyed too. In order to accomplish successfully the research — conceived as problem solving — the researcher’s intellectual passion is essential. It is always but problematically referred to truth and, in its simpler expressions, it is shared with every person. Polanyi rarely uses the classical philosophical term desire to know. Along with him, the intellectual desire postulates the existence of what can satisfy it; it is oriented towards immaterial and intellectual objects; it does not diminish their supplies but widens them and enriches the world; it has a strong relationship with beauty; it is accompanied by a sense of responsibility to quest for a still hidden truth. It is firmly related to the conviction of the existence of a still hidden reality to which science can approach itself. This is an excellent case study in order to examine the role of the passions in knowing — which nowadays is positively judged. It is also a point of reflection on the aspects of the human desire to know, that depend on human person and that, consequently, weave body and intellect, matter and immateriality, reaching the soul.

Keywords: Michael Polanyi, scientific research, intellectual passions. desire to know

«Pure, se vediamo in proiezione l’evento della scoperta, il suo farsi appare personale e indeterminato. La scoperta trae origine da solitarie intuizioni del problema, da una sorta di spigolatura che sembra guidare verso qualcosa di nascosto. I frammenti intuiti appaiono come elementi di una totalità coerente ancora sconosciuta. È inevitabile che questa visione, che ha un carattere per così dire di sondaggio, si volga in un’osservazione [obsession] personale, poiché un problema che non ci tormenta non è un problema: non ha in sé spinta alcuna, insomma non esiste. Questa ossessione, che vale insieme da stimolo e da guida, riguarda qualcosa che nessuno è in grado di esprimere a parole: il suo contenuto è indefinibile, indeterminato, strettamente personale»[1].

Non è possibile svolgere con successo la ricerca scientifica se non lo si desidera appassionatamente, se il desiderio di risolvere il proprio problema non diviene tale da poter essere descritto, in termini volutamente forti, come un’ossessione personale. Ecco il cuore della tesi di Michael Polanyi, provocatoria a fronte di tanta epistemologia, soprattutto positivista e neopositivista, con cui l’Autore entra in discussione polemica, per la quale la scienza è caratterizzata da un’oggettività tanto più perfetta quanto più esclude ogni intervento del ricercatore, come soggetto e come persona, e le sue emozioni e passioni in primis.

Si tocca così uno snodo fondamentale nel rapporto tra desiderio e ragione, tra corpo e intelletto. Non per niente, il desiderio di conoscere è uno dei temi che hanno interessato la filosofia fin dalla Grecia antica[2]. Esso risulta interessante tanto più oggi: sia declinato in ambito scientifico, dato che la rivendicazione positiva delle passioni dello scienziato contro le visioni che lo vogliono oggettivo e imparziale nel senso di distaccato (e forse potenzialmente sostituibile da un’eventuale intelligenza artificiale) è ben viva, ad esempio, per citare una corrente per certi versi estrema, nella sociobiologia di Bruno Latour[3]; sia nel più ampio contesto della gnoseologia e dell’antropologia, laddove si sta riaffermando la positività del rapporto delle passioni con la ragione, sia pure rileggendo talvolta, e impropriamente, i pensatori cristiani e gli autori della Scolastica come nemici del desiderio di conoscere[4].

Qui si presenteranno in breve i tratti di tale desiderio di conoscere del ricercatore secondo Michael Polanyi, per poi trarne alcune riflessioni conseguenti. Esse possono rivestire agevolmente un carattere più generale, dato che questo appartiene già alle riflessioni del nostro autore, il quale non rinviene cesure tra la conoscenza scientifica e gli altri ambiti del sapere umano, dalle scienze umanistiche alla conoscenza quotidiana, e ritiene persino che si tratti dello stesso modo di conoscere, pur non sovrascrivendo le differenze di oggetto e di approccio[5].

1. Contestualizzazione

Senza ricostruire dettagliatamente la carriera e il pensiero di Michael Polanyi, basti ricordare che, inizialmente chimico-fisico, si dedica poi alla filosofia ed è considerato uno dei principali esponenti dell’epistemologia post-critica e post-positivistica[6]. Egli prende le distanze dall’impostazione neopositivista e da quella del pensiero critico moderno, a favore di un diverso “paradigma” di conoscenza, che studia a partire dalla conoscenza scientifica[7] . Difende il ruolo necessario ed essenziale del conoscente, in quanto persona, nella conoscenza stessa, in primis in quella scientifica. Considera l’intera conoscenza personale e intende tenere insieme il «polo soggettivo» e quello «oggettivo» del conoscere, l’intervento appassionato e libero della persona e la verità, intesa come contatto con la realtà; non riesce però ad evitare tensioni sul piano del realismo, questione discussa su cui è impossibile soffermarsi qui[8]. Uno dei suoi contributi più noti è la conoscenza tacita.

Il tema del desiderio di conoscere, inserito nel quadro delle passioni intellettuali (che sono tacite), è uno dei più importanti del suo pensiero[9]. Quando Polanyi, nella prefazione a Personal Knowledge, scrive che il contributo appassionato della persona è un fattore vitale della conoscenza — tolto il quale viene meno la conoscenza stessa! —[10], è proprio passionate l’aggettivo che impiega per caratterizzarlo. Si tratta non dell’unica caratteristica che determina essenzialmente la conoscenza personale (dato che, per Polanyi, la conoscenza scientifica è razionale), ma di quella che evidentemente più distingue la sua concezione della conoscenza da quella del paradigma neopositivista e moderno. Al di là di ogni valutazione dell’oggettivismo o soggettivismo polanyiano, è indicativo che, a parere del nostro autore, non vi è contraddizione tra ricerca appassionata e razionalità scientifica[11]. Per di più, la sua ricerca sulla natura e sulla giustificazione della conoscenza scientifica, dalla portata che oltrepassa la scienza, si avvia proprio rigettando l’ideale del distacco scientifico[12]. Da questo desiderio inizia idealmente la sua critica della concezione positivista e neopositivista della scienza e del moderno criticismo.

La fecondità del suo pensiero, a questo riguardo, va rinvenuta nell’aver contribuito a riammettere emozioni e passioni nel dibattito epistemologico e, soprattutto, nell’averne rivendicato il ruolo necessario e determinante per il conoscere.

2. Le passioni intellettuali e il desiderio di conoscere

Entriamo nel vivo del tema, evidenziando i tratti che Polanyi attribuisce a tale desiderio di conoscere[13].

Prima di tutto, egli mostra efficacemente, appoggiandosi sia alla propria esperienza diretta sia a esempi storici o a colloqui intrattenuti con altri scienziati[14], che le emozioni sono parte dell’attività di ricerca. Sono presenti sia nella quotidianità, nel lavoro di approfondimento o di sperimentazione, sia, ancor più, con la scoperta — soprattutto se di grande portata[15]. Esse possono essere di segno positivo o negativo. Per lo scienziato, la mancanza di una soluzione costituisce una fonte di disagio e di sofferenza. Per contro, egli risulta eccitato e già parzialmente soddisfatto dagli “indizi” della futura scoperta, considerati, in termini taciti, particolari integrati in un intero coerente ancora sconosciuto[16]; mentre la scoperta suscita una gioia talvolta dirompente. Inoltre, esse emergono nelle controversie scientifiche storicamente documentate, in cui spesso hanno portato all’eccesso di insultare personalmente gli avversari, e, in tono minore, sono provate anche da quanti sono resi partecipi delle conquiste della scienza pur senza averle compiute in prima persona, come gli studenti.

In breve, la ricerca e la scoperta non avvengono in un contesto di distacco e non sono indifferenti al ricercatore.

2.1 Le caratteristiche delle emozioni della ricerca

Che cosa, esattamente, suscita queste emozioni? Quali sono le loro caratteristiche?

Come già accennato in nota, Polanyi intende per ricerca scientifica, in senso vero e proprio, trovare buoni problemi e risolverli. In questa cornice, tali emozioni risultano legate al rinvenimento ed alla soluzione di problemi.

In effetti, l’intensa preoccupazione del ricercatore è rivolta alla soluzione del proprio problema, cioè all’ancora sconosciuto, che poi, scoperto, genera la soddisfazione maggiore[17]. Tale soddisfazione è già presente, in parte, nel lavoro di ricerca, soprattutto se questo è sulla buona strada; mentre il tormento nasce proprio dall’assenza di una soluzione e dal timore di non poterla trovare. Nel proprio sforzo di ricerca, lo scienziato si assume il consapevole ed inevitabile rischio di confutare la propria ipotesi, ma non è questo il suo fine[18].

Fin dal primo sguardo, dunque, tali emozioni risultano legate all’attività di ricerca in quanto tale e, in particolare, alla scoperta.

Esse sono legate, inoltre, agli stessi oggetti scientifici, che sono ciò che la ricerca è finalizzata a scoprire o dimostrare. Più precisamente, sono suscitate dal tipo di strutture d’ordine indagato dalle varie discipline, nei loro aspetti matematici, fisici, chimici ecc., quantitativi o qualitativi, come si presentano in ricerche, esperimenti e dimostrazioni. Possono riguardare anche l’intera disciplina considerata come un intero, eventualmente nelle sue interconnessioni con la totalità della cultura di un popolo in un certo periodo storico[19].

Bisogna sottolineare che tali emozioni sono determinate dalla conoscenza (sia nel suo progressivo costituirsi sia soprattutto nel suo compimento, sia pur parziale, nei risultati, ossia nelle scoperte) di tali oggetti, appartenenti al livello o formalità di ordine studiato dalle scienze[20]. Polanyi non esita ad attribuire a quest’ultimo sia razionalità sia uno stretto legame con la realtà e dunque con la verità[21]: esse sono determinate dal fatto che conoscere tali oggetti comporta un contatto con la realtà, ossia dal fatto che la loro conoscenza è vera[22]. Ciò significa che le emozioni sono suscitate da caratteristiche diverse a seconda delle discipline scientifiche — fatto che Polanyi sottolinea — e conoscerle non offre un identico appagamento[23]. Tuttavia, il tratto che le accomuna è proprio un ordine di tipo scientifico, la razionalità scientifica (aspetti che per Polanyi vanno insieme): esse sono suscitate dalla conoscenza scientifica di tali oggetti.

Polanyi scrive, inoltre, differenziandosi sempre più dal neopositivismo[24] , che il termine più generale per descrivere la sorgente della gioia intellettuale è la bellezza, la quale attrae la mente del ricercatore[25]. La questione sembra comportare, così, uno slittamento non privo di problematicità: il termine di tali emozioni è costituito da ordine, razionalità, verità e realtà oppure dalla bellezza?

Tuttavia, come egli mostra efficacemente, si tratta di una bellezza scientifica, che, pur di difficile definizione e distinzione, è propria di ordine, razionalità e verità scientifici, degli oggetti di studio delle scienze: una bellezza intellettuale. Essa è segno di contatto con la realtà, rivela la verità sulla natura; infatti, è propria di ciò che è conosciuto tramite la comprensione (l’atto conoscitivo che comporta una scoperta)[26].

Perciò, la confusione pare più che altro apparente: l’inserimento della bellezza non smentisce quanto detto sinora, perché sempre alla verità ed alla razionalità scientifiche rimanda. La questione, però, non pare del tutto chiusa; forse, si può ridurre il rischio di cadere in contraddizione mettendola in raccordo con il pulchrum inteso metafisicamente come trascendentale dell’ente, dall’intrinseco rimando al verum.

In ogni caso, considerando il loro orientamento ad oggetti scientifici e a caratteristiche razionali, si può ben concludere, con Polanyi, che il termine di tali emozioni è costituito da oggetti intellettuali e immateriali, non corporei[27].

Lo conferma il fatto che, quando il ricercatore si sente appagato da essi, non li consuma né se ne appropria in modo esclusivo; anzi, con la scoperta espande quanto è conosciuto e lo rende potenzialmente fruibile, in modo più facile e sicuro, da un numero potenzialmente infinito di altre persone[28].

Da ultimo, bisogna aggiungere che esse hanno una «caratteristica di orientamento intenzionale [pointed character]»[29] riferito a qualcosa di esterno alla persona che le prova.

Ora è possibile riconoscere tali emozioni come espressione di vere e proprie passioni intellettuali.

2.2 Il desiderio di conoscere in ambito scientifico, passione intellettuale e amore per la verità

Per Polanyi, vedere un problema e intraprendere la ricerca della sua soluzione è cogliere un raggio di potenzialità che si credono accessibili. Si genera così, nella mente attenta, una tensione euristica deliberata, una risposta che si sforza di comprendere una soluzione che si crede predeterminata. Le scoperte sono generate da una «forza [thrust] dell’immaginazione verso la scoperta di queste potenzialità»[30], di cui le nostre emozioni sono appunto espressione.

Esse, infatti, manifestano la convenienza o sconvenienza di una realtà rispetto al soggetto-ricercatore; manifestano perciò un orientamento verso qualcosa che appaga e che non è passivamente ricevuto o subito ma che viene attivamente ricercato. Anzi, tali passioni, ben orientate su qualcosa di esterno alla persona, implicano un atto di affermazione: spingono all’azione per ottenere tale oggetto o obiettivo; in questo senso, non sono meramente passive né private[31].

Si tende alla verità su tali oggetti scientifici, intesi proprio come reali[32] , ed è per questo che la ricerca può appagare il ricercatore. Nella persona c’è una tendenza appassionata, che si manifesta con tali emozioni[33]. Polanyi arriva persino a scrivere che un problema è un «desiderio intellettivo»[34].

Bisogna sottolineare un passaggio teoretico fondamentale, che nei testi polanyiani non è forse sempre espresso in modo chiaro. Tali emozioni nella dinamica della ricerca, piacere e soddisfazione, disagio e tormento, non potendo essere isolate e casuali, sono indice di una tendenza intima e attiva propria del ricercatore, che tende verso tale oggetto, spinge all’azione e che, se appagata almeno parzialmente, è fonte di piacere e, in caso contrario, di tormento. Essa è ciò che, nel ricercatore, risponde alla ricerca ed al suo oggetto, ma in modo attivo, spingendo a conoscere, e risulta perciò strettamente legato alle sue capacità più alte, quelle conoscitive. In parole non proprio polanyiane, si può dire che sono l’indice di una tendenza della persona, alla quale queste capacità fanno capo — tendenza a cui la cosa corrisponde oppure no e che, come tale, è condizione di possibilità di tali emozioni. Si deve parlare, perciò, di un vero e proprio desiderio, che risulta soddisfatto e comporta gioia e piacere con la ricerca e soprattutto con la scoperta scientifiche. In virtù dei suoi oggetti intellettuali, Polanyi lo considera passione intellettuale.

Bisogna specificare che Polanyi impiega il termine al plurale. Ciò sembra dovuto più che altro a una sua oscillazione tra riconoscere più passioni intellettuali o solo più funzioni di esse[35]. Anche se la lettera polanyiana a riguardo non sembra sempre univoca, dato il fermo riferimento di esse alla conoscenza scientifica, pare che si possa parlare di un unico desiderio di conoscere (termine che impiega anche Polanyi: passion to understand, intellectual craving), unitario, che si può particolarizzare in molteplici espressioni più specifiche e sulla classificazione delle quali si può discutere. Non si tratta di tanti desideri disparati: è chiaramente presente una matrice unica. Va rimarcato che Polanyi, pur studiando in modo particolare il desiderio di conoscere in ambito scientifico, rivolto alla conoscenza scientifica, lo considera evidentemente un’espressione, forse la più alta, di un unico desiderio di conoscere, proprio della persona in quanto tale e dalla portata universale, che si estende a tutto il reale[36]. Quest’ultima questione verrà discussa in seguito.

I termini passione e tendenza non devono far pensare che si tratti di un mero sottoprodotto psicologico o di un circuito chiuso psicologico stimolo-risposta. Il desiderio rimane sempre intellettuale, sia come desiderio sia per la formalità desiderata. Polanyi distingue tra passioni corporee o sensibili (come le tendenze vitali) e passioni intellettive, utilizzando il termine appetite in riferimento ad entrambe ma con le opportune differenze[37]; rimarca che le passioni intellettive sono attive (nel senso detto prima). Inoltre, la risposta del ricercatore ad esse è in larga parte libera, anche nel quadro dell’epistemologia della conoscenza tacita, come evidenzia con l’impegno[38]. Si può dire che nel seguire il desiderio di conoscere in scienza è coinvolta profondamente la volontà.

A conferma di ciò, bisogna specificare un ulteriore tratto di questo desiderio, utile altresì a portare oltre il presente ragionamento. Il suo oggetto, le conoscenze scientifiche, è desiderato e ricercato per sé stesso, non per i vantaggi pratici, tecnici o in termini di benessere, che se ne possono ricavare.

In effetti, Polanyi difende la scienza pura: la scienza (soprattutto se non è scienza applicata) deve essere ricercata per sé stessa o il nostro tentativo sarà vano; essa di per sé è volta alla verità (scientifica), altrimenti non è[39]. Tuttavia, l’autore non ricava questo tratto del desiderio di conoscere dalla sua concezione della scienza, ma semmai compie il percorso opposto: sono i tratti rintracciati in tale desiderio ad indicare nettamente che è volto al vero scientifico.

Nella gioia della scoperta, il ricercatore è appagato non tanto dalle sue conseguenze e situazioni concomitanti (come la fama), ma dalla scoperta in sé: non dall’appropriazione fisica di un bene, ma da una conoscenza, razionale e immateriale. Anche la sottolineatura dell’orientamento alla bellezza scientifica porta a questa stessa conclusione. Per inciso, ciò conferma che tale desiderio è propriamente di conoscere perché risulta appagato dalla conoscenza scientifica in sé stessa.

Inoltre, non si tratta di un desiderio di tipo narcisistico, per utilizzare un termine oggi più comune. Quando soddisfatto, culmina in un’ammirazione contemplativa, suscitata dal mondo scientificamente e razionalmente conosciuto, dalla scoperta di una verità oggettiva[40]. Lo stesso contenuto che genera gratificazione suscita anche rispetto. Infatti, il desiderio è accompagnato (o persino costituito) da un forte senso di responsabilità nei confronti della verità ancora nascosta, da svelare, che esige l’aiuto del ricercatore per manifestarsi[41] .

Nell’epistemologia polanyiana, tale senso di obbligazione risulta decisivo nel costituire l’impegno dello scienziato, passaggio determinante dell’atto conoscitivo; tuttavia, esso si riscontra in termini più generali e indipendenti. Ad esempio, il desiderio di conoscere si esprime anche come una forma di coraggio e di laboriosità[42].

Si aprirebbe qui un intero ambito di studio sulla dimensione morale del desiderio di conoscere, e di come esso possa contribuire a fondare la moralità scientifica[43].

Dunque, il desiderio appare orientato direttamente ad una conoscenza veritativa degli oggetti scientifici, la quale comporta piacere. Non è di per sé narcisistico, anche se ciò non esclude che possa diventarlo, nel caso che si corrompa. Tutto ciò conferma il modo “largo” in cui bisogna intendere passione e tendenza.

È proprio quest’ultimo passaggio che ci conforta nell’accettare la caratteristica più forte che Polanyi attribuisce al nostro desiderio-passione intellettuale: quella di vero e proprio amore per la verità[44].

In effetti, ne ha i tratti: desidera l’amato per sé stesso, non per un vantaggio né per il piacere, non consuma il suo oggetto, si compiace dell’unione con l’amato e soffre della sua assenza[45], è caratterizzato da libertà e dedizione di sé; comporta il rispetto della realtà indagata (del resto in caso contrario, se sovrascritta o cancellata, non potrebbe essere conosciuta); è qualcosa di molto intimo[46]. All’amore esaudito, inoltre, è connessa intrinsecamente la felicità e ciò spiega la gioia della scoperta.

Bisogna aggiungere un ultimo tratto che lo riallaccia all’amore e che si rivelerà molto interessante nella discussione successiva: il desiderio non si esaurisce, anzi, si ripropone e si rafforza con la sua soddisfazione[47]. Dopo l’appagamento momentaneo della scoperta, si ripresenta. Ogni nuova scoperta, pur comportando appagamento e gioia, con un conseguente piacere, non comporta l’appagamento definitivo del desiderio di conoscere, che emerge nuovamente nello scopritore per primo — proprio perché la stessa conoscenza scientifica in tal modo non si completa (o quantomeno, quanto ai vari settori disciplinari, ciò non è mai avvenuto sinora, bisogna aggiungere). Le nuove scoperte, infatti, feconde di nuovi problemi, affascinano ancora i ricercatori e li spingono a ricercare ulteriormente.

Il termine passione intellettuale, opportunamente contestualizzato e inteso in senso ampio, deve essere conservato anche riconoscendolo vero e proprio amore per la conoscenza. Da una parte, l’amore è riconoscibile come passione in senso lato[48]. Dall’altra, si è già riconosciuto che non è meramente passivo e che la conoscenza non porta primariamente appagamento al corpo del ricercatore (anche se, ovviamente, conoscenza e apprezzamento degli oggetti scientifici sono mediati dai sensi).

Prima di passare alle riflessioni che tutto ciò suggerisce, è necessario accennare ad un’ultima, importante, tesi polanyiana: tale amore è necessario allo svolgimento ed alla conclusione della ricerca, ossia bisogna fare ricerca per amore[49]. La passion to understand, avendo un contenuto affermativo, afferma interesse e valore scientifico di certi fatti[50]; perciò, può e deve essere seguita dallo scienziato per fare ricerca con successo: ha funzione selettiva (valutazione del valore scientifico di ricerche e teorie) e euristica (suggerisce specifiche scoperte). Perciò, ha un ruolo prettamente epistemologico: può costituire una guida per la scoperta[51]. In generale, le scoperte sono generate dal già citato thrust dell’immaginazione[52].  Torniamo così alla tesi secondo la quale è impossibile risolvere un problema se non se ne ha il vivissimo desiderio[53].

È impossibile negare o tentare di abbandonare l’amore per la verità scientifica senza fare un danno all’attività di ricerca: espressione dell’amore per la verità tout court e inseparabile da esso, è necessario alla ricerca, come principio del moto e suo sostegno.

Concludendo, si può dire che emozioni e sentimenti dello scienziato in quanto scienziato nascono dall’incontro tra la conoscenza della realtà — più precisamente delle realtà e strutture d’ordine studiate dalle scienze, nelle formalità proprie di ciascuna disciplina — e una tendenza intellettuale e non meramente psicologica della persona, il cui esercizio è libero e che risulta un vero e proprio amore per la verità scientifica[54].

3. Riflessioni conseguenti

Per iniziare, bisogna sottolineare che la tesi polanyiana — l’amore della verità (scientifica), liberamente e attivamente seguito dallo scienziato, necessario per la ricerca scientifica — comporta una grandissima unione tra la razionalità, in una delle sue espressioni più alte e raffinate, ossia quella scientifica, e le passioni (e la volontà).

Per prima cosa, dalla necessità delle passioni intellettuali, per ottenere anche il più piccolo risultato nella ricerca scientifica, risulta la rivalutazione positiva del ruolo delle passioni nel conoscere. Polanyi ha rintracciato, come necessari e strutturanti la ricerca, degli atti tendenziali, orientati, che riferiscono il proprio oggetto al ricercatore come conveniente o sconveniente a lui. In termini non più strettamente polanyiani, possiamo aggiungere che, se l’oggetto scientifico fosse attrattivo, ma mancasse nel ricercatore la capacità di avvertire tale attrazione, mancherebbe un aspetto chiave per superare l’alterità tra ricercatore e oggetto e, quindi, non scatterebbe l’azione di ricerca.

Come si è già detto in parte, abbiamo qui una tendenza a conoscere scientificamente che risiede nella persona, dovendo giocoforza risiedere nelle facoltà che permettono di conoscere scientificamente (e che sono proprie di una persona come subsistens in rationali natura)[55]; tale tendenza non è però necessitante[56]. Sembra risiedere nella volontà[57], che infatti si esercita in un contesto di tendenze ed è impossibilitata a volere qualcosa di completamente privo di attrattività nei suoi confronti, ma conservando la sua dimensione di libertà. Si può discutere se questa tendenza si trovi, mutatis mutandis, anche nell’intelletto; ma il suo ruolo di molla della ricerca scientifica rimane fondamentale. Riflettendo oltre la lettera polanyiana, è possibile chiedersi se questo amore sia interamente intellettuale o abbia anche delle dimensioni sensibili. La domanda, molto interessante da approfondire, probabilmente condurrebbe ad ammettere la presenza di una dimensione sensibile anche nel contesto scientifico, dove certe valutazioni dello scienziato, ad esempio estetiche, pur essendo principalmente legate a strutture d’ordine intelligibili, coinvolgono aspetti sensibili del proprio oggetto, in modo più o meno grande a seconda della disciplina. Comunque, tale dimensione sensibile sembra subordinata a quella intellettuale. In ogni caso, l’esercizio dell’intelletto, proprio in uno degli ambiti formalmente più raffinati, risulta inestricabilmente legato a emozioni e passioni (e scelte) e sembra esso stesso percorso, originato e sostenuto dalla tendenza a esercitarsi attivamente, la quale pare costituire il desiderio di conoscere in ambito scientifico. Anche se la questione richiederebbe maggiore approfondimento, sono in parte emerse profonde unità e continuità tra le passioni e l’esercizio della ragione scientifica, tale per cui il secondo risulterebbe impossibile senza le prime, che anzi risultano essenziali ad esso (non sono un danno inevitabile, ma sono necessarie per il suo corretto esercizio). Si può ben dire che la separazione tra la dimensione intellettuale e quella emozionale, passionale e volontaria dello scienziato risulta l’indebita estremizzazione di una distinzione altrimenti legittima.

La dimensione passionale, tendenziale, risulta quindi, per prima cosa, legata appunto non solo alla sensibilità ma anche alla razionalità, imponendo così la rivalutazione positiva del rapporto tra passioni e ragione, la quale peraltro sembra rivestire oggi notevole interesse[58]. Passioni, volontà e intelletto non solo sono inscindibili, ma operano insieme — nel conoscere a livello scientifico — e tale unità non comporta di per sé un danno o un problema per il conoscere, ma è profondamente positiva: la loro retta unione è necessaria ad ottenere un qualsivoglia buon risultato. Ne deriva, quantomeno, una seria sfida per quella filosofia che invece ha giudicato negativamente il rapporto tra passioni e ragione, considerandole persino un morbo della ragione[59].

Per seconda cosa, il legame strettissimo nelle dinamiche dell’intelletto e della volontà, così come un legame di questi con le passioni sensibili, permette di rinvenire una profonda unità tra le varie dimensioni della persona umana. Ciò suggerisce, di conseguenza, una profonda unità tra corpo e mente, tale da non poter essere negata senza oscurare la realtà del conoscere e dell’agire umani, in un ambito, quello scientifico, che figura tra quelli che altrimenti più sembrerebbero pertenere alla mente sola. In tal modo, ci si riallaccia anche a quella tradizione filosofica, di origine platonico-aristotelica e opposta all’orfismo e allo stoicismo, che ritiene le passioni la forza motrice dell’anima. Tanto più, tutto questo suggerisce l’unità sostanziale di corpo ed anima. È necessaria però una certa cautela: nei termini esposti sinora il risultato riguarderebbe il solo conoscere scientifico. Invece, se tale desiderio di conoscere fosse l’espressione, in ambito scientifico, di un desiderio di conoscere più generale, che si accompagni ad ogni forma di conoscere della persona umana, tale risultato, sull’unità della persona, riguarderebbe non più solo le sue facoltà in quanto impiegate nella ricerca scientifica, ma in quanto impiegate in ogni ambito vitale — e dunque riguarderebbe la persona per intero. Si approfondirà brevemente questa linea di pensiero, passando a riflettere sui possibili rapporti di questo desiderio di conoscere con il desiderio di conoscere in generale.

Si giunge così al secondo punto di queste brevi riflessioni. Tramite il pensiero di Polanyi è emersa l’esistenza di un desiderio di conoscere in ambito scientifico, da intendersi come vero e proprio amore per la conoscenza. Tuttavia, già nelle sue parole e nel modo in cui tratta il desiderio di conoscere dello scienziato, emerge un desiderio che riguarda ogni ambito del conoscere. Ciò potrebbe indicare il desiderio naturale dell’essere umano verso la conoscenza e la verità, come desiderate per natura. Il pensiero di Polanyi, individuando il desiderio di conoscere la realtà ancora nascosta come motore della ricerca scientifica e persino come sua guida e, soprattutto, caratterizzandolo come amore orientato alla verità, sembra confermare, sotto un’angolatura particolare, l’esistenza del desiderio di conoscere tanto studiato in filosofia. Perciò, ora si cercherà di trarre le conseguenze del suo discorso nei termini di un raffronto, però in termini giocoforza generalissimi, con quello della tradizione aristotelico-tomista e, più specificamente, con il desiderium naturale videndi Deum dell’Aquinate[60].

Per prima cosa, bisogna sottolineare ancora che il desiderio di conoscere evidenziato da Polanyi è lo stesso, in forme diverse, in ogni ambito della conoscenza umana. Si è già accennato che l’interesse profondo suscitato dal reale (o almeno da quel che appare tale) si declina in modi diversi a seconda delle varie scienze. Il passaggio importante nel pensiero polanyiano, però, è la negazione di qualsiasi discontinuità tra studio della natura e studio dell’uomo[61]: la conoscenza è dello stesso tipo («kind») a riguardo di ogni livello di esistenza, anche se la nostra comprensione, ascendendo a livelli di esistenza più alti e più comprensivi, deve mettere in gioco i poteri di understanding più alti da essi richiesti[62]. A suo parere, vi è continuità non solo all’interno delle discipline scientifiche strettamente intese, ma anche tra esse e le discipline umanistiche e l’intera conoscenza umana, anche quella quotidiana[63]: egli rifiuta cesure persino con la fede religiosa[64]. Dunque, essendo ovunque la conoscenza sempre personale, in tutti gli ambiti conoscitivi il desiderio di conoscere opera, sostiene e orienta l’attività conoscitiva, orientata alla verità: esso attua l’intera vita mentale dell’uomo. È in primis per questo che si è autorizzati a considerare il desiderio di conoscere, evidenziato in ambito scientifico, come espressione di una passione, di un amore, volta alla verità ed al reale e strutturalmente propria dell’essere umano, ossia un desiderio di conoscere in tutta l’ampiezza della nozione. Si può parlare di un unico desiderio di conoscere che si manifesta ed esprime in modo analogo a seconda dell’ambito a cui è diretto. Ecco una prima caratteristica quantomeno simile.

La questione, però, può essere meglio confermata. Il desiderio di conoscere dello scienziato è tendenza a conoscere la realtà ancora nascosta, quindi sembra potersi dire tendenza a conoscere pienamente l’oggetto in questione. Ciò, però, non è possibile al livello scientifico di conoscenza della realtà[65]. Infatti, è il desiderio stesso indicato da Polanyi a essere caratterizzato da una non esauribilità, almeno apparente: esso si ripresenta dopo aver conosciuto qualcosa di nuovo e si rafforza conoscendo[66]. Ciò è indice della sua forza e ne suggerisce una portata vastissima, forse potenzialmente infinita. Specialmente se riconosce la non totale chiusura e autosufficienza del sapere scientifico in sé stesso, tutto ciò, insieme a quanto appena detto sull’operare del desiderio di conoscere in ogni ambito della conoscenza umana, suggerisce che il nostro desiderio si estenda a tutto il conoscibile — anche al di là dell’ambito strettamente scientifico. Tale inesauribilità, perciò, suggerisce fortemente l’apertura infinita e volta all’Assoluto propria del desiderio di conoscere inteso come desiderium naturale videndi Deum. In questi termini, il desiderio di conoscere in ambito scientifico risulta una volta di più un’espressione particolare del desiderio di conoscere in generale, la quale, come tale, tende a superare sé stessa.

Inoltre, il desiderio di conoscere in ambito scientifico è risposta attiva alla realtà: spinge a esercitare la ricerca per conoscere, appunto secondo i canoni della disciplina scientifica coinvolta, nel modo più raffinato e certo possibile; perciò è motore del pensiero ma anche delle azioni necessarie alla ricerca scientifica (ad es., negli esperimenti di laboratorio), dove vi è quindi intervento della volontà. L’amore risulta principio dell’azione di ricerca. Si può suggerire anche, tenendo presente la dimensione di libertà e responsabilità, che i poteri conoscitivi della persona non possono essere applicati nella ricerca scientifica se non si vuole farlo; però, il volere stesso, per esercitarsi, deve avere in sé una spinta all’azione, cioè deve avere una struttura di tendenza attiva che comporti desiderare quell’azione e quell’oggetto. Ora, per S. Tommaso il principio del moto della volontà è ciò che è desiderato per natura[67]: anche il paragone con la volontà tomasiana[68] sembra molto appropriato.

A ciò si può aggiungere un’ulteriore considerazione: tale desiderio di conoscere in ambito scientifico, da un lato, si concretizza rivolgendosi ad oggetti sempre particolari, dall’altro conserva, sia nella sua spinta originaria, sia nel suo concretizzarsi, un orientamento universale, potenzialmente infinito. Lo ritroviamo: a) come struttura fondamentale, come tendenza attiva che costituisce la spinta all’azione che permette allo scienziato di ricercare attivamente, quindi paragonabile a quel quadro di fondo che in San Tommaso è il desiderium naturale videndi Deum, che costituisce l’orientamento di fondo della volontà e di tutte le sue scelte, che sono sempre sub specie boni; b) come desiderio che si esprime in singoli atti particolari, che possono seguirlo oppure tradirlo; e perciò anche c) come desiderio ben esercitato e orientato, ossia educato, rafforzato e perfezionato, tramite atti che ne seguono effettivamente l’orientamento alla verità — ossia, possiamo dire, divenuto virtù, almeno nel senso di virtù intellettuale o epistemica che si dovrebbe trovare nello scienziato esperto[69]. Tutto ciò sembra potersi ritrovare anche nel desiderio di conoscere tomista[70].

Si può trovare un’ulteriore affinità nel fatto che deve essere ricercato per sé stesso, senza essere piegato a fini estrinseci[71]. Risulta importante altresì che esso è orientato direttamente alla conoscenza e il piacere ne consegue, ossia non è narcisista: è la stessa struttura del desiderium naturale videndi Deum[72].

Anche il fatto che tale desiderio può permanere anche se non vi si sta attualmente pensando o se non se ne è attualmente consapevoli[73] costituisce un ulteriore parallelo.

Infine, è possibile un altro ragionamento, a partire dal fatto che il desiderio è rivolto a oggetti razionali e immateriali. La dimensione immateriale del desiderato mostra che anche il desiderio di conoscere ha una dimensione immateriale: giungiamo allo spirituale o almeno alla sua soglia. Infatti, come si è accennato, la tendenza appassionata del ricercatore verso oggetti immateriali non può essere propria della sensibilità (se non per alcuni aspetti secondari, come il modo in cui appare scritta una formula), perché la seconda è orientata appunto ad oggetti materiali e comunque sensibili; la prima può essere propria, invece, solo di una tendenza in grado di apprezzare l’immaterialità — come la volontà quale è concepita da San Tommaso. Ciò diventa forse ancor più evidente nel momento in cui tale tendenza è caratterizzata proprio come amore. Abbiamo così un’ulteriore conferma di quanto detto sinora.

A partire da quest’ultimo ragionamento, infine, è possibile porsi una domanda. Quel che ci si può chiedere — ma rimane, in questo contesto, una domanda — è se tale immaterialità del desiderio possa condurre, proprio per questa via, ad una prova dell’immortalità dell’anima umana, che parta quindi dal desiderio di conoscere e dalla volontà (non per niente l’immaterialità è considerata un anello importante dall’Aquinate a tale riguardo).

In ogni caso, sembra chiaro che il desiderio di conoscere in ambito scientifico, la cui esistenza ed i cui tratti sono presentati da Polanyi in modo efficace ed interessante, per quanto da vagliare e approfondire, può essere considerato un’espressione di un desiderio di conoscere generale, che sembra proprio della persona in quanto tale, perché legato a facoltà tipicamente personali. Si tratta di una tesi che si può rintracciare già nei testi polanyiani, ma che risulta rafforzata da un confronto, giocoforza rapido e da approfondire, con il desiderium naturale videndi Deum di Tommaso d’Aquino. Se a quest’ultimo riguardo sono emersi varie somiglianze, in ogni caso emerge una profondità dell’unione tra ragione, volontà e passioni che non può non essere di grande rilievo nell’approccio alla persona umana.

4. Conclusioni

Il desiderio di conoscere individuato da Michael Polanyi in ambito epistemologico è un desiderio dello scienziato in quanto scienziato, ossia rivolto a conoscere scientificamente gli oggetti delle scienze, ed è allo stesso tempo un desiderio proprio della persona, radicato nelle sue facoltà più elevate. Si tratta di un vero e proprio amore per la conoscenza e per la verità (scientifiche). Di particolare rilievo è il suo ruolo necessario e determinante per la ricerca scientifica. La prospettiva polanyiana, perciò, rende evidente la continuità, nella persona umana, nel suo conoscere e nel suo agire, tra dimensione sensibile e dimensione intellettuale, tra corporeità e ragione, proprio grazie alle e nelle passioni stesse: il desiderio di conoscere dello scienziato, coinvolge razionalità, volontà e passioni, in una unità profonda. L’unità della persona risulta ancor meglio stabilita se si pensa che tale desiderio si rintraccia, in forme diverse ma in continuità, in ogni ambito del sapere umano e risulta sempre necessario e vitale per la conoscenza umana.

Tutto ciò suggerisce la possibilità di apparentarlo al desiderio di conoscere studiato in filosofia sin dalla Grecia antica, possibilità che è stata considerata, in termini forzatamente molto generali, quanto al desiderium naturale videndi Deum di Tommaso d’Aquino. Con quest’ultimo sono emerse analogie non trascurabili, che permettono di pensare che proprio Polanyi si sia trovato a studiare il medesimo desiderio antropologico, dal quale neppure le scienze naturali e matematiche risultano quindi avulse. Si tratterebbe perciò della stessa “struttura” di fondo della persona umana, la cui esistenza si può rintracciare proprio nella ricerca scientifica. Il legame tra corpo e intelletto, passioni e ragione risulta quindi fortissimo, inscindibile.

In conclusione è sembrato possibile proporre una domanda, che rimane ancora aperta: se sia rinvenibile, per questa via (ossia tramite lo studio di questo desiderio, ed in particolare tramite la sua dimensione legata alla volontà, nella quale si rinviene una tendenza verso oggetti immateriali), un’ulteriore prova dell’esistenza e dell’immortalità dell’anima.

Note

[1] M. Polanyi, La conoscenza inespressa, Armando, Roma 1979, pp. 91-92. È molto indicativo il passo seguente: «Ho parlato della forma di eccitazione legata a un problema, dell’ossessione a riguardo di certi enigmi e delle visioni che costituiscono stimoli indispensabili e guide per la scoperta. Vero è che si suppone che la scienza sia priva di passionalità. C’è oggi, in effetti, un’idealizzazione di questo punto di vista che ritiene lo scienziato non soltanto indifferente all’esito delle sue intuizioni ma aspirante addirittura a confutare l’importanza del momento intuitivon [which deems the scientist not only indifferent to the outcome of his surmises, but actually seeking their refutation]. Ciò non è soltanto contrario all’esperienza ma addirittura inconcepibile. Le intuizioni di uno scienziato operante sono cariche [born of] dell’immaginazione che aspira alla scoperta. Una tensione rischia certo la disfatta, ma non la cerca, ché anzi è proprio l’aspirazione al successo a far affrontare allo scienziato il rischio dell’insuccesso. Né esiste altro modo. Nei dibattimenti giudiziari esistono due diversi legali cui sono affidate le due arringhe opposte l’una all’altra, giacché si ritiene che soltanto con un appassionato attaccamento a un’idea particolare l’immaginazione è in grado di scoprire l’evidenza che ne conforta la verità.
La grande forza [thrust] creativa dell’immaginazione è nutrita da vari canali. Contribuiscono ad essa innanzitutto la bellezza della scoperta anticipata e l’eccitazione legata alla sua solitaria acquisizione. Lo scienziato cerca anche il successo professionale e se l’opinione scientifica premia giustamente il merito, da autentico stimolo per la scoperta potrà servire anche l’ambizione», Ibid., pp.  94-95.
La scienza è da lui concepita come rinvenimento e soluzione di problemi (cfr. M. Polanyi, A. Sen (ed.), The Tacit Dimension (1966), University of Chicago Press, Chicago-London 2009, pp. 20-25). Il caso paradigmatico di conoscenza scientifica è la «conoscenza di una scoperta che si avvicina» (M. Polanyi, La conoscenza inespressa, cit., p. 41). Per una breve presentazione del modo in cui Polanyi intende il problem solving in termini di conoscenza tacita, con gli autori a cui fa riferimento, cfr. A.F. Sanders, Michael Polanyi’s Post-Critical Epistemology. A Reconstruction of Some Aspects of “Tacit Knowing”, Rodopi, Amsterdam 1988, pp. 11-14.

[2] La prima formulazione del desiderio di verità è in Platone (cfr. Platone, Repubblica, X, 611e1-612a5). Cfr. anche Aristotele, Metafisica, A, 1, 980a.

[3] Cfr. ad es. B. Latour, Cogitamus. Six lettres sur les humanités scientifiques, tr. it. Cogitamus. Sei lettere sull’umanesimo scientifico, pres. di M. Bucchi, il Mulino, Bologna 2013.

[4] Cfr. ad es. G. Dalmasso (ed.), La passione della ragione, Jaca Book, Milano 1991. Così traspare anche dal convegno «La curiosità e le passioni della conoscenza. Filosofia e scienze da Montaigne a Hobbes», Accademia dei Lincei, Roma 7-8 ottobre 2015.

[5] Cfr. ad es. M. Polanyi, The Study of Man (1959), Martino Publishing, Mansfield Centre (CT) 2014, pp. 72-73 e passim.

[6] Su Polanyi esiste un’ampia letteratura. Per la biografia, cfr. W.T. Scott, M.X. Moleski, Michael Polanyi. Scientist and Philosopher, Oxford University Press, Oxford 2005; per il pensiero, cfr. ad es. J. Kane, Beyond Empiricism. Polanyi Reconsidered, SUNY Press, New York 1984; H. Prosch, Michael Polanyi. A Critical Exposition, State University of New York Press, Albany (NY) 1986; A.F. Sanders, Michael Polanyi’s Post-Critical Epistemology, cit.; C. Vinti, Michael Polanyi. Conoscenza scientifica e immaginazione creativa, Studium, Roma 1999. L’ampiezza dei temi da lui trattati ha fatto mettere in relazione il suo pensiero con molte discipline filosofiche, per quanto l’epistemologia sia riconosciuta come il cuore forte del suo pensiero (cfr. ad es. A.F. Sanders, Michael Polanyi’s Post-Critical Epistemology, cit., p. ii).
Tra le bibliografie dei suoi scritti, prima in chimica-fisica poi in filosofia, si segnalano: W.T. Scott, M.X. Moleski, Michael Polanyi. Scientist and Philosopher, cit., pp. 327-350; J. Polanyi, Scientific Papers by Michael Polanyi, in Polanyi Festschrift Committee (ed.), The Logic of Personal Knowledge. Essays Presented to Michael Polanyi on his Seventieth Birthday,11th March, 1961, The Free Press, Glencoe (Illinois) 1961, pp. 239-248; H. Prosch, Michael Polanyi. A Critical Exposition, State University of New York Press, Albany (NY) 1986, pp. 319-346; C. Vinti, Michael Polanyi. Conoscenza scientifica e immaginazione creativa, Studium, Roma 1999, Nota bibliografica, pp. 203-210 (con un esame della letteratura secondaria). Esiste un attivo circolo di studiosi polanyiani nel mondo anglosassone e in Ungheria, ma il suo pensiero suscita interesse anche in Italia. Le riviste di riferimento sono Tradition and Discovery. The Journal of the Polanyi Society (1974-), http://polanyisociety.org/; Polanyiana, The Periodical of the Michael Polanyi Liberal Philosophical Association, http://www.polanyi.bme.hu/periodical/period.php?lang=en; Appraisal: The Journal of the British Personalist Forum (l’interesse in Michael Polanyi è speciale ma non esclusivo), http://britishpersonalistforum.org.uk/.

[7] Cfr. M. Polanyi, Personal Knowledge. Towards a Post-Critical Philosophy (1958; 1962), The University of Chicago Press; Routledge and Kegan Paul, II ed., Chicago-London 1974, p. vii.

[8] Il realismo polanyiano è stato difeso (cfr. ad es. C. Vinti, Epistemologia e persona. Dittico su Polanyi e Bachelard, Armando, Roma 2008, pp. 158-160, 162-164 e passim), ma non rientra del tutto nel cosiddetto realismo scientifico standard. Al tema, discusso soprattutto quanto all’esperienza religiosa in Meaning, è dedicato il n. 3, volume 26 (1999-2000) di Tradition and Discovery e molto del n. 1, volume 45 (2019).
Polanyi, pur rifiutando il soggettivismo, pare in difficoltà a tenere insieme il necessario riferimento alla realtà della conoscenza e l’affermazione di questa tramite l’impegno personale, volontario e libero, che rimane al livello di credenza. Quanto alla portata della passione e della volontà nella conoscenza si potrebbe ravvisare quasi un loro predominio sulla razionalità, in particolare quando si discute dell’effettivo raggiungimento della realtà e dunque della verità, inteso come una conoscenza di statuto differente dalla credenza e dall’opinione. Non pare qui il contributo polanyiano più fecondo, se non altro per la difficoltà in cui il suo pensiero sembra dibattersi.

[9] Cfr. ad es. Ibid., cit., pp. 43-44; C. Vinti, Michael Polanyi, in Centro Studi filosofici di Gallarate (ed.), Enciclopedia filosofica, Bompiani, Milano 2010, vol. 13, p. 8723.

[10] Cfr. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., p. viii.

[11] Ad esempio: «Una ricerca appassionata della corretta soluzione di un compito prefisso non lascia al ricercatore la possibilità di scelte arbitrarie», M. Polanyi, C. Vinti (ed.), Studio dell’uomo, II ed., Morcelliana, Brescia 2018, p. 66. Inoltre: «La conoscenza, la sua oggettività, cioè la sua validità universale, riposa su un duplice registro: sulla “capacità delle nostre menti di prendere contatto con la realtà” […], e sulla “passione intellettuale che ci spinge verso questo contesto”», C. Vinti, Michael Polanyi, cit., p. 21.

[12] Cfr. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., p. vii.

[13] Sul tema, cfr. ad es. A.F. Sanders, Michael Polanyi’s Post-Critical Epistemology, cit., pp. 42-54; C. Vinti, Epistemologia e persona, cit., pp. 42-49, 73, 75-77, 79-81. La questione è studiata su Tradition & Discovery: ad es., è un aspetto per cui William Poteat è debitore di Polanyi (cfr. D.W. Rutledge, Poteat’s Use of Polanyi: as Fertile Ground and Point of Departure, «Tradition & Discovery. The Polanyi Society Periodical», 42/1 (2015), pp. 34-44, p. 36, 41); cfr. anche J. Flett, Alasdair MacIntyre’s Tradition-Constituted Enquiry in Polanyian Perspective, «Tradition & Discovery. The Polanyi Society Periodical», 26/2 (2000/1999), pp. 6-20, ivi pp. 14-15.

[14] Se ne rintracciano numerosi in Personal Knowledge.

[15] Sull’esistenza di tali emozioni, cfr. M. Savarese, Le dimensioni personalistiche della ricerca tecnico-scientifica, EDUSC, Romae 2018, pp. 249 e ss.

[16] Cfr. ad es. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., pp. 127-128. Polanyi dimostra che la scoperta consiste in un atto di comprensione sintetico che ha la necessità di leggere il livello formale superiore dell’intero in questione.

[17] Cfr. Ibid., p. 127.

[18] Cfr. M. Polanyi, The Tacit Dimension, cit., pp. 78-79.

[19] Cfr. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., p. 173.

[20] Si tratta anche del «sentimento di padronanza che ne consegue» (M. Polanyi, La conoscenza personale: verso una filosofia post-critica, Rusconi, Milano 1990, p. 303) nei suoi confronti.

[21] Cfr. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., pp. 11-13, 15-17, 146-148 e passim.
Si tratta di un aspetto fortemente discusso dagli interpreti polanyiani. In ogni caso, va tenuto presente, come scrive Marjorie Grene, che la conoscenza tacita suggerisce un’ontologia che è un interesse fondamentale per Polanyi (cfr. M. Grene, Introduction, in M. Polanyi, Knowing and Being, The University of Chicago Press, Chicago-London 1969, pp. xv-xvi), aspetto sottolineato anche in Italia da Carlo Vinti (Cfr. C. Vinti, Epistemologia e persona. Dittico su Polanyi e Bachelard, Armando, Roma 2008, pp. 95-96 e passim).

[22] Cfr. ad es. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., p. 195. Il passo è però completato dall’affermazione che gli standard del valore scientifico sono comunque posti dalle passioni scientifiche dello scienziato stesso; Polanyi non esita a rivendicare la paradossalità della struttura da lui delineata: ecco le tensioni sul realismo. Cfr. anche M. Polanyi, The Study of Man, cit., p. 84. Per Vinti: «Polanyi, nel momento in cui enfatizza la partecipazione appassionata, personale del soggetto conoscente nei confronti di una realtà che costituisce il fondo ontologico della conoscenza stessa, nel momento in cui considera la conoscenza come una forma di contatto vitale tra il ricercatore e la realtà, non smette mai di parlare della conoscenza stessa come un “esercizio” entro i limiti di “un’obiettività razionale”, guidato da criteri e “intenzioni universali”», C. Vinti, Epistemologia e persona, cit., p. 89.

[23] Cfr. ad es. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., p. 194.

[24] «La scienza non può sperare di sopravvivere su un’isola di fatti positivi, intorno alla quale il resto dell’eredità intellettiva dell’uomo venga sommerso nella condizione di emozionalità soggettiva [subjective emotionalism]», M. Polanyi, La conoscenza personale, cit., p. 249.

[25] Cfr. M. Polanyi, The Study of Man, cit., p. 37.

[26] Cfr. ad es. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., pp. 145-150, 189; M. Polanyi, The Study of Man, cit., pp. 37-38.
Il rapporto tra bellezza e verità è riconosciuto dai commentatori polanyiani; per esempio, Sanders la discute insieme alla nozione polanyiana di verità (cfr. A.F. Sanders, Michael Polanyi’s Post-Critical Epistemology, cit., pp. 145-50).

[27] Cfr. ad es. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., p. 130. Usa l’espressione heuristic craving.

[28] Cfr. Ibid., p. 174.

[29] M. Polanyi, La conoscenza personale, cit., p. 302.

[30] Cfr. ad es. M. Polanyi, La conoscenza inespressa, cit., p. 105.

[31] Cfr. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., pp. 172-173, 300. Cfr. ad es. A.F. Sanders, Michael Polanyi’s Post-Critical Epistemology, cit., pp. 43 e ss.

[32] Cfr. M. Polanyi, The Study of Man, cit., p. 62. Polanyi esprime questa tesi anche scrivendo che tali passioni sono vissute nella convinzione che siano universalmente valide (cfr. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., p. 264). Ad esempio: «Ho espresso la convinzione [belief] che la capacità delle nostre menti di prendere contatto con la realtà e la passione intellettuale che ci spinge verso questo contatto sarà sempre sufficiente a guidare il nostro giudizio personale così che esso possa raggiungere il livello più completo di verità nell’ambito delle nostre particolari esigenze [within the scope of our personal calling]», M. Polanyi, Studio dell’uomo, cit., p. 58. Tale riferimento alla verità, però, è problematico e rientra nel problema del realismo e del soggettivismo polanyiani che non ci è possibile approfondire.

[33] Sul rapporto tra persona e conoscenza in Polanyi, cfr. anche C. Vinti, Michael Polanyi, cit., pp. 74-90.

[34] M. Polanyi, La conoscenza personale, cit, p. 240. Il resto del passo fa emergere le tensioni polanyiane: tale desiderio postula l’esistenza della sua soluzione, ma ne diviene anche metro, scivolando progressivamente verso un’autoreferenzialità soggettiva che pure egli non accettava pienamente. Scrive anche: «è un desiderio intellettivo di superare un salto logico al di là del quale c’è l’ignoto», M. Polanyi, La conoscenza personale, cit., p. 241. Tuttavia, le passioni hanno standard self-set: ciò determina quel che Polanyi stesso riconosce come un paradosso (cfr. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., p. 195). Il riferimento alla verità diviene dunque problematico.

[35] Cfr. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., pp. 132-202.

[36] «il movimento verso la comprensione [the craving to understand] attua tutta la vita mentale dell’uomo. Questo movimento [craving] è soddisfatto più compiutamente quando afferra un’idea che già promette di rivelare larghe implicazioni ancora non definibili», M. Polanyi, Studio dell’uomo, cit., p. 84. Cfr. ad es. M. Polanyi, The Study of Man, cit., pp. 98-99; M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., pp. 403-404 e passim.

[37] M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., pp. 129-130, 173. Ciò suggerisce un paragone con gli scolastici appetito sensitivo e intellettivo.

[38] Cfr. Ibid., pp. 59-62, 276, 299-324 e passim.

[39] Cfr. ad es. Ibid., pp. 174-184. Qui la questione è presentata nell’ambito della distinzione tra scienza e tecnologia.

[40] Cfr. Ibid., p 5.

[41] Cfr. ad es. M. Polanyi, The Tacit Dimension, cit., p. 25, 77. La verità domanda i servizi del ricercatore per essere rivelata e, in quanto riferita alla realtà, è fonte di obbligazione (cfr. ad es. Ibid., p. 25; M. Polanyi, Knowing and Being, cit., pp. 71 e 133). Per Polanyi, il desiderio rimane però circostanziato, definito e limitato (cfr. ad es. M. Polanyi, The Study of Man, cit., p. 86), sia dalle condizioni sociali e culturali in cui la persona vive, sia dal suo corpo: risulta limitata la stessa ricerca della verità, che è la chiamata o vocazione (calling) dell’essere umano.

[42] Cfr. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., p. 62.

[43] Cfr. M. Savarese, Le dimensioni personalistiche della ricerca tecnico-scientifica, cit., pp. 247-340.

[44] Cfr. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., p. 203.

[45] Tale amore conserva, per Polanyi, una dimensione positiva anche quando si esprime come sofferenza (cfr. M. Polanyi, H. Prosch, Meaning, University of Chicago Press, Chicago-London 1976, p. 193).

[46] Cfr. ad es. The Study of Man, pp. 80-81.

[47] M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., pp. 150, 173-174.
Tuttavia, l’amore per la scienza pura può decadere e morire: la passione per la scienza può estinguersi, se la verità scientifica cade in discredito. Uno dei rischi maggiori è la perdita volontaria dell’amore per la verità, nella misura in cui è sotto il controllo del ricercatore (cfr. ad es. Ibid., p. 182).

[48] Cfr. ad es. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 22, a. 3, ad 3; q. 26, a. 2, co.

[49] Cfr. ad es. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., pp. 299-324 e 134, 159; M. Polanyi, The Study of Man, cit., pp. 38-39, 73-74. « V. Colapietro, Intellectual Passions, Heuristic Virtues, and Shared Practices: Charles Peirce and Michael Polanyi on Experimental Inquiry, «Tradition & Discovery. The Polanyi Society Periodical», 38/3 (2012/2011), pp. 51-66 Qui si nota anche il legame polanyiano con le tesi di Polya, riscontrato tra gli altri da Sanders; ad esempio: «it is not enough to understand the problem, we must also desire its solution. We have no chance of solving a difficult problem witout a strong desire to solve it, but with such a desire there is a chance», G. Polya, How to Solve It. A New Aspect of Mathematical Method (1957), II ed., Princeton University Press, Princeton-Oxford 2014, p. 223.

[50] Il «valore scientifico», costituito da tre fattori: «certezza (accuratezza)», «rilevanza sistematica (profondità)» e «interesse intrinseco» (cfr. M. Polanyi, La conoscenza personale, cit., pp. 250-261).

[51] Cfr. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., pp. 134, 159, 299-324 e passim. Vi si aggiunge la funzione/passione persuasiva: è una spinta a convincere tutti della veridicità della propria scoperta ed ha pretesa universale. Esse hanno persino una «funzione logica» e contribuiscono essenzialmente alla costituzione della scienza; rispondono ad una qualità essenziale degli asserti scientifici, ossia essere intellettivamente prezioso per la scienza (e quindi, se tale qualità è da noi riconosciuta presente negli asserti sono corrette, altrimenti sono errate). Tale desiderio, essendo o no soddisfatto da oggetti e soluzioni, ne postula anche la validità e la razionalità scientifica; in questo senso, diviene criterio valutativo, non infallibile (cfr. Ibid., pp.  144, 173), della ricerca e delle scelte da compiere in essa, e anche delle nuove teorie. Tuttavia, l’amore per una tesi non è sufficiente a fondarne la veridicità in termini strettamente scientifici, che deve basarsi, invece, sugli strumenti intellettuali propri della disciplina coinvolta: può solo esserne segno.
La tesi, pur strettamente legata alla sua epistemologica della conoscenza tacita, ha una valenza che la oltrepassa.

[52] Cfr. M. Polanyi, The Tacit Dimension, cit., p. 89.

[53] Per inciso, bisogna specificare, che, al di là dei termini usati da Polanyi, farlo assurgere letteralmente al rango di un’ossessione (cfr. Ibid., p. 75; M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., p. 127) diventa perversione di una ricerca equilibrata e potrebbe comprometterla. Si tratta probabilmente di un’esagerazione voluta, senza lasciare spazio ad una follia che sostituisca la ragione dello scienziato o ad altri eccessi.

[54] È quindi possibile discutere se essa appartenga alla sola volontà (se non fosse coinvolta la volontà, non potrebbero esserlo neppure la libertà e l’amore) oppure anche all’intelletto.

[55] Su questo punto, cfr. M. Savarese, Le dimensioni personalistiche della ricerca tecnico-scientifica, cit., p. 263.

[56] A quanto detto prima, si può aggiungere che l’esercizio dell’attività di ricerca è a discrezione dello scienziato, come pure è una scelta dedicarvisi professionalmente. Rimanendo al pensiero polanyiano, l’autore sottolinea più volte che nella ricerca sono coinvolte libertà e responsabilità, tanto da richiedere l’impegno del ricercatore verso la realtà ancora sconosciuta per conoscere scientificamente.

[57] Per un approfondimento della questione, cfr. M. Savarese, Le dimensioni personalistiche della ricerca tecnico-scientifica, cit., cap. 3.

[58] In questi termini, sembra persino possibile affermare: «La passione che si ha per la ragione e la passione che è un modo, appassionato appunto, di funzionare della ragione. Tale modo di funzionare — questa è una delle principali tesi qui proposte — non è estraneo oppure complementare alla natura della ragione stessa. Questo modo è proprio della ragione», G. Dalmasso, Prefazione, in G. Dalmasso (ed.), La passione della ragione, cit., p. 7.

[59] Ad esempio, Kant considera emozioni e passioni patologiche, vizi, «cancri per la ragion pura pratica» (cfr. ad es. I. Kant, Anthropologie in pragmatischer Hinsicht (1788), tr. it. Antropologia pragmatica, tr. di G. Vidari riv. da A. Guerra, Laterza, Roma-Bari 1985, l. III, §§ 80-81 e ss., pp. 156-159 e ss.). A questo riguardo, cfr. ad es. A. Lambertino, Il rigorismo etico in Kant, Maccari, Parma 1970; U. Galeazzi, Il coraggio della ragione. Tommaso d’Aquino e l’odierno dibattito filosofico, Armando, Roma 2012, pp. 13-28.

[60] Cfr. ad es. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 3, a. 8, co. Il desiderium naturale videndi Deum caratterizza essenzialmente l’essere umano. L’uomo (altrettanto dice dell’anima umana e di ogni mente) desidera per natura «vedere» o «conoscere» «Dio» (cfr. Ibid. I, q. 12, a. 1, co. e a. 8, co.; I-II, q. 3, a. 8, co.; Tommaso d’Aquino, Summa contra Gentiles, l. III, c. 25, specialmente n. 12; e c. 51, n. 1). L’intelletto tende a conoscere tutto il conoscibile; l’oggetto proprio dell’intelletto è l’essenza delle cose, ma questa non può essere pienamente conosciuta senza far riferimento alla sua causa prima, cioè Dio, perciò nell’uomo rimane per natura, il desiderio di conoscere tale causa. Si tratta del desiderio naturale di conoscere, per il quale l’Aquinate cita Aristotele (cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 3, a. 8, co.). Conoscere Dio è il fine a cui tende la volontà stessa per necessità (cfr. ad es. Ibid., I, q. 82, a. 2, co.), che muove in tal senso l’intelletto (quando ciò rientra sotto il suo potere).
Il desiderium naturale videndi Deum ha fatto molto discutere, sin dall’interpretazione datane dal Caietano (ne hanno trattato anche il Ferrariensis e Bañez), ed è entrato nelle discussioni della seconda metà del ‘900 sul senso religioso e sul rapporto tra naturale e soprannaturale, ad esempio con de Lubac. Sul desiderium naturale videndi Deum, cfr. ad es.: M. Cambula, Il desiderio e l’immagine. Note sul pensiero di Tommaso d’Aquino, «XÁOS. Giornale di confine», anno II/2 (luglio-ottobre/2003) [http://www.giornalediconfine.net/anno_2/n_2/4.htm], accessed 26/7/2019; R. Hütter, Bound for Beatitude A Thomistic Study in Eschatology and Ethics, CUA Press, Washington (DC) 2019, pp. 86-150; G. Stancato, Le concept de désir dans l’oeuvre de Thomas d’Aquin: analyse lexicographique et conceptuelle du “desiderium,” Vrin, Paris 2011; V. Tomagra, L’uomo e il suo «desiderio naturale di vedere Dio» in Tommaso d’Aquino, «Dialeghestai. Rivista telematica di filosofia», Anno 6 (2004) [https://mondodomani.org/dialegesthai/gt01.htm], accessed 26/7/2019.

[61] Cfr. ad es. C. Vinti, Michael Polanyi, cit., pp. 22-38.

[62] Cfr. ad es. M. Polanyi, The Study of Man, cit., pp. 72-73.

[63] Anche i commentatori riconoscono che intendeva superare quei dualismi a riguardo della conoscenza oggi noti sotto la locuzione delle «due culture» (cfr. ad es. C. Vinti, Michael Polanyi, cit., pp.  22-38).

[64] La questione risulta comunque intrecciata con il problema del soggettivismo polanyiano, specie in riferimento all’esperienza religiosa …; tuttavia, la continuità può essere affermata anche prescindendo da quegli aspetti della conoscenza tacita, come formulata da Polanyi, che conducono a tale tensione.

[65] Vi sono dimensioni degli oggetti scientifici stessi non considerate dalle scienze e inaccessibili ai loro metodi (cfr. ad es. M. Savarese, Le dimensioni personalistiche della ricerca tecnico-scientifica, cit., pp 214-230.). Affermare che il livello scientifico di conoscenza è sufficiente ad esaurire ogni aspetto del mondo naturale, o comunque degli oggetti che studia, comporta la negazione della legittimità di vasta parte della filosofia e della metafisica (perché nega ad esempio la possibilità di indagare la dimensione ontologica, il fine ultimo e la causa prima di tali realtà), e comporta l’assolutizzazione della conoscenza scientifica, facendola assurgere a paradigma del reale.

[66] Già qui c’è un parallelo con l’Aquinate: «Quanto enim plus aliquis intelligit, tanto magis in eo desiderium intelligendi augetur, quod est hominibus naturale: nisi forte aliquis sit qui omnia intelligat», Tommaso d’Aquino, Summa contra Gentiles, l. III, c. 48, n. 2.

[67] Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 1, a. 5, co.

[68] Per la volontà come tendenza, cfr. ad es. Ibid., I, q. 80, a. 2; q. 82. L’amore è passione, per estensione, anche in riferimento alla sola volontà (cfr. Ibid., I-II, q. 22, a.3, ad 3; q. 26, a. 2, co.)

[69] Cfr. M. Savarese, Le dimensioni personalistiche della ricerca tecnico-scientifica, cit.

[70] Nell’Aquinate, il desiderium naturale videndi Deum è bene e è persino il motore della vita morale, in quanto è nella visione di Dio che risiede la felicità (cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 3, a. 8, co.). Per studiositas e curiositas, cfr. Ibid., II-II, qq. 166-167.
Sulla dimensione morale del conoscere, cfr. ad es. U. Galeazzi, L’etica filosofica in Tommaso d’Aquino dalla «Summa theologiae» alla «Contra gentiles»: per una riscoperta dei fondamenti della morale, Città Nuova, 1989; M. Grabmann, La conoscenza scientifica della verità sotto l’aspetto etico secondo S. Tommaso d’Aquino, «Rivista di Filosofia Neo-Scolastica», 35/3 (maggio/1943), pp. 139-152.

[71] Cfr. ad es. M. Polanyi, The Study of Man, cit., p. 82.

[72] Cfr. ad es. Summa Contra Gentiles, l. III, c. 26, n. 15.

[73] Cfr. ad es. M. Polanyi, Personal Knowledge, cit., p. 129.

 

 


© 2019 Miriam Savarese & Forum. Supplement to Acta Philosophica

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