L’arte e la bellezza nella formazione umana

Daniele Guastini
– Università degli studi di Roma “La Sapienza”

Il testo intende riflettere sul valore che il mondo greco classico ha attribuito all’arte poetica e alla bellezza: valore educativo, o per meglio dire “paideutico”, molto diverso da quello che la modernità ha conferito alle “belle arti”. Nozione, quest’ultima, che costituisce uno degli effetti storici più diretti della crisi che la concezione greca dell’arte poetica attraversò già nel mondo ellenistico-romano e che poi si approfondì a causa delle profonde trasformazioni intervenute nella cultura antica al momento dell’affermazione della religione cristiana con la sua avversione nei confronti dell’idea greca del bello.

Muovendo da una riflessione sui concetti moderni di “arte” e di “gusto”, il testo cercherà così di cogliere tutta l’inattualità del concetto greco di bellezza e, di qui, sia il senso delle trasformazioni che il cristianesimo ha apportato ai canoni greci, sia quanto l’estetica moderna debba a tali trasformazioni.

Parole chiave: Arte classica, poetica, arte moderna, estetica, belle arti, Platone, Aristotele, Kant

The text aims at reflecting upon the value the classical Greek world has attributed to poetic art and beauty. An educational value, or rather “paideutic”, very different from what modernity has bestowed on the “fine arts”. In this notion, in fact, we find one of the most direct historical effects of the crisis that the Greek conception of poetic art went through in the Hellenistic-Roman world. A crisis which then deepened because of the profound transformations that took place in ancient culture at the time of the achievement of the Christian religion and of its aversion to the Greek idea of beauty.

Starting from a reflection on the modern concepts of “art” and “taste”, we will try to grasp all the anachronism of the Greek concept of beauty and, hence, both the sense of the transformations Christianity brought about the Greek canons, both how much modern aesthetics owes to such transformations.

Keywords: Classical Art, Poetics, Modern Art, Fine Arts, Plato, Aristotle, Kant

Giorgio Monari
– La Sapienza Università di Roma

Il ruolo esercitato dal “musicale” nei processi formativi della persona possiede intatta la sua attualità oggi come nel passato. Riconoscerlo richiede una messa a fuoco di cosa possa essere il “musicale” in un tempo in cui la “musica” ha una presenza inedita, che è però legata soprattutto alle molteplici nuove possibilità di fruirne passivamente. In questo si può ravvisare il prevalere della “riproduzione” sulla “rappresentazione” ed un trionfo dell’estesico, che sembrerebbe tutto a sfavore dei processi di formazione umana e personale. È invece in una prassi musicale attiva del “fare” e dell’“ascoltare” che, ancora oggi, si porta ad emersione l’umanissima aspirazione al “musicale” inteso come “armonioso” ed alla “musica” come scientia bene modulandi (scienza del “far bene”, nelle parole di Agostino), tensione verso l’urgenza di “rappresentare” e insieme “rappresentarsi” che mettendo in-tensamente in gioco il corpo, l’anima, lo spirito, si fa riflesso della Luce eterna nel cammino all’identità, al farsi soggetto, uomo e persona in una relazione armoniosa con sé, con la comunità umana, con il creato e con Dio. Questo può essere anche oggi il contributo dell’attività musicale in un percorso formativo a partire dai primissimi anni di vita fino all’età adulta, con la guida di specialisti preparati e consapevoli, soprattutto nell’uso artistico della voce e del corpo in movimento nelle varie sue articolazioni e dimensioni, personali e comunitarie.

Parole chiave: musica, musicale, voce, rappresentazione, formazione

The role played by the “musical” —as a quality— in the formative process of persons is today as much up-to-date as in the past. In order to acknowledge it better, it is necessary to focus on what the “musical” should be in a time when we see an unprecedented presence of “music”, but one mostly incarnated by multiple new opportunities to enjoy it in a just passive way. We should keep it as a sign of “reproduction” prevailing over “representation”, and of triumphant “aesthesic”: it all seems very unfavourable to any human and personal formative process. On the contrary, an active musical praxis of “making” music and “listening” can make the very human longing for the “musical” —i.e., the “harmonious”— and for “music” emerge today as Augustin’s scientia bene modulandi (the science of “doing well”). It should emerge as tension onto the urgency of “representing” and “self-representing”, which puts in-tensely body, soul, and spirit into play, and makes itself a reflection of the Eternal Light on the path to identity, and to becoming subject, man and person, in a life of harmonious relationship with him/herself, and with the human community, the creation and God. That should be today the contribution of musical activity in formative processes, since infancy and until the adult age, under the guidance of competent professionals, who should be conscientious and well prepared for developing the artistic use of the voice, and of the moving body, in its many personal and communitarian articulations and dimensions.

Keywords: music, musical, voice, representation, formation

Giuseppe Savagnone
– LUMSA Università (Palermo)

La bellezza non è solo la via attraverso cui realizzare la maturazione personale, ma è un elemento costitutivo di quest’ultima. Un’antica tradizione ha infatti identificato la pienezza della persona in termini di bellezza fisica e spirituale. Chi è maturo è “una bella persona” nella sua inscindibile unità psico-fisica.

Per diventare belli, però, c’è bisogno di incontrare la bellezza nella propria vita. Della struggente nostalgia di essa ci parlano le testimonianze del passato e quelle del presente. Vi è da sempre un’oscura percezione di ciò che diversifica il bello dal vero, dal giusto o dall’utile. Il piacere estetico ha qualcosa di universale che lo sottrae al puro arbitrio dei gusti soggettivi, perché è di ordine intellettuale, anche se non concettuale, e nasce dalla percezione dello splendore dell’essere e della nostra comunione con esso. Vi è un nesso intimo tra questa luminosità e la Parola creatrice. Al fondo sia dell’esperienza del bello naturale che della creatività dell’arte sta il Verbo che illumina il mondo e in cui si radica l’opera dell’artista.

Il primo dono che l’esperienza estetica fa alla persona, favorendone la crescita, è lo stupore per cui anche le cose più comuni e vicine a noi si rivelano un miracolo.

Connesso ad esso è il dono dell’esodo da se stessi, determinato dall’amore (eros) che la bellezza, già secondo Platone, suscita.

C’è, ancora il dono della scoperta dell’armonia nascosta anche nelle esperienze più tremende e contraddittorie dell’esistenza, che è più importante di quella manifesta.

E il dono della valorizzazione della gratuità, di ciò che non ha prezzo, perché è importante, anche se non è utile a qualcos’altro, anzi proprio per questo.

La bellezza, infine, ci fa maturare donandoci il senso della leggerezza, che non è irresponsabile fatuità, ma esperienza dell’amore che riscatta e trasfigura anche gli aspetti più dolorosi della vita.

Parole chiave: Bellezza, stupore, armonia, gratuità, leggerezza, amore

Beauty is not only a means of self-development but itself part of an accomplished life. A long tradition has recognized the realization of the authentic self in terms of physical and spiritual beauty. An accomplished person is a “beautiful one” in its combined psychophysical unity.

However, to become beautiful, beauty needs to be discovered in our life. A great sense of nostalgia about beauty characterizes an ancient and still enduring quest for it. There has been for a long time an obscure perception of what distinguishes what is beautiful from what is true, right or useful. Aesthetic pleasure has a universal character since it is related to our intellectual faculties, which although not conceptualized preserves it from being at the mercy of subjective preferences, and it is generated by our perception regarding the splendour of being and our communion with it. There is an intimate bond between this splendour and the creative power of God’s word. Both the experience of beauty in nature and that of creativity in art lie on the Verb radiating the world, in which the artist’s work is rooted.

The first gift of the aesthetic experience, which favours personal growth, is the astonishment uncovering how even the most ordinary things around us are a miracle.

A second gift, linked to the previous one, is the exodus from ourselves caused by the love (eros) for beauty, as already highlighted by Plato.

A further gift is the revelation of the hidden harmony within the most terrible and contradictory life experiences; a harmony even more important than the most apparent one.

Then, the gift of supporting gratuitousness, giving value to what is priceless as it is important despite being useless for something else, either precisely because of that.

Beauty, finally, makes us grow by donating a sense of lightness, which is not fatuousness, but the experience of love redeeming and transfiguring even the most painful aspects of life.

Keywords: Beauty, astonishment, harmony, gratuitousness, lightness, love

Ignacio Yarza
– Pontificia Università della Santa Croce

L’articolo si propone rispondere a due questioni: è possibile definire l’arte? Quale sarebbero i motivi che rendono importante l’arte nella formazione umana? Alla prima domanda si risponde, in dialogo con A. Danto e tenendo presente quanto segnalato da Aristotele sulla definizione, negando la possibilità di definire l’arte; sarebbe possibile casomai offrire una descrizione generale, un’approssimazione tipologica. Come risposta alla seconda questione, si segnalano cinque motivi che fanno della contemplazione-valutazione estetica un’attività arricchente: costringerci per certi versi a contemplare-valutare; introdurci in un determinato momento storico; scoprire in molti casi espressioni di perfezione e di bellezza; entrare in contatto con la libertà dell’artista e, finalmente, comprendere il messaggio metaforico presente in ogni opera d’arte che riguarda il nostro stesso essere.

Parole chiave: definizione di arte; arte e filosofia; contemplazione; Aristotele; Ernst H.J. Gombrich; George Steiner; Arthur Danto

The article proposes to answer two questions: Is it possible to define art? What would be the motives that make art important in human formation? As to the first question, it denies, in dialogue with A. Danto and the consideration of Aristotle’s account on definition, the possibility of defining art; it would only be possible to offer a general description, a typological approximation. The answer to the second question points out five reasons that make the aesthetic contemplation-evaluation an enriching activity: to compel us in some way to contemplate-evaluate; to introduce us to a certain historical moment; to discover in many cases expressions of perfection and of beauty; to get in touch with the artist’s freedom, and finally, to understand the metaphorical message present in every work of art that concerns our very being.

Keywords: definition of art; art and philosophy; contemplation; Aristotle; Ernst H.J. Gombrich; George Steiner; Arthur Danto

Natura umana, anima e corpo. Convergenza di prospettive

Vincenzo Arborea
– IPE Business School, Napoli

Nel sentire comune è abituale ascoltare l’espressione: “la mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro”. È possibile identificare una visione delle relazioni tra soggetti alternativa a quella dell’individualismo? Proponiamo alcune osservazioni che portano a considerare la relazione con l’altro un’alleata vitale della libertà più che un suo limite.

L’analisi empirica conduce al riconoscimento di un’evidenza: ogni organismo vivente è generato. La relazione con l’origine non è disponibile: la vita è sempre ricevuta. Una volta messo al mondo, il vivente ha poi una sua capacità autonoma di esercizio: la passività del genitus genera l’attività autonoma del vivens. L’etimologia del termine natura richiama sia la capacità di generare, sia l’essere generato.

La persona è generata dalla relazione con l’origine. La libertà dell’uomo è necessariamente quella di un soggetto relazionale. L’altro non è allora un limite all’esercizio dell’agire libero dell’individuo, ma lo aiuta a esercitare la propria libertà nel rispetto della propria natura.

Parole chiave: Individualismo, Generazione, Libertà, Relazionalità, Natura

“My freedom ends where yours begins”: it is an assumption we are used to listen to often and often. The aim of this presentation is to answer one simple question: is it possible to identify the relation among subjects as an alternative to individualism? The observations proposed lead us to consider the origin of the relation with the other.

The empirical analysis leads to one conclusion: every living organism is generated. The relation with the origin is not available: life is always received. Once brought into the world, the living being then has its own independent vital capacity: the passivity of the genitus generates the autonomous activity of the vivens. The etymology of the term “nature” refers to both the ability to generate and the generated being.

The person is generated by the relation with the origin. Man’s freedom is necessarily that of a “relational agent”. The other is not then a limit to the exercise of the individual’s free action but it is an helps to exercise his freedom in respect of his own nature.

Keywords: Individualism, Be generated, Freedom, Relationality, Nature

Chiara Beneduce
– Università Campus Bio-Medico di Roma

In his commentary on Aristotle’s De anima, III, qq. 3-6, John Buridan (d. 1361 ca.) presents his interpretive view on the intellective soul. His text has been a source of lively scholarly debate. This article elaborates a reading of Buridan’s qq. 3-6 and situates it in light of the work of Olaf Pluta and Jack Zupko. Contrary to Pluta and in agreement with Zupko, it maintains that Buridan does not embrace a materialistic conception of the soul but it further explores why Buridan devotes so much space to analysing Alexander of Aphrodisias’s position. It moreover aims to move beyond Zupko to offer a more straightforward reading according to which Buridan genuinely supports the position of the faith. The article’s interpretation of Buridan’s De anima, III, qq. 3-6 ultimately allows for a broader reflection on the relationship between reason and faith in Buridan’s thought.

Keywords: John Buridan, De anima, soul, intellect, faith, reason.

Francesca Bigoni
– Museo di Antropologia e Etnologia, Sistema Museale di Ateneo, Università di Firenze

Il Museo Nazionale di Antropologia e Etnologia nacque 150 anni fa per volontà di Paolo Mantegazza, fondatore delle stesse scienze antropologiche in Italia. La visione di Mantegazza contemplava l’antropologia come una disciplina che doveva ripercorrere e disegnare la “storia naturale dell’uomo”. negli ambiti di un campo olistico di studio integrale che indagasse metodicamente aspetti fisici, culturali e psico/comportamentali. Questo progetto, che doveva trovare espressione concreta nel suo museo, fu di fatto negato dalla fase successiva che risultò negli anni ’20 e ’30 in una rifondazione del museo come celebrazione della visione coloniale dell’Impero e di propaganda fascista e razzista.

Nel processo di specializzazione avvenuto dopo la seconda guerra mondiale, anche per reazione ai drammatici eventi legati al nazifascismo, il distacco fra Antropologia Fisica e Antropologia Culturale si è materializzato in una rigida divisione accademica fra queste due discipline, con il rischio di rappresentare i popoli solo attraverso lenti parziali e perdere aspetti fondamentali delle loro culture. L’antropologia collaborativa propone strategie insostituibili che permettono di reintegrare l’antropologia e ridefinire i contenuti del museo e i suoi spazi come luogo di dialogo e incontro. Il Museo è una istituzione centrale e irrinunciabile della cultura occidentale, che può sopravvivere solo in un processo dinamico. Nel percorso internazionale di ripensamento dei musei, anche quello fiorentino deve davvero diventare un ponte che promuova il dialogo e la comprensione fra popoli. La difesa dei popoli nativi, con le loro culture molto più sostenibili e ricche dal punto di vista spirituale, è direttamente collegata alla salvaguardia dell’equilibrio ambientale nel pianeta. Si tratta di un argomento di drammatica attualità: oggi primi fra tutti i popoli brasiliani dell’Amazzonia sono sotto assedio, in un clima politico che sta promuovendo la deforestazione di questo polmone verde della terra e la loro difesa è essenziale per la stessa sopravvivenza di Homo sapiens.

Parole chiave: museologia, antropologia, etnologia, decolonizzazione, popolazioni indigene

The National Museum of Anthropology and Ethnology was founded 150 years ago by Paolo Mantegazza, also originator of anthropological sciences in Italy. Mantegazza’s vision contemplated anthropology as a discipline that had to trace the “natural history of man” as a holistic field of integrated studies. He wanted to methodically investigate physical, cultural and psycho-behavioral aspects of humans. His project, found a concrete expression in his museum, but the original mission was forgotten after Mantegazza’s death. The museum was moved to a new location and re-founded in the 1920s and 30s as a celebration of the colonial might of the Empire and a fountainhead of racist, fascist propaganda.

After the Second World War, in part due to the infamy associated with Nazi-fascism, Anthropology fissioned into two rigidly separated academic fields: Physical Anthropology and Cultural Anthropology. Collaborative anthropology proposes a necessary strategy that reintegrates anthropology and redefines the contents of the museum and its spaces as a place of dialogue and encounter. The Museum is a central and indispensable institution of Western culture, which can only survive within a dynamic process. In the international path of museum rethinking, the Florentine institution must become a bridge that promotes dialogue and understanding between peoples. The defense of natives, with their much more sustainable and spiritually rich cultures, is directly linked to safeguarding the environmental balance on the planet. This is a topic of dramatic actuality: today the Brazilian peoples of the Amazon are under siege, in a political climate that is promoting the deforestation of this green lung of the earth and their defense is essential for the survival of Homo sapiens.

Keywords: museology, anthropology, ethnology, decolonization, indigenous populations

Antonio A. Filiberti
– Direttore Servizio di Psicologia , ASL VCO, Verbania

Oggetto di questo studio è la rinuncia di un’immagine antropologica dell’uomo come totalità psico-somatica e spirituale e le conseguenze di questa rinuncia nell’ambito della relazione con la sofferenza psichica. Conseguenza prima di questa rinuncia è aver reso estraneo il male commesso al dolore mentale, aver reso eretica la domanda se fare del male fa male alla mente di chi lo compie, identificando questa domanda con una oscura visione della follia come maledizione divina. In questo lavoro parlerò soprattutto di male commesso. Viene sostenuta la tesi che il male fa male non solo a chi lo subisce ma potrebbe ferire anche la vita mentale di chi lo commette. Non viene proposta un’identificazione male commesso e sofferenza psichica, come se esistesse una relazione diretta tra cattiva condotta e malattia mentale, ma viene sostenuta la tesi che trascurare il ruolo del male commesso nella genesi della propria sofferenza psichica porta a non considerare il possibile legame tra senso di colpa e senso del peccato con conseguenze negative per il percorso clinico-riabilitativo. Giovanni Paolo II, nel discorso fatto ai membri dell’American Psychiatric Association, il 4 gennaio 1993, diceva che la Chiesa è convinta che nessuna adeguata stima dell’uomo o dei requisiti per il compimento del suo benessere psico-sociale possono essere fatti senza rispetto per la dimensione spirituale e per la capacità di auto-trascendenza dell’uomo. Ne segue che nessuna genuina terapia o trattamento per i disturbi psichici potranno mai essere in conflitto con l’obbligo morale del paziente di perseguire la verità e di crescere nella virtù. Questa componente morale del compito terapeutico pone grandi domande agli operatori della salute mentale, che devono essere impegnati nel raggiungimento di un più adeguato possesso della verità e nel dimostrare un profondo rispetto per la dignità dei loro pazienti.

Parole chiave: Sofferenza Psichica, Senso di colpa, Psicopatologia, Discorso terapeutico, Senso del peccato

The aim of this paper is to rate the meaning of renunciation of an image of human being as psychosomatic and spiritual totality in the domain of mental suffering. Consequence of that anthropological position is to have made heretical the question: doing evil hurts the mind of those who commit it, identifying this question with an obscure vision of madness as a divine curse. The problem is the dissociation of guilt by his moral culpability. In this work above all, I will speak of committed evil. It is not proposed a close identification between committed evil and mental illness, but the thesis is supported that neglecting the role of evil committed in the genesis of one’s own psychic suffering leads to not considering the possible link between guilt and the sense of sin with negative consequences for the clinical-rehabilitative path. John Paul II, to the members of the American Psychiatric Association and the World Psychiatric Association, 4 January 1993, stated that the Church is convinced that no adequate assessment of the nature of the human person or the requirements for human fulfilment and psycho-social well–being can be made without respect for man’s spiritual dimension and capacity for self–transcendence. It follows that no genuine therapy or treatment for psychic disturbances can ever conflict with the moral obligation of the patient to pursue the truth and to grow in virtue. This moral component of the therapeutic task makes great demands upon mental health professionals, who must be committed to attaining a more adequate grasp of the truth and to showing profound respect for the dignity of their patients.

Keywords: Psychic Disorder, Guilty, Psychopathology, Therapeutic Discourse, Sense of sin

Juan F. Franck
– Instituto de Filosofía, Universidad Austral, Buenos Aires, Argentina

L’approccio enattivo (enactivism, enactive approach) segna un importante tentativo di superamento del dualismo sostanziale. Sia l’inserimento della mente nel problema più elementare e anche più vasto della vita, sia la comprensione dei viventi nei loro intrinseci rapporti col medio in cui vivono, contribuiscono certamente ad evitare un’astrazione esagerata che porterebbe a pensare la mente umana come un soggetto isolato in rapporto al più con un organismo e un ambiente in fin dei conti esterni a lui. Tuttavia, per un’adeguata teorizzazione della natura di questa mente, sembrano problematiche le nozioni di accoppiamento strutturale (structural coupling), vero filo conduttore dell’enattivismo, e della cognizione come comportamento riguardante norme messe in atto (enacted) per lo stesso vivente sulla base della sua autonomia. La clausura operazionale propria del vivente potrebbe essere compressa come l’emergenza di un processo autopoietico e auto-referenziale, come una forma dinamica emergente che cerca di conservarsi scambiando materiali con il medio. Sarebbe così attinto un primo livello di self, di organizzazione auto-riferita. Ma nel suo riferirsi a se stessa, la mente umana si capisce come soggetto unico e stabile di una pluralità di atti, certamente non come l’unità dinamica di un sistema organico. Se fosse strutturalmente un processo dinamico, sfuggirebbe continuamente a se stessa e non riuscirebbe nemmeno a tenersi presente. C’è in atto quindi un diverso senso di self e di unità, più robusto e che attinge qualcosa di sostanziale. Per avere consistenza un superamento del dualismo non può trascurare questo dato fenomenologico, insieme di grande portata metafisica. Peraltro, viene così riproposta in termini più attuali la necessità di un giusto rapporto fra le nozioni di forma e di soggetto.

Parole chiave: enattivismo, soggettività, dualismo, naturalismo

Enactivism, or the enactive approach, constitutes an important attempt to overcome substance dualism. By including the mind in the more elementary but also wider topic of life, and understanding living beings in rapport to the milieu where they live, it contributes to avoid an exaggerated abstraction in our comprehension of mind and life. Such abstract thinking would lead to understand the human mind as an isolated subject, at most in relationship with an organism and an environment that remain external to its nature. However, in order to achieve an adequate theorization of the nature of mind two notions seem problematic: structural coupling, the true thread of enactivism, and the understanding of cognition as a form of behavior according to norms enacted by the living being itself on the basis of its autonomy. The operational closure of the living being could be understood as the emergence of an autopoietic and self-referential process, as an emergent dynamic form that seeks to conserve itself exchanging materials with the environment. A first level of self would thus be obtained, a self-referred organization. But in its self-reference, the human mind grasps itself as a single and stable subject of a plurality of acts, and certainly not as the dynamic unity of an organic system. If it were structurally a dynamic process, it could not be present to itself, continuously escaping from its attention. There is then in the mind a completely different sense of self and of unity, a more robust one. To be consistent, the overcoming of naturalism cannot neglect this phenomenological datum, which bears great metaphysical import. Besides, the need of a correct relationship between the notions of form and subject is thereby proposed in more current terms.

Keywords: enactivism, subjectivity, dualism, naturalism

Francesco Luigi Gallo
– Dottore di Ricerca in Filosofia. Pontificia Università Lateranense

Che il bersaglio delle critiche del De immortalitate animae (1516) di Pietro Pomponazzi sia l’antropologia dell’Aquinate è una tesi assodata tra gli studiosi del pensiero pomponazziano.

Di rado, invece, gli studiosi si sono adeguatamente concentrati sul quarto capitolo del Trattato che, come opportunamente nota V. Perrone Compagni, è «per lunghezza e densità […] uno dei più impegnativi». È interessante rilevare, però, che nel quarto capitolo dell’opera pomponazziana l’obiettivo polemico del Mantovano non è Tommaso, ma Averroè.

L’intensità polemica con cui Pomponazzi attacca la posizione averroista sembra voglia significare che, nella prospettiva aristotelica, il monopsichismo averroista costituisca davvero un obiettivo critico di primario interesse.

In effetti, la tesi dell’unitarietà del principio formale umano, che la S. Vanni Rovighi definisce come «la tesi più caratteristica dell’antropologia di Tommaso d’Aquino», sembra coerente solo alla condizione di una somatizzazione integrale dell’anima. Agli occhi di Pomponazzi, infatti, la proposta antropologica di Tommaso risulta un tentativo strutturalmente contraddittorio e filosoficamente inaccettabile, mentre la soluzione averroista conserva ancora una certa coerenza interna, posto che l’immaterialità dell’intelletto sembra sia inconciliabile con la teoria ilemorfistica.

In questo scenario la posizione averroista sembra costituire il polo dialettico in riferimento al quale Pomponazzi elabora il suo modello antropologico antidualista e, coerentemente alle sue critiche mosse a Tommaso, anche riduzionista. In questo senso si potrebbe affermare che l’averroismo (come ad esempio quello di Sigieri di Brabante) e il materialismo di Pomponazzi rappresentano i due poli estremi in base ai quali la posizione tomista si interpone, con tutte le sue — presunte — contraddizioni, come soluzione mediana.

Pertanto la vera antitesi sembra essere, in ultima analisi, quella tra Pomponazzi e l’averroismo.

Tenendo fermi i principi dell’ilemorfismo, è la tesi della materialità o dell’immaterialità dell’intelletto a determinare lo spostamento dell’ago della bilancia o verso soluzioni averroiste o verso derive materialiste delle quali, la posizione pomponazziana, emerge in modo paradigmatico nella tradizione della filosofia peripatetica. Sembrano queste le due strade verso cui l’ilemorfismo aristotelico naturalmente incanala.

Parole chiave: ilemorfismo, anima, immaterialità, aristotelismo, averroismo,

A well-established thesis among the scholars of Pietro Pomponazzi is that the target of criticism by Pomponazzi’s De immortalitate animae (1516) is represented by the anthropological vision of Aquinas. However scholars have adequately concentrated on the fourth chapter of the Treatise, which, as appropriately noted by V. Perrone Compagni, is one of the most demanding in terms of length and density. It is interesting to note, however, that in the fourth chapter of Pomponazzi’s work the critique of Mantovano is not for Aquinas, but for Averroes.

The polemical intensity with which Pomponazzi critiques the Averroist position seems to mean that, from the Aristotelian perspective, the Averroist monopsychism really constitutes a critical point of primary interest. In fact, the argument of the unity of the formal human principle, which S. Vanni Rovighi defines as the most characteristic thesis of the anthropology of Thomas Aquinas, seems consistent only with the condition of an integral somatization of the soul. According to Pomponazzi, in fact, Aquinas’s anthropological proposal turns out to be a structurally contradictory and philosophically unacceptable attempt, while the Averroist solution still retains some internal coherence, given that the immateriality of the intellect seems to be irreconcilable with the hylomorphic theory.

In this scenario, the Averroist position seems to constitute the dialectical pole with reference to which Pomponazzi elaborates his anti-dualistic anthropological model. Furthermore, it is also reductionist, consistent with his criticisms of Aquinas. In this sense, it could be argued that Averroism (such as that of Sigieri of Brabante) and the materialism of Pomponazzi represent the two extremes in the middle of which is the Thomistic position is, with all its alleged contradictions. Therefore the true antithesis seems to be, in the final analysis, that between Pomponazzi and Averroism.

According to the principles of the hylomorphism the materiality or the immateriality of the intellect allows the endorsement of either Avveroistic or materialistic views, out of which, the Pomponazzi’s thesis emerges paradigmatically in the tradition of the peripatetic philosophy. These are the two paths towards which the Aristotelian hylomorphism naturally moves.

Keywords: hylomorphism, soul, immateriality, Aristotelianism, Averroism, intellect

Giampaolo Ghilardi
– Istituto di Filosofia dell’Agire Scientifico e Tecnologico, Università Campus Bio-Medico Roma

La fisiognomica, dal Greco physiognomia, φύσις (phüsis, natura) e γνώμη (sentenza/giudizio), indica l’antica scienza di riconoscere il carattere morale di una persona partendo da alcuni tratti somatici ritenuti, per via di giudizio induttivo, più significativi di altri. Nei secoli questa pratica passò dall’essere una disciplina accettata con un proprio statuto epistemologico specifico ad una pseudoscienza. Ad oggi, nonostante l’assenza di una sua fondazione teoretica, essa viene implicitamente adottata nelle scienze biometriche, tra le quali le tecniche di riconoscimento facciale sono un utile esempio per comprendere come di fatto essa sia ancora operante a livello pratico.

Aristotele coniò un tipo specifico di sillogismo, il sillogismo fisiognomico, per spiegare questo genere di inferenza dove le premesse non sono di natura certa, ma probabilistica. Ciò che intendeva lo Stagirita con il verbo φυσιογνωμονεῖν physiognomein (fisionomizzare) è l’abilità di trarre giudizi su stati mentali umani a partire da caratteristiche tipiche di altri animali, nei quali spesso determinate connotazioni fisiche si accompagnano a stati comportamentali specifici.

La fisiognomica dunque si occupa di segni. Perché i segni siano veri occorre che la relazione tra di essi e i referenti sia sicura, occorre cioè che corpo e anima siano strutturati secondo una certa convergenza tale per cui al variare dell’uno corrisponda il variare dell’altra. Da qui la domanda: quale relazione intercorre tra il mutamento del corpo e quello dell’anima? È il primo che determina il mutamento della seconda o viceversa? O forse esiste un elemento precedente ad entrambi che determina il simultaneo mutamento dei due elementi?

Le moderne teorie dei segnali, normalmente adottate come architettura concettuale delle tecniche biometriche, si usa per lo più un modello di corrispondenza di tipo uno a uno. In questo lavoro propongo un diverso percorso razionale che fa perno sulla nozione di analogia per articolare la via di accesso da una dimensione, quella corporea, all’altra, quella psico-emotiva.

Parole chiave: Fisiognomica, Analogia, Aristotele, Biometrie, Lavater, Lichtenberg

Physiognomy, from the Greek physiognomia, φύσις (nature) and γνώμη (rule), refers to the ancient science of determining someone’s innate character on the basis of their outer appearance, and hence observable bodily features and characteristics1. Epistemologically, over time this practice has ranged from being an established and acceptable discipline to a pseudoscience. Despite the lack of a proper theoretical foundation, it is at the core of renowned scientific disciplines. Biometrics technology represents an interesting current example, for new facial recognition techniques rely upon it.

Aristotle conceived it as a specific kind of syllogism, the physiognomic syllogism, where the premises are not certain but only probable. What Aristotle means by φυσιογνωμονεῖν physiognomein is the inferring of mental characteristics in men based on the presence in them of physical characteristics which in other animals go constantly with those mental characteristics.

Physiognomics therefore deals with signs. For signs to be true, certain parts of reality — specifically, body and soul — must be structured in a certain ‘sympathetic’ way by nature such that they change together2. This concept leads to the question: what is the relation between change in the body and change in the soul? Is it the former that moves the latter, or the other way around? Or perhaps a common and prior cause changes them simultaneously. These questions are usually not investigated. In the field of biometrical recognition, for example, bodily traits are simply collated with character traits or states of mind.

In this paper, I propose to explore how physiognomics can indicate a different path of scientific reasoning, grounded in analogy rather than univocal correspondence.

Keywords: Physiognomy, Analogy, Aristotle, Biometrics, Lavater, Lichtenberg

Aldo L’Erario
– Ludwig Maximilians Universität München

In the Posterior Analytics, Aristotle sketches a very peculiar model of science, according to which knowing what something is, discovering its causes and stating its existence entail each other. The underlying claim is one of strong realism: for it is meant that our rational concepts include in themselves knowledge of the existence of their objects; and that, therefore, it is impossible even to have a grasp of what non-existent entities such as unicorns are.

The aim of my paper is to investigate about which requisites needs Aristotle to embrace in order to defend such a position. Much of the recent scholarly work regarding the Posterior Analytics has focused on a reconstruction of Aristotle’s epistemology, especially with regard to the achievement of the principles of science. In at least some cases, this has lead to readings of the Posterior Analytics in the spirit of a more or less strict form of empiricism. However, these readings are at risk of falling short of making justice to Aristotelian realism.

After considering recent studies in search for a solution, I will argue that only by broadening the scope to Aristotle’s psychology—with especial regard to De Anima—and to his metaphysical frame we get to fully understand his position. By reading Aristotle’s study of our rational faculties through the filter of his hylomorphism, indeed, we understand that the concept of something’s essence is itself a form “taking place” in the soul and structuring itself according to the same rules that apply to reality. My final conclusion will be that in Aristotle we do find a form of empiricism, but that at the same time justification is for him ultimately metaphysical and top-down.

Keywords: Aristotle, empiricism, hylomorphism, form

Ilaria Malagrinò
– Università Roma Tre, Dipartimento di Scienze della Formazione

La progressiva medicalizzazione della gravidanza, nonché il ricorso alle varie forme di procreazione medicalmente assistita, hanno permesso di codificare quella che un tempo era considerata la misteriosa simbolicità della gestazione umana, trascrivendola in accadimento del corpo della durata fisiologica di nove mesi, processo biologico osservabile e clinicamente controllabile.

Se tale avvenimento ha inevitabilmente aperto la strada a possibilità un tempo impensate, permettendo di realizzare maternità desessualizzate, tardive e surrogate, esso ha nondimeno contribuito non solo alla riduzione, ma anche, come già riconosceva Young negli anni Ottanta, all’alienazione della specifica e incarnata complessità dell’esperienza procreativa. Il risultato è che nuove forme di violenza e sfruttamento, declinate all’insegna dell’usabilità, minacciano la felice riuscita dell’umano venire al mondo.

Scopo del presente contributo è, pertanto, ridare voce alla carnalità in gravidanza, colta nella sua contraddittoria “unità duale” e nella sua “anatomicità soggettiva”, al fine di mostrare, come sostiene Henry, che il corpo umano, in quanto vivente, è un modo della vita dell’ego, è un Io, attivo nei suoi cambiamenti materiali e non puro sostrato inerte, e di tracciare, successivamente, le linee di un’ermeneutica della procreazione.

L’urgenza di tale riflessione sembra essere giustificata dalla gravità della posta in gioco, se, come riconosce Kristeva, ne va dell’“essere” umano che stiamo generando e consegnando al futuro.

Parole chiave: filosofia della gravidanza;,corporeità in gravidanza, carnalità, identità corporea, violenza sulle donne

The medicalization of pregnancy and the different types of medically assisted procreation have allowed us to codify the mysterious symbolism of human gestation. It has become a bodily event of nine months, an observable and clinically controllable biological process.

This happening has paved the way for unthinkable possibilities, allowing for the realization of desessualized, late and surrogate motherhoods. Nevertheless it has contributed to the reduction and to the alienation of the specific and embodied complexity of the procreative experience, as Young recognized in the 1980s. Thus new forms of violence and exploitation, declined in the name of usability, threaten the happy success of the human conception and birth.

Therefore, the aim of this paper is to give a new voice to carnality in pregnancy in its contradictory “dual unity” and in its “subjective anatomy”, in order to show, as Henry maintains, that the human body, as living body, is a way of life of the ego, is an I, active in its material changes and not pure inert substratum, and to trace, subsequently, the lines of a hermeneutics of procreation.

This question is even more pressing because what is at stake is the human being that we are generating and delivering to the future.

Keywords: Philosophy of Pregnancy, Pregnant Body, Flesh, Bodily Identity, Violence against Women

Enrico Moro
– Università degli Studi di Padova

L’articolo presenta un’analisi del testo di De Genesi ad litteram, XII, xx, 42, prendendo in esame la concezione agostiniana della formazione di visioni spirituali dovute a cause di natura corporea. Tra i principali temi affrontati nel corso dell’analisi vi sono: la nozione di intentio animae, la natura della percezione, la formazione di sogni e visioni oniriche, il rapporto tra sensazione, memoria e pensiero immaginativo; la distinzione e le differenze tra i diversi livelli di coscienza.

Parole chiave: Relazione anima-corpo, Sogni, Visioni, Intentio, Cogitatio

The paper presents an analysis of De Genesi ad litteram, XII, xx, 42, in order to clarify Augustine’s view on the physical process of constitution of spiritual visions. The main topics covered are: the notion of intentio animae; the theory of sensation; the status of dreams and dream-like visions; the relationship between sensation, memory and imagination; the distinction and the differences between the different levels of consciousness.

Keywords: Mind-body problem, Dreams, Visions, Intentio, Cogitatio

Adaora Onaga
– Pan-Atlantic University, Lagos Nigeria
Omowumi Ogunyemi
– Pan-Atlantic University, Lagos Nigeria

Classical philosophy and contemporary neuroscience recognize that chronic human pain involves conscious experience, emotional reactions, and physical sensations. With the advent of advanced imaging in pain research, corporeal and nervous system involvement in chronic pain are now better understood. Consequently many scholars today see pain as a combination of micro-processes rather than a simple event. This bottom-up vision of human pain explains it through a combination of its objective and subjective elements.

Chronic human pain, which is pain that lasts for more than three months or persists without reason following acute pain, goes beyond consciousness, emotional reactions, and physical sensations. Its subject is urgently moved to seek meaning and fulfilment. That search, while involving cortical and other bodily processes, is not limited to these. Narrative self-understanding and autobiographical thinking takes into account the faculties of intellect and will and can situate pain within a broader context of a meaningful life story. In this way, a top-down approach is adopted. The micro-processes involved in a painful event are thus integrated into the understanding of the self.

One’s experiences and how one narratively understands pain and its place in life can contribute to the debate on the union between the body and soul. This article contributes to that debate by exploring the role of narratives and autobiography in chronic pain while seeking to understand corporeal and psychical unity and cooperation in the human’s quest for wellbeing and fulfilment.

Keywords: Pain, Narratives, Autobiography, Body-Soul, Self-understanding

María Soledad Paladino
– Pontificia Università della Santa Croce

En el contexto de la presencia cada vez más protagónica de las nuevas tecnologías que abren sorprendentes horizontes a las posibilidades de intervención sobre el hombre llamando en causa una seria reflexión ética, la propuesta transhumanista se presenta como un interlocutor de especial relieve.

El objetivo que nos proponemos es evidenciar el concepto de naturaleza humana que subyace al movimiento transhumanista, el cual está íntimamente relacionado con el modelo ético que justifica las diferentes aplicaciones prácticas del mismo. Centramos nuestro análisis en The Tranhumanist FAQ y algunos escritos de Nick Bostrom.

Como tentativo de una lectura crítica a dicha posición, presentamos el concepto de naturaleza humana subyacente a la ética de la virtud en la cual convergen armónicamente la corporeidad y la razón en la determinación del bien moral. Contraponer el racionalismo transhumanista a la racionalidad práctica que emerge de una comprensión teleológica de la naturaleza, y que reclama la corporalidad para su rol normativo, arrojará luz para entender cómo es posible fundamentar la moral en la naturaleza humana. Somos del parecer de que el modo de aproximarse a los problemas éticos planteados por el transhumanismo, exige rehabilitar la razón práctica en el marco de la unidad sustancial de la naturaleza humana. Esta perspectiva abre prometedores caminos para la edificación de un verdadero humanismo.

Parole chiave: transhumanismo; utilitarismo; naturaleza humana; ley natural; razón práctica

In the context of the crucial presence of new technologies which open horizons on the possibilities of procedures applied to man calling for a serious ethical reflection, the Transhumanist proposal is presented as an interlocutor of special importance.

The objective that we want to propose is to highlight the underlying concept of human nature in the transhumanist movement and which is closely related to the ethical model that justifies the different applications of the said practice. We shall be focusing our analysis on The Transhumanist FAQ and on some of Nick Bostrom’s writings.

As an attempt at a critical reading of the said position, we present the concept of human nature underlain in virtue ethics in which corporeality and reason converge harmoniously in the determination of the moral good. Counterposing Transhumanist rationalism with practical rationality which emerges from a teleological understanding of nature, and which requires corporeality for its normative role, will shed some light on the understanding of how morality can be grounded in human nature. In our view, the way to approach the ethical problems posed by Transhumanism requires the recovery of practical reason in the context of the substantial unity of human nature. This perspective opens up promising paths for the building of a true humanism.

Keywords: Transhumanism; utilitarianism; human nature; natural law; practical reason

Alejandro Pérez
– RSCS Institute. Université Catholique de Louvain

In this paper, I propose to analyse two objections raised by Turner Jr in his paper “On Two Reasons Christian Theologians Should Reject The Intermediate State” in order to show that the intermediate state is an incoherent theory. As we shall see, the two untoward consequences that he mentions do not imply a metaphysical or logical contradiction. Consequently, I shall defend an Intermediate State and I shall propose briefly one metaphysical conception of the human being able to reply to Turner Jr’s objections.

Keywords: Turner Jr, Resurrection, Intermediate State, Personal Identity, Non-Cartesian Dualism

Eduardo Pérez Pueyo
– Centro Regional de Estudios Teológicos de Aragón, Zaragoza, España

From Karol Wojtyła’s works (mainly, The acting person, 1969), the spanish philosopher Juan Manuel Burgos (1961) proposes in his works La experiencia integral (2015) and La vía de la experiencia o la salida del laberinto (2018) a new conception of human experience that is radically separated from empiricism and stands out for structuring at all times the sensitive and the intellectual. This understanding of experience is called the “integral experience method” and helps to build a personalist philosophy in which, based on experience, the human being is revealed as a unity in which both the corporeal and the spiritual occur simultaneously. First, we will comment on the vision of modernity about experience (n. 1), and then a brief presentation of the personalist philosophy will be made (n. 2). Next, the “integral experience method” will be presented (n.3); and it will be shown how, from this vision of experience, the human person reveals himself as a bodily, psychic and spiritual unit (nn. 4-5). Finally, an assessment of Juan Manuel Burgos’ proposal will be made (n. 6).

Keywords: experience, person, body, spirit, Juan Manuel Burgos, Karol Wojtyła

Miriam Savarese

Non è possibile risolvere un problema scientifico se non se ne desidera appassionatamente la soluzione. Questa è la tesi di Michael Polanyi, importante esponente dell’epistemologia postcritica e postpositivista e prima chimico-fisico. Tale tesi risulta provocatoria a fronte di quella epistemologia che tende invece a presentare l’attività di ricerca scientifica come tanto più oggettiva e “perfetta” quanto più è neutrale, nel senso di priva di riscontri di e influenze dell’emotività e delle passioni, e impersonale — rischio ancor oggi paventato da molti, compresa la sociologia della scienza. Polanyi rivaluta il ruolo della persona umana fino al punto di affermare che la conoscenza scientifica viene meno se la prima viene eliminata. In questo quadro, in cui la ricerca è concepita come soluzione di problemi, la passione intellettuale del ricercatore, dal riferimento costante ma problematico alla verità e condivisa nelle sue forme più semplici da ogni persona, è decisiva per la conclusione positiva della ricerca (si tenga presente che Polanyi impiega poco l’espressione filosofica tradizionale desiderio di conoscere). Per lui, inoltre, il desiderio intellettuale postula l’esistenza di ciò che può soddisfarlo ed ha un ruolo decisivo in rapporto agli standard scientifici; è diretto ad oggetti immateriali, intellettuali; non esaurisce il proprio oggetto, ma conduce ad espanderlo e ad arricchire il mondo; ha un rapporto privilegiato con la bellezza; è accompagnato da un senso di responsabilità per la ricerca di una verità ancora nascosta. È strettamente collegato, infatti, alla convinzione dell’esistenza di una realtà nascosta a cui la scienza si può avvicinare. Si tratta di un caso di studio interessantissimo per esaminare non solo il ruolo delle passioni nel conoscere, oggi rivalutato positivamente, — ma anche come spunto di riflessione ed approfondimento sulle dimensioni del desiderio di conoscere umano, che, facendo capo alla persona umana, intrecciano corpo e intelletto, materiale ed immateriale, sino a giungere all’anima.

Parole chiave: Michael Polanyi, ricerca scientifica, passioni intellettuali, desiderio di conoscere

According to Michael Polanyi, solving a scientific problem is impossible, if the researcher does not passionately desire its solution. Recognized as a distinguished member of the postcritical and postpositivist epistemology, he is a former physical chemist. His thesis is provocative for the epistemologists who consider scientific research activity all the more objective and “perfect” the more neutral it is; in this context, neutral means impersonal and free of emotivity and passions. In the present milieu, the exclusion of these is still a risk feared by many, among which there is the sociology of science. Polanyi positively reevaluates the role of the human person in scientific knowledge: if the former is eliminated, the latter is destroyed too. In order to accomplish successfully the research — conceived as problem solving — the researcher’s intellectual passion is essential. It is always but problematically referred to truth and, in its simpler expressions, it is shared with every person. Polanyi rarely uses the classical philosophical term desire to know. Along with him, the intellectual desire postulates the existence of what can satisfy it; it is oriented towards immaterial and intellectual objects; it does not diminish their supplies but widens them and enriches the world; it has a strong relationship with beauty; it is accompanied by a sense of responsibility to quest for a still hidden truth. It is firmly related to the conviction of the existence of a still hidden reality to which science can approach itself. This is an excellent case study in order to examine the role of the passions in knowing — which nowadays is positively judged. It is also a point of reflection on the aspects of the human desire to know, that depend on human person and that, consequently, weave body and intellect, matter and immateriality, reaching the soul.

Keywords: Michael Polanyi, scientific research, intellectual passions. desire to know

Pia Valenzuela
– FBS at Catholic Institute, Ljubljana, Slovenia

Aristotle considers passions (emotions) as affections of the human soul involving a body. Concretely, gentleness, fear, pity, courage, joy, loving, and hating involve corporal changes, concurrent affections of the body. For Aristotle, the passions of the soul or emotions are enmattered accounts (DA, 403a20-25).

With the development of cognitive science and neuroscience, a lot of the current emotion research studies the biological and neurological substrates of emotions. Within contemporary psychology research, Barbara L. Fredrickson’s provocative approach deals with love’s biology, studying the biological underpinnings of love and suggesting a body’s definition of love.

After exposing Fredrickson’s concept of love, I discuss some conceptual aspects of this perspective, taking into consideration the unity of the human being and its different features in order to avoid reductionist explanations or conclusions that may lack reflection on the different epistemological levels of Philosophy, Psychology and Neuroscience.

Keywords: love, positive emotion, social interaction, psychological and neurophysiological research, Barbara L. Fredrickson

Catalina Vial de Amesti
– Pontificia Università della Santa Croce

Las cartas de san Pablo ponen en el centro la muerte y la resurrección de Cristo como medio a través del cual Dios ha querido realizar la salvación del hombre. Santo Tomás, al hilo del epistolario paulino, se refiere al «mensaje de la cruz» (1Co 1,18) en términos de liberación, redención y reconciliación. A la vez, el Aquinate es consciente de que la muerte es la máxima imperfección que padece la naturaleza humana, la pena más grande en que puede incurrir el hombre en la tierra. Entonces, ¿en qué sentido santo Tomás, al leer a san Pablo, habla de la muerte como un evento esencial para la realización del ser humano?, ¿se puede decir que el morir otorgue alguna perfección a quien muere o a otros? En el presente escrito se intenta responder a estas preguntas a la luz de los comentarios del Angélico a las cartas de san Pablo.

Parole chiave: muerte, pecado, gracia, San Pablo, Tomás de Aquino

The Letters of St. Paul focuses in the death and resurrection of Christ as the way through which God saved the humankind. Thomas Aquinas in his Commentaries of St Paul’s Letters refers to the “message of the Cross” (1Co 1.18) in terms of liberation, redemption and reconciliation. At the same time, Aquinas is aware that death is the greatest imperfection that human nature suffers, the greatest punishment that man can incur on earth. So, in what sense does St. Thomas, in his reading of St. Paul, speak of death as an essential event for the realization of the human being? Can we say that dying grants some perfection to the one who dies or others? This paper attempts to answer these questions in the light of the Aquinas Comments to the Letters of St. Paul.

Keywords: death, sin, grace, St. Paul, Aquinas

Marco Viscomi
– Università di Perugia

Nel momento in cui viene sancita la dissociazione tra anima e corpo, questo stesso dualismo assume i tratti di un’inconciliabile polarità. Se questi due termini vengono pensati come distinte realtà che si contrappongono l’una all’altra, non si può più dare una qualche forma di unificazione definitiva. Infatti, posta la dicotomia anima-corpo, qualsiasi tentativo di conciliazione risulterà sempre non essenziale. Se non si comprendono sia l’anima che il corpo come tali da derivare da un termine fondamentale e unitario, la loro distinzione permane come pietra d’inciampo per la ricerca di qualunque sostanziale conciliazione. Quest’ultima indica tanto verso la premessa fondativa del darsi dell’anima e del corpo, sia in loro stessi che secondo la loro reciproca relazione, quanto verso il fine ultimo al quale tende l’esistere e l’operare di entrambi i due termini in questione. L’unità fondamentale e finalistica alla quale si allude può essere rintracciata nell’accezione sostanziale dello spirito.

Una simile concezione, di evidente ascendenza paolina, si ritrova ben strutturata all’interno della riflessione filosofica di Ferdinand Ebner. Egli si sofferma nel considerare la dialettica tra psiche e spirito, osservando il carattere fondativo di questo per quella e investigando lo statuto fondamentale del πνεῦμα. Nella visione prospettica che deriva a questo filosofo dalla tradizione cristiana e dalla uni-trinitaria coappartenenza di corpo, anima e spirito, si rintraccia la chiave di lettura grazie alla quale si può tornare a parlare di unitarietà dell’essenza umana. In tal modo, diviene possibile inquadrare l’uomo e il suo statuto personalistico, neutralizzando i rischi di un pensiero che voglia andare “al di là” dell’umano, dimenticandosi con ciò stesso degli uomini e delle donne fattivamente esistenti.

Parole chiave: Spirito, psiche, corpo, Ferdinand Ebner, pensiero dialogico

In the moment in which the dissociation between soul and body is established, the dualism itself assumes the features of an incompatible polarity. If these two terms are thought as distinct realities opposing one another, we can no longer give some sort of definitive unification. Indeed, once given the soul-body dichotomy, any attempt of conciliation will always result as unessential. If we do not realize both body and soul as deriving from a fundamental and unitary term, their distinction remains as a stumbling block for the research of any substantial conciliation. This latter focuses on both the founding premise of the giving of soul and body, in themselves and according to their mutual relationship, and towards the ultimate end to which the existence and the activity of both the terms in question tend. The fundamental and finalistic unity alluded to can be rediscovered in the essential meaning of the spirit.

Such a conception of evident Pauline ancestry can be found within the philosophical reflection of Ferdinand Ebner in a well-structured way. He dwells on considering the dialectic between psyche and spirit, observing the foundational character of this for that and investigating the fundamental status of the πνεῦμα. In the perspective vision coming to this philosopher from the Christian tradition and from the uni-Trinitarian belonging of body, soul and spirit, it is possible to find the key to reading, thanks to which we can go back to talking about the unity of the human essence. In this way, it becomes possible to frame the man and his personalistic status, neutralizing the risks of a thought that wants to go “beyond” the human, forgetting the effectively existing men and women.

Keywords: Spirit, Psyche, Body, Ferdinand Ebner, Dialogic Thinking

Bessie Alexandra Zibara Lara
– Universidad del Istmo, Guatemala

El presente trabajo intenta explicar cómo la variedad de significados de los conceptos metafísicos unidos por la analogía ofrece una perspectiva no-fragmentada de la composición hilemórfica del ser humano, con el fin de profundizar en la comprensión aristotélica de naturaleza humana y de la interacción alma-cuerpo. Para ello, este estudio considera los conceptos utilizados —explícita o implícitamente— en la argumentación desarrollada en De anima, que se predican análogamente y cuyos sentidos se exponen en el libro V de la Metafísica.

Palabras clave: Aristóteles, Metafísica, homonimia, analogía, naturaleza humana

In this paper, the author intends to approach to the hylemorphic composition of human nature from a non-fragmented perspective.  The broad series of meanings of basic concepts from Aristotle’s Metaphysics Book Δ are united by analogy. This enable the study of soul and body interaction from the Aristotelian argumentation about human nature exposed in De anima.

Keywords: Aristotle, Metaphysics, homonymy, analogy, human nature

Studi e Seminari

Francesca Bigoni
– Museo di Antropologia e Etnologia, Sistema Museale di Ateneo, Università di Firenze
Roscoe Stanyon
– Dipartimento di Biologia, Università di Firenze

In the history of biology little space is dedicated to St. George Mivart. He is usually only remembered for his objections to Darwin’s theory of natural selection contained in his book “Genesis of species”. Mivart had started his brilliant scientific career as a student, collaborator and friend of T. H. Huxley and initially had a good professional relation with Charles Darwin. Later he disappointed Darwin and Huxley by openly criticizing their theoretical approach and their materialistic view. The final break up was not caused by the discussion about evolution and natural selection, as usually claimed, but by divergence on eugenetic topics. His objections were unfairly minimized and ridiculed as bigotry due to his conversion to Catholicism. Despite the bitter controversy with Darwin, Mivart remained quite influential and from 1864 to 1898 he published more than 120 scientific papers dealing with biological and zoological subjects in the most important British scientific journals of his time. Mivart’s detailed anatomical works were based on evolutionary comparisons between species and communicated important, surprisingly modern, scientific interpretations. Today Mivart’s scientific and theoretical contribution to biology, primate evolution and anthropology are rarely mentioned. However, many of the concepts advanced by Mivart were later echoed in the writings of many important biologist of the 20th century. The history of biological sciences could benefit from a more thorough knowledge of Mivart’s influence.

Keywords: evolution, natural selection, eugenics, primatology, ecology, punctuated equilibrium

Emmanuele Vimercati
– Pontificia Università Lateranense

Il presente contributo sviluppa alcune osservazioni sul concetto di giustizia in Platone e in Aristotele, con alcune implicazioni attuali. Il contributo è articolato in tre parti: la prima parte discute la proposta di Trasimaco e di Glaucone nei primi due libri della Repubblica di Platone. Questa proposta — che è un importante esempio di realismo politico nell’antichità — intende la giustizia come un prodotto del potere e dell’interesse individuale, oppure come un contratto. In risposta a questa tesi, la seconda parte del contributo introduce alcune coordinate sulla giustizia nei libri centrali della Repubblica, a partire dall’associazione platonica tra l’anima umana e l’organizzazione politica. Per Platone solo questa associazione assicura l’unità dello Stato e il bene comune. Infine, la terza parte presenta la risposta di Aristotele tanto a Trasimaco, quanto a Platone. Distinguendo più significati di giustizia, Aristotele fonda la giustizia politica sull’amicizia, cioè sull’uguaglianza e la reciprocità. Ciò garantisce sia il bene comune — essenzialmente, la concordia sociale — sia la felicità individuale — cioè la realizzazione della vita umana. Per raggiungere questo obiettivo, per Aristotele, così come per Platone, è necessaria un’educazione (paideia) adeguata.

Parole chiave: Giustizia, utilità, legge, potere, realismo politico, anima, amicizia, concordia, felicità, educazione

This contribution provides some remarks on the notion of justice in Plato and Aristotle, with some current implications. The paper is divided into three parts: the first part tackles Thrasymachus’ and Glaucon’s argument in Books I and II of Plato’s Republic respectively. This argument — which is a remarkable case of political realism in antiquity — presents justice as a product of power and individual interest, or as a contract. As a reply to this proposal, the second part of this paper will introduce some coordinates on Plato’s notion of justice in his Republic, which is based on the association between human soul and political organization. For Plato, only this association ensures the pursuit of the unity of the State and the common good. Finally, in the third part Aristotle’s reply to both Thrasymachus and Plato will be considered. By distinguishing different meanings of justice, Aristotle grounds political justice in friendship, that is in equality and reciprocity. This provides both the common good — basically, social concord — and individual happiness — that is, the fulfillment of human life. In order to reach this goal, for Aristotle, as well as for Plato, a proper education (paideia) is required.

Keywords: Justice, utility, law, power, political realism, soul, friendship, concord, happiness, education.

Juan José Sanguineti
– Pontificia Università della Santa Croce

A comparison between Thomas Aquinas’ philosophy and modern science is possible and can be fruitful. Some aspects of his natural worldview are incompatible with our scientific knowledge but others are quite compatible and relevant for a sound  philosophical interpretation of scientific achievements. The article briefly explores this issue in cosmology, evolutionary theory (especially the problem of contingency and indeterminism) and neuroscience.

Keywords: Thomistic Natural Worldview, Contemporary science, Natural Philosophy, Cosmology, Creation, Evolution, Indeterminism, Chance, God’s Providence, Neuroscience

Itinerari

Antonio Petagine
– Pontificia Università della Santa Croce

In questo lavoro viene offerta una guida alla lettura della celebre Controversia inter philosophos et theologos contenuta da Scoto nella prima parte del Prologo della sua Ordinatio. Dopo avere premesso che cosa sia un prologo e che cosa sia l’Ordinatio scotiana, l’autore analizza gli argomenti con cui Scoto contrappone i filosofi ai teologi. Quello che Scoto presenta non è uno scontro tra discipline, né tra figure precise, storicamente determinate. Scoto intende piuttosto mostrare come la Rivelazione sia necessaria non solo oltre la ragione, ma anche per la ragione stessa, rendendola consapevole di possibilità che, priva della Rivelazione, il nostro intelletto non avrebbe nemmeno potuto immaginare.

Parole chiave: Duns Scoto, fede e ragione, filosofia (immagine della), Ordinatio, Prologus, ultimo fine dell’uomo

In this work a reading guide to the famous Scotus’ Controversia inter philosophos et theologos, contained in the first part of the Prologue of his Ordinatio is offered. After having stated what a ‘prologue’ and Scotus’ Ordinatio are, the author analyzes the arguments with which Scotus contrasts philosophers with theologians. What Scotus presents is not a clash between disciplines, nor between some precise, historically determined figures. Scotus intends rather to show that Revelation is necessary not only beyond reason, but also for reason itself, making it aware of possibilities that, without Revelation, our intellect could not even have imagined.

Keywords: Duns Scotus, faith and reason, philosophy (image of), Ordinatio, Prologus, human ultimate end